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C’è anche la povertà educativa

Chiara Saraceno

L’indice di povertà educativa

Già da qualche anno l’Unicef, sulla base di una letteratura sempre più ampia[1], ha iniziato un lavoro di messa a punto di indicatori del benessere specifici per i bambini e ragazzi. Si tratta di una operazione non semplice, sia sul piano metodologico che concettuale,  resa ancor più ardua dalle finalità comparative, che tuttavia merita di essere perseguita a fini non solo conoscitivi, ma anche di policy. Va accolto quindi con molto interesse il lavoro fatto da Save the Children, nel suo ultimo rapporto La lampada di Aladino,[2] per costruire un indice di povertà educativa (IPE), che si accosti a quelli  di povertà economica e di deprivazione materiale grave per valutare la carenza di risorse adeguate alla crescita e sviluppo delle capacità individuali. Gli indicatori che lo compongono riguardano sia le caratteristiche dell’offerta scolastica pubblica, sia dati di comportamento quali la dispersione scolastica, la pratica sportiva, la partecipazione ad attività culturali. Come tutti gli indici è necessariamente parziale e vi sono problemi metodologici e concettuali non del tutto risolti, a partire dalla questione se dare o meno lo stesso peso a indicatori molto eterogenei, e da quella di come combinare dati di input (risorse) con dati di outcome (esiti). Mancano, inoltre, perché materialmente non disponibili, molti dati che pure sarebbero utili. Infine, a differenza degli indicatori sulla povertà e la deprivazione materiale, questo indice si riferisce innanzitutto a intere realtà territoriali e non a singole condizioni individuali.
Forti disuguaglianze territoriali

Anche in questo primo parziale abbozzo, tuttavia, due fenomeni appaiono con grande evidenza. Il primo è, appunto, la disuguaglianza territoriale. Fin dalla prima infanzia, ai bambini e ragazzi vengono offerte meno risorse proprio là dove sarebbe necessario offrirne di più: meno nidi, meno scuola primaria a tempo pieno, meno mense scolastiche, proprio nelle regioni meridionali dove sonomaggiori non solo la povertà minorile, ma anche la dispersione scolastica e il numero di NEET, e dove sonopeggiori i risultati medi dei test sulle competenze cognitive, mentre risulta più contenuta la partecipazione ad attività sportive e culturali di vario genere, così come la lettura di libri al di fuori di quelli scolastici. In altri termini, là dove le istituzioni educative, a partire dal nido, avrebbero una maggiore responsabilità di offrire opportunità ed esperienze che le famiglie non sono in grado di fornire, l’offerta educativa è invece più povera e scarsa. Il che non significa che invece nelle regioni più ricche non ci siano problemi. Nessuna regione italiana, ad esempio, ha ancora raggiunto l’obiettivo europeo di un 30% di copertura per gli asili nido e nessuna regione italiana offre il tempo pieno scolastico almeno al 50% degli scolari. Solo il Veneto ha raggiunto l’obiettivo europeo di contenere al 10% la dispersione scolastica mentre altre quattro regioni vi sono molto vicine. Ed i dati sulla lettura, la pratica sportiva e la partecipazione culturale non sono molto confortanti. Ma i divari inter-regionali sono enormi (con la positiva eccezione al Sud della Basilicata  in alcune dimensioni e, invece, quelle negative della Valle d’Aosta e della provincia di Bolzano al Nord).
Il disinteresse degli amministratori
Il secondo dato da sottolineare è la scarsa considerazione in cui politici e amministratori sembrano tenere i bisogni e i diritti di bambini e minori, testimoniata non solo dai divari sopra richiamati e dalle carenze riscontrate anche nelle situazioni più felici, ma anche dalla scarsa preoccupazione che dimostrano per la sicurezza fisica dei minori. La spia più drammatica di questo disinteresse è il fatto che quasi la metà  (47%) degli istituti scolastici italiani manca del certificato di agibilità, ovvero non ha fatto effettuare nessun controllo sulla sicurezza degli ambienti in cui i bambini e ragazzi passano tante ore della giornata.  Anche in questo caso i divari inter-regionali sono enormi: si va dal 73% delle scuole del Friuli Venezia Giulia (che appare complessivamente la regione più amichevole nei confronti dei minori)  al 27% della Sardegna. Solo Campania (per altro ultima nella graduatoria complessiva) e Basilicata, tra le regioni del Sud, superano il 50%, mentre Abruzzo e Lazio arrivano solo, rispettivamente, al 42% e 33%. Scorporando l’indice complessivo in due sotto-indici, uno riferito all’offerta educativa in senso stretto e l’altro alla partecipazione alle attività culturali, sportive e ricreative, le posizioni delle regioni in graduatoria cambiano un poco, segnalando che non vi è sempre totale corrispondenza tra le due dimensioni; anche se solo nel caso della Basilicata la posizione è molto diversa nei due sotto-indici, segnalando lo sforzo positivo fatto in questa regione per quanto riguarda l’offerta scolastica. Occorrerà lavorare ancora su questo indice, per affinarlo ed anche per stimolare la produzione dei dati necessari. Pur con limiti e parzialità, tuttavia, il  quadro delineato dal rapporto dovrebbe essere sufficiente a sollecitare politici e amministratori  ad affrontare la questione della povertà educativa come un aspetto cruciale del necessario investimento nelle nuove generazioni.
 


[1] Cfr Unicef, Child poverty in perspective: an overview of  child well-being in rich countries, UNICEF 2007; J. Bradshaw, P. Hoelscher, D.Richardson, An Index of child well-being  in the European Union, Social Indicators Research (2007) 80: 133–177

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