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Cicli migratori sempre più precari e incerti

Davide Calenda

L’incertezza e la precarietà sono fattori sempre più pregnanti, se non costitutivi, della condizione materiale e psicologica del nostro tempo. Basandomi su interviste con oltre 2000 migranti di ritorno (persone che sono tornate nel paese di origine da massimo dieci anni e da almeno tre mesi al momento dell’intervista dopo essere stati migranti internazionali per almeno un anno) realizzate nel 2006 e nel 2012, in quest’articolo discuto come tale condizione si rifletta anche nei cicli migratori, con la conseguenza che le nuove generazioni di migranti sembrano avere minori opportunità rispetto alle generazioni che li hanno preceduti. Una tendenza che dovrebbe suonare molto familiare ai giovani europei.
Un confronto tra migranti di ritorno: 2006 e 2012
Nata tra il 2005-2006 come indagine sui migranti di ritorno del Maghreb, già nota ai lettori di Neodemos [1], la ricerca si è estesa nel 2012 in Mali e in Armenia e ha previsto una seconda indagine in Tunisia [2]. La banca dati include oltre 2.000 interviste strutturate a migranti di ritorno, ossia persone rientrate nel paese di origine da massimo dieci anni al momento dell’intervista, dopo essere stati migranti internazionali per almeno un anno. La banca dati contiene quindi informazioni sull’intero ciclo migratorio contraddistinto da tre tappe: prima di emigrare, durante il soggiorno all’estero e dopo il ritorno. L’intervallo temporale considerato è molto ampio considerando tutto il periodo  dal secondo dopoguerra a oggi. Un confronto tra le due indagini mette in luce come sia diminuita nel corso del tempo la proporzione di migranti che riescono a completare il ciclo migratorio. Tenendo conto della differenza tra ritorno deciso (la decisione di tornare nel paese di origine è presa in modo autonomo senza costrizioni di alcuna natura) e ritorno forzato (che non si basa su una decisione libera della persona ma è invece il risultato di un atto amministrativo o giuridico delle autorità nel paese d’immigrazione teso ad espellere l’individuo dal territorio nazionale) e incrociando con la principale ragione del ritorno, otteniamo tre tipi di ciclo migratorio:
–       ciclo interrotto (a causa della perdita dei requisiti legali, espulsione, guerra ecc.);
–       ciclo incompleto (ritorno a causa di circostanze sfavorevoli e vincoli tra cui precarietà del lavoro, malattia, problemi familiari ecc.)
–       ciclo completo (ritorno deciso senza vincoli o pressioni motivato dal raggiungimento degli obiettivi, come la conclusione del percorso di studio, pensionamento, o da nuove opportunità e progetti, come la creazione di un impresa nel paese di origine ecc.). Tra gli intervistati nel 2006, il 52% era riuscito a completare il ciclo migratorio. Nel 2012 solo il 19% ci riesce. La proporzione di chi è costretto a interrompere il ciclo migratorio o non riesce a completarlo, passa rispettivamente, nei due periodi, dal 24% al 37% e dal 21% al 40%. Se incrociamo il ciclo migratorio con la data di nascita degli intervistati, la progressiva ‘precarizzazione’ dei cicli migratori nel corso del tempo appare più evidente: le nuove generazioni hanno maggiori difficoltà a completare il ciclo migratorio.
Il ciclo migratorio e la sua precarizzazione
Un focus sui migranti di ritorno tunisini – scelta favorita dal numero più cospicuo di casi a disposizione poiché la stessa indagine è stata realizzata nel 2006 e nel 2012 – conferma la tendente precarizzazione dei cicli migratori. Nel 2006, 6 migranti su 10 avevano potuto completare il ciclo migratorio, nel 2012 la proporzione si dimezza: 3 su 10. Le caratteristiche socio-demografiche e il livello di istruzione non ci aiutano molto a spiegare questo peggioramento, né eventi eccezionali esogeni come il conflitto in Libia che nel 2011 costrinse un buon numero di tunisini a rientrare. Se per esempio selezioniamo solo gli intervistati che sono tornati in Tunisia dopo aver vissuto in Italia (circa 100, equamente distribuiti tra le due indagini) il peggioramento della situazione resta evidente: il ciclo migratorio è completo per 4 migranti su 10 tra gli intervistati nel 2006 e 1 su 10 tra quelli del 2012. E’ la combinazione tra politiche migratorie (più restrittive e orientate a fornire manodopera flessibile), crisi economica e precarizzazione del lavoro che spiega come mai i cicli migratori degli ultimi dieci anni sono più incerti e insicuri rispetto ai decenni precedenti. Comparando l’esperienza degli intervistati tunisini che hanno vissuto in Italia, notiamo un peggioramento nel tempo, su diverse dimensioni prese in esame, tra cui le opportunità e le condizioni di lavoro, l’accesso ai servizi e al welfare, sentimento di discriminazione. La precarizzazione dei cicli migratori tende ad avere un impatto negativo sulla reintegrazione socioprofessionale nel paese di origine, com’è stato già discusso da Cassarino e Guarneri[1]. La figura 2 illustra chiaramente che la proporzione dei migranti tunisini tornati dall’Italia che sono riusciti ad ottenere impieghi più ‘sicuri’ o realizzare attività imprenditoriali sia in Italia che dopo il rientro in Tunisia, è minore nell’indagine del 2012 rispetto a quanto osservato nel 2006. 
L’Europa sta perdendo il suo appeal?
Ho riscontrato una simile tendenza tra i migranti di ritorno che sono andati a lavorare in Francia. Del resto, che l’Europa offra meno opportunità rispetto al passato non sembra essere sfuggito alle nuove generazioni di migranti tunisini che, a differenza dei loro connazionali emigrati – e ritornati in Tunisia – nei decenni precedenti, hanno scelto in misura maggiore paesi non europei, soprattutto gli stati arabi, come principale destinazione. Molti studi ci dicono che l’identità dell’Europa è in crisi e che i giovani europei sono sempre più disillusi. Cicli migratori sempre più incerti e precari potrebbero diffondere tale disillusione anche tra quei paesi che per generazioni hanno guardato all’Europa come principale meta del proprio progetto migratorio. Serviranno altre indagini per controllare questa ipotesi, ma intanto mi pare di poter affermare che l’impiego della nozione di ciclo migratorio, costruita tenendo conto sia della dimensione istituzionale sia di quella soggettiva che stanno alla base di ogni scelta – e non scelta – di ritorno nel paese di origine, si sia rivelata efficace nell’indagare empiricamente e in senso diacronico, la qualità delle esperienze migratorie.
[1] Cassarino, JP., Guarneri, A. Quando la decisione individuale di tornare nel proprio paese fa la differenza. Pubblicato il 25/07/2007.
[2] Il progetto MIREM (Migration de retour au Maghreb) ed il progetto CRIS (Cross-Regional Information System on the Reintegration of Migrants in their Countries of Origin) sono ospitati presso il Return migration and Development Platform del Robert Schuman Centre for Advanced Studies, Istituto Universitario Europeo. Per saperne di più: http://rsc.eui.eu/RDP.
 

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