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Chi dovrebbe pagare i costi dell’Università, e perché

Gustavo De Santis, Massimo Livi Bacci

La nostra idea di un voucher per l’università ( crf. Una proposta per il rilancio dell’Università), commentata privatamente da amici e colleghi, è stata accolta con sostanziale favore, ma anche accompagnata da qualche critica. Riprendiamo qui il tema, per chiarire meglio alcuni dei suoi aspetti, e sgombrare il campo da alcuni dubbi.

Il problema e la proposta

L’università costa cara (intorno ai 13 mila euro/anno per studente), ma gli iscritti pagano solo una piccola parte di tale costo (circa 1000 euro/anno, in media). Il resto lo mette lo stato, cioè la collettività. Il problema principale che emerge è che, anche in virtù dei costi ridotti, gli studenti non sempre scelgono la miglior Facoltà per loro (gli abbandoni sono alti) e non sempre studiano quanto dovrebbero (i tempi di conseguimento della laurea sono lunghi). La nostra proposta di soluzione consiste nel dire, in pratica: “Io, stato, sovvenziono solo gli anni ufficialmente previsti per il corso di studi che hai scelto. Ma se ci metti di più, o studente, o se alla fine non ti laurei, questa è una scelta che devi pagare tu”. Il tutto, accompagnato da un sistema di controllo sulla qualità dell’istruzione, e sostenuto da un vigoroso sistema di diritto allo studio.Vediamo adesso alcuni punti del dibattito che si è acceso.

Fino a quando studiare è un diritto?

La storia dell’accesso all’istruzione in Italia, come in molti altri paesi industrializzati per il vero, è in pratica una lunga successione di interventi volti a allungare l’obbligo scolastico: dai 2 anni della legge Casati del 1859 siamo ormai arrivati agli 11 fissati nel 2007, e già si discute dell’opportunità di salire a 13, e cioè fino al 18° anno di età. Ognuna di queste modifiche interviene tipicamente anche sul sistema di finanziamento dell’istruzione: chi paga? La decisione è stata, normalmente, quella di rendere gratuita l’istruzione obbligatoria, e di sovvenzionare comunque i gradi ulteriori di studio, nell’ipotesi che ogni anno di studio in più sia un beneficio non solo per il ragazzo, ma anche per la collettività nel suo complesso (v. ad es. Alberto Dalmazzo e Guido De Blasio, I vicini di casa? Meglio se ben istruiti).

Ma una volta alfabetizzati tutti, si cominciano a porre problemi un po’ delicati: fino a quando “spingere” per far studiare i giovani? Tutti, o solo i migliori tra di essi? Tutti gli indirizzi di studio sono ugualmente importanti e da sostenere? Come controllare la qualità del lavoro svolto nei vari ordini di istruzione? Ecc.

Nessuno ha risposte precise per queste domande: si può solo osservare che, ovunque in Europa, i sistemi di istruzione pubblici, anche quelli della scuola secondaria superiore, e anche quelli universitari, sono quasi interamente finanziati dallo stato, e, anche grazie a questi investimenti, il “capitale umano” (più banalmente: il numero medio di anni passati all’interno del sistema formativo) è in crescita in tutto il mondo, e lo sarà presumibilmente anche in futuro (v. Gustavo De Santis, “Livelli di istruzione: the way we were (are, and will be)). Storicamente, questo processo si è accompagnato a un miglioramento in tutti i possibili indicatori di “qualità” (dal reddito pro capite alla durata media della vita; dalle condizioni abitative a quelle di salute; ecc.), ed è facile pensare a un legame di causa-effetto, ed essere tentati di concludere che un anno di studio in più è sempre e comunque un vantaggio. Eppure …

Finanziamenti pubblici a favore dei più ricchi

Istruire costa, e poiché le spese in istruzione devono competere con altri investimenti delle risorse pubbliche non è fuori luogo chiedersi quante e quali persone (e con quali costi) occorra o convenga portare ai più alti gradi della conoscenza. Oggi a un diploma secondario superiore arrivano “solo” 75 giovani italiani su 100, che è poco rispetto agli obiettivi di Lisbona (la percentuale sarebbe dovuta arrivare al 90% nel 2010), ma è tanto rispetto al nostro recente passato. Ma poi? Bisogna portare tutti fino a laurea triennale, poi laurea magistrale e poi dottorato di ricerca?

