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Classi e gruppi sociali nel Rapporto Istat 2017

Giorgio Alleva
Rapporto Istat 2017: gente che cammina

L’Istat è un istituto di ricerca. Da venticinque anni, il Rapporto Istat annuale – insieme ad altre pubblicazioni che, nel tempo, sono state proposte – rappresenta l’occasione per affiancare alle analisi ordinaria della produzione statistica un contributo alla conoscenza dello stato del Paese. Da alcuni anni l’Istat propone in ogni edizione una chiave di lettura innovativa, a partire dalle statistiche disponibili, allo scopo di suscitare la discussione e offrire la possibilità di linee interpretative diverse da quelle usuali. Due anni fa sono stati analizzati i luoghi e i territori prendendo le mosse non dalle partizioni amministrative, ma dalle geografie funzionali che scaturiscono dalla mobilità delle persone e dall’organizzazione dei luoghi della residenza, del lavoro e delle relazioni sociali. L’anno scorso è stata proposta una tassonomia delle generazioni, che ha consentito di leggere il presente e anche di raccontare la storia italiana attraverso le statistiche con gli occhi di quattro donne. In entrambi i casi, le classificazioni proposte avevano carattere sperimentale e rispondevano a due requisiti: consentire la possibilità di passare agevolmente dalla nuova classificazione a quelle più consolidate e viceversa senza perdere informazione; essere fondate su criteri e procedimenti statistici rigorosi e trasparenti, come testimoniano le note metodologiche che le accompagnano. I riscontri sono stati lusinghieri: la comunità scientifica ha riconosciuto all’Istat l’attualità e la rilevanza delle tematiche affrontate, da una parte; la qualità e il potenziale interpretativo delle classificazioni sperimentali proposte, dall’altra. Il riscontro è stato positivo anche a livello internazionale.

L’analisi statistica definisce nove gruppi sociali

La domanda di ricerca specifica alla quale si è cercato di dare una risposta sperimentale nel Rapporto del 2017 è la seguente: è possibile classificare le famiglie sulla base dei flussi di risorse di cui dispongono e di altre caratteristiche correlate al reddito? Il filone di studi in cui l’approfondimento si inserisce ha una tradizione secolare e muove da alcune osservazioni: la società non è omogenea; i redditi che le persone percepiscono sono diversi e, di conseguenza, i flussi di risorse di cui dispongono le famiglie (intese in senso ‘economico’ – si veda il Glossario del Rapporto) sono anch’essi diversi; le differenze individuali tendono a diventare diseguaglianze, in presenza della possibilità di accumulazione e di trasmissione tra persone; lo stesso meccanismo produce anche agglomerazioni di individui attorno a una o più caratteristiche che li accomunano.

La statistica ufficiale europea ha una fonte primaria per rispondere a questa domanda: la Rilevazione Eu-Silc sul reddito e le condizioni di vita delle famiglie, che l’Italia conduce annualmente dal 2004 su un campione di 29 mila famiglie per un totale di quasi 70 mila componenti, intervistati su base individuale.

D’altro canto, la letteratura suggerisce metodi e tecniche sperimentate e consolidate per creare ‘alberi di classificazione’ a partire dalle relazioni rilevate nei dati, e non definite ex ante o a priori.

Quest’ultimo è un aspetto centrale. Applicare ai dati classificazioni esistenti è certamente utile e necessario: l’Istat, anche con riferimento alle classi sociali proposte dalla letteratura, l’ha fatto molte volte, a partire dal Rapporto annuale del 1999 e da ultimo in quello del 2012. Quest’anno si è applicato un approccio diverso, rinunciando ad assumere ex ante quelle classi come date, ed esplorando invece con uno strumento statistico e a partire dai microdati d’indagine se emergesse una classificazione diversa.

La ricerca ha dato frutti. I nove raggruppamenti economico- sociali individuati presentano contorni ben definiti attraverso una molteplicità di dimensioni: relative al reddito e alla ricchezza, ai comportamenti di consumo e di spesa, all’uso del tempo libero, alla partecipazione politica e sociale, alla pratica e ai consumi culturali, all’istruzione, all’asimmetria dei ruoli e alla parità di genere, ai luoghi di residenza e di vita a scala regionale e all’interno dei quartieri delle città. Elementi profondi, radicati, tra loro coerenti, che danno identità e stabilità ai gruppi individuati.

Un dibattito critico

Il disegno sperimentale seguito dall’Istat è canonico ma, dal momento che i risultati hanno suscitato oltre che interesse anche qualche polemica, ci sembra doveroso renderne conto alla comunità scientifica e all’insieme di coloro che utilizzano i nostri dati.

Una critica, profonda, riguarda – si sostiene – l’inversione del rapporto causa ed effetto nell’approccio teorico e metodologico adottato nella ricerca. Ma proprio in questo consiste il diverso approccio che abbiamo deliberatamente scelto e dichiarato fin dall’inizio: non misurare le diseguaglianze a partire dalle tradizionali classi sociali (cosa che del resto facciamo in molte altre sedi, da ultimo con la nota diffusa il 6 dicembre 2016 Condizioni di vita e reddito), ma invece far emergere raggruppamenti economico-sociali a partire dalle tante dimensioni che caratterizzano le diseguaglianze e il loro impatto sulla società. Si sono così delineati gruppi omogenei secondo il reddito, corrispondenti a diverse combinazioni di un insieme di variabili importanti nel determinare le differenze nella condizione delle famiglie, in particolare di quella economica. La loro coerenza è stata validata attraverso numerose altre variabili che individuano caratteristiche e comportamenti specifici delle famiglie appartenenti ai gruppi. L’obiettivo è quindi differente; è perseguito con un approccio metodologico di carattere inferenziale, reso possibile dalla ricchezza del patrimonio informativo di cui l’Istat dispone. Proprio il confronto tra approcci distinti, che partono da definizioni ex ante ed ex post di categorie sociali, può offrire elementi aggiuntivi nel dibattito sull’eterogeneità della società italiana. L’Istat è aperta al confronto: questa è la tappa successiva alla pubblicazione del Rapporto, per spiegare e discutere l’approccio utilizzato e migliorarlo.

Alcuni punti vanno sottolineati fin d’ora

La scelta del reddito equivalente come variabile guida è motivata dal suo ruolo (ancorché non esclusivo) nel collocare una famiglia nello spazio sociale. La scelta delle altre variabili è stata limitata dalla loro presenza nell’indagine di riferimento e guidata dall’analisi statistica oltre che concettuale delle diverse specificazioni del modello. Ma deve essere chiaro che l’albero di classificazione ottenuto è il risultato del metodo adottato, e non di una scelta ad hoc, e che tutte le condizioni di significatività e rilevanza dei risultati sono state rispettate, come risulta dai test effettuati, disponibili su richiesta.

Qualche dettaglio può risultare utile. La tecnica statistica adottata non predetermina il numero di partizioni possibili, ma esso tende a crescere esponenzialmente. Ci siamo fermati a nove raggruppamenti, intervenendo anche a ‘potare’ l’albero come la letteratura suggerisce di fare, per trovare un equilibrio tra l’esigenza di sintesi (un numero limitato di gruppi ne facilita la lettura e l’analisi descrittiva) e quella di avere (più) gruppi molto omogenei al loro interno. La statistica è utile per operare la sintesi di milioni di comportamenti quotidiani e decisioni individuali; il ritratto collettivo non è meno vero del primo piano del singolo. Sono a disposizione i risultati della classificazione con un numero più elevato di gruppi.

Quanto all’etichetta data ai gruppi, si tratta di un compito arduo. Il ricercatore deve portare al fonte battesimale i risultati di una classificazione che si fonda non solamente su una variabile, facilmente raggruppabile in classi, ma su una molteplicità di variabili, che rappresentano una pluralità di aspetti. Le denominazioni sono quindi opinabili ma dovrebbe essere ovvio che il gruppo delle ‘famiglie della provincia italiana’ non comprende tutte le famiglie residenti in centri di ridotta dimensione demografica. Si tratta di prevalenze, in questo e in altri casi così pronunciate da suggerire un nome. Allo stesso modo, aver individuato il gruppo degli ‘operai in pensione’ non significa che gli altri operai siano scomparsi: al contrario, nel Rapporto è ben descritto che questi si dividono prevalentemente tra i giovani blue-collar e le famiglie a basso reddito.