Nel frattempo, notiamo che il sistema dell’istruzione in generale, e quello universitario, che chiude il ciclo, non svolgono particolarmente bene il loro compito. Vi è una forte permanenza intergenerazionale delle disparità di istruzione, per cui i figli dei laureati accedono alla laurea molto più facilmente degli altri (v., tra gli altri, Checchi e Ballarino, Sistema scolastico e diseguaglianza sociale, Il Mulino, 2006); e questo si aggancia alle differenze di reddito, perché le famiglie che mandano i figli all’università sono mediamente più ricche delle altre. In media la differenza di reddito può non colpire particolarmente (è del 12-15%), ma se consideriamo i giovani di 19-26 anni, notiamo che la quota che risulta iscritta all’università cresce con il reddito familiare (che qui è “equivalente”, cioè: pro capite, ma aggiustato per la dimensione familiare; v. tab. 1): dal 26% di quelli con meno di 1.000 euro/mese a testa, fino al 42% di quelli con oltre 3.000 euro/mese, con differenze particolarmente marcate nel Mezzogiorno.

Tab. 1. Quota di 19-26enni universitari (*) per classi di rediti equivalente (Italia, 2008).

Reddito equivalente (#) Universitari
0-1.000 26.1%
1.000-2.000 33.9%
2.000-3.000 36.8%
3.000 o + 41.8%
Totale 32.9%

(*) Universitari = persone iscritte a un corso di laurea (di qualunque livello) o già laureate.

(#) Reddito equivalente = reddito netto familiare, diviso per la radice quadrata del numero dei componenti.

Fonte: Elaborazione di M. Maltagliati su dati Bankitalia (2008)

Insomma, il sistema pubblico di finanziamento dell’università è regressivo, perché, formalmente rivolto a tutti, favorisce in pratica i ceti più abbienti, e quindi alimenta anziché attenuare le diseguaglianze. E il ciclo poi tende a ripetersi nelle generazioni successive, perché chi ha un alto grado di istruzione consegue un maggior reddito nel corso di vita, consolidando le disuguaglianze. Questa situazione è aggravata dalla debolezza dei meccanismi di sostegno agli studenti “bisognosi e meritevoli”, nel lessico corrente, le risorse necessarie per rendere effettivo il “diritto allo studio”.

Troppo studio? Un danno, e non un vantaggio economico

Benjamin F. Jones (2008, Age and Great Invention, mimeo,) al termine di uno studio elaborato trova conferme del suo sospetto iniziale: che le età più “brillanti” siano quelle giovani, diciamo entro i 35 anni, e che tenere le persone troppo a lungo imbrigliate nel percorso formale di studio porti, nella migliore delle ipotesi, a rallentare innovazioni e scoperte, quando non a perdere del tutto le occasioni della “scintilla creatrice”. Rosolia e Torrini (Il divario generazionale) suggeriscono, tra l’altro, che il percorso lavorativo dei giovani è oggi più tardo a partire, più lento nello sviluppo e più incerto nelle tappe rispetto a una generazione fa. E quanto più tardi ci si butta sul mercato del lavoro, tanto peggio è.

Insomma: è ormai forte il sospetto che sottrarre anni potenzialmente produttivi per tenere sui banchi universitari giovani poco motivati, o non versati allo studio, possa essere uno spreco. Non in tutti i casi, certo: ma quando meno della metà degli immatricolati arriva al termine degli studi universitari, e quelli che lo fanno ci mettono quasi il doppio degli anni canonici previsti, i segnali di allarme sono piuttosto evidenti.

Preso atto del problema, si può ancora discutere delle soluzioni. Una, ad esempio, è quella di spedire a tutti gli immatricolati il certificato di laurea – una sorta di “attestato di frequenza” – allo scadere dei tre anni di università, indipendentemente da quello che hanno imparato o dimostrato di saper fare. Una soluzione paradossale? Non troppo, quando tutti gli attori hanno interesse a muoversi in questa direzione: gli studenti e le loro famiglie vogliono infatti al più presto vedere “il pezzo di carta”, e le università sono attualmente valutate dal Ministero essenzialmente in base a parametri quali i tassi di abbandono (troppo alti, come si è visto) e i tempi di conseguimento della laurea (troppo lunghi). Del resto, il recente scandalo dei diplomi facili rilasciati da certi istituti superiori privati non fa che confermare quello che tutti sappiamo: non appena si abbassa un poco la guardia, la tentazione di accedere rapidamente, e con pochi meriti, al pezzo di carta emerge prepotentemente.

E dunque, quando si insiste sull’opportunità di indurre i giovani a scelte universitarie responsabili (scegliere la facoltà adatta, e darci dentro con lo studio), appare anche opportuno prevedere meccanismi di controllo della qualità – preferibilmente un meccanismo di doppio controllo, all’ingresso e all’uscita, per cercare di valutare quanto “valore aggiunto” il corso universitario ha messo nella saccoccia di ogni studente.

La nostra proposta non fa altro che segnalare un problema (ritardi e abbandoni), e cercare una soluzione che contemperi le due esigenze: più laureati, ma non meno qualità. Il dibattito è aperto …

 

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