Le variabili che suddividono via via i gruppi sono: la partecipazione al lavoro della ‘persona di riferimento’ della famiglia (‘principale percettore di reddito’ secondo Eu-Silc), la professione svolta e il tipo di contratto di lavoro, la cittadinanza, la dimensione familiare, il titolo di studio conseguito. Sono tutte variabili con un riscontro nella letteratura sulle classi sociali e tradizionalmente considerate nelle analisi dell’Istat. La loro combinazione e il ruolo che svolgono nel processo di definizione dei gruppi permettono però di individuare elementi che aggiungono informazione; emergono con chiarezza due configurazioni.

Oltre alla situazione professionale, sempre importante, e alla presenza di uno straniero in famiglia, spesso penalizzante, nei gruppi a reddito più basso giocano ruoli di maggiore rilievo la dimensione familiare (sono svantaggiate non soltanto le famiglie numerose, ma anche quelle di quattro persone, che fino a qualche anno fa erano la norma), e il fatto che la persona di riferimento sia occupata (che rappresenta invece un vantaggio). Nei gruppi a reddito più alto, è sempre il titolo di studio a marcare le differenze.

Il titolo di studio rimanda a una forma di trasmissione ereditaria dell’appartenenza sociale. Anche il titolo di godimento dell’abitazione, un’approssimazione della ricchezza delle famiglie (che l’Istat non rileva direttamente), si presta a essere considerato per la sua trasmissione fra generazioni.

La variabilità residua che sussiste nei gruppi permette di apprezzare come persone appartenenti a famiglie con caratteristiche simili (condizione professionale e titolo di studio della persona di riferimento, titolo di godimento dell’abitazione e così via) possano generare redditi eterogenei e, viceversa, come un reddito simile possa essere conseguito da persone e famiglie con caratteristiche e percorsi di vita diversi.

Innovare, valorizzando il patrimonio informativo

In conclusione, l’Istat non ha inteso rinnegare le analisi sulle diseguaglianze e sulla distribuzione del reddito, che continua a fare in via ordinaria, ma produrre informazione ulteriore, ‘di seconda lavorazione’. Non ha neppure inteso soppiantare classificazioni che hanno una tradizione importante e conservano una grande capacità interpretativa. Meno che mai ha pensato di eliminare le classi sociali, quanto meno non dal dibattito scientifico: se la statistica avesse la possibilità di cancellarle dalla realtà, la rivoluzione del 1917 l’avrebbe fatta Markov e non Lenin! Ciò che abbiamo proposto sono un metodo e una classificazione, non una visione del mondo. Di questo metodo e di questa classificazione siamo pronti a discutere: stiamo già organizzando un convegno in cui inviteremo chi ha mosso critiche a confrontarsi con noi e con l’intera comunità scientifica.

Quello che riesce più difficile accettare è che vengano attribuite all’Istat affermazioni od omissioni che non ci appartengono. Ad esempio, suggerire che i ricercatori abbiano ‘privilegiato’ la condizione professionale rispetto a tutte le altre dimensioni è falso: la condizione professionale emerge statisticamente, tra le sette variabili indipendenti considerate nel modello, come quella che per prima bipartisce l’insieme dei redditi (familiari equivalenti) in due grandi gruppi. È lo stesso metodo a dare risposta alla domanda se l’istruzione, o la numerosità della famiglia, siano altrettanto o più importanti: sono statisticamente meno importanti. Per avere risposta ad altre domande che pure sono state poste, ad esempio dove stiano e che caratteristiche abbiano le famiglie in povertà assoluta, se facciano differenza il numero di percettori di reddito, il loro genere, la regione o la tipologia comunale di residenza, è sufficiente (ma anche necessario) leggere le 270 pagine del Rapporto ed eventualmente scaricare dal web i dati che lo accompagnano.

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