Lavorare e avere figli non è più un dilemma?

Un tempo le donne occupate avevano meno probabilità di avere figli. Attraverso una sintesi di 94 studi Anna Matysiak e Daniele Vignoli mostrano che, nei paesi ad alto reddito, questa differenza si è quasi annullata. Il cambiamento, però, non è uniforme: in Italia, Germania e Spagna conciliare lavoro e genitorialità resta più difficile.
Quando lavorare ostacolava la maternità
Per molto tempo, per una donna lavorare e avere figli sono state scelte difficili da conciliare. La cura dei bambini ricadeva soprattutto sulle madri, mentre servizi e congedi offrivano poco sostegno. Non sorprende che le donne occupate risultassero meno propense ad avere un figlio rispetto a quelle fuori dal mercato del lavoro. In una prima meta-analisi, pubblicata nel 2008 e basata su 29 studi disponibili fino al 2006, era stata evidenziata proprio questa associazione negativa (Matysiak e Vignoli, 2008). Era particolarmente marcata nei paesi che offrivano meno sostegno alle famiglie in cui entrambi i genitori lavoravano.
Oggi, però, la vita familiare e il lavoro sono cambiati. I servizi per l’infanzia e i congedi si sono ampliati, anche se non ovunque allo stesso modo; i padri partecipano di più alla cura e per molte famiglie due redditi sono diventati indispensabili. Il lavoro può ancora sottrarre tempo alla famiglia, ma può anche fornire le risorse e la sicurezza necessarie per progettare una nascita. Quale di queste due spinte prevale?
Per rispondere a questa domanda Anna Matysiak e Daniele Vignoli (2026) hanno riunito i risultati di 94 studi pubblicati tra il 1990 e il 2023, relativi a Europa, Nord America e Australia. Gli studi confrontano la probabilità di avere un primo figlio, o un figlio successivo, tra donne occupate e non occupate. Complessivamente abbiamo analizzato 572 stime, tenendo conto delle differenze tra gli studi e, soprattutto, del periodo a cui si riferiscono i dati. Il confronto riguarda studi basati sulle storie riproduttive delle donne all’interno dei singoli paesi: non è una semplice correlazione tra tassi nazionali di occupazione e fecondità.
Il legame negativo tra lavoro e fecondità si annulla
Il cambiamento nel tempo è netto. Nei periodi 1950–1979 e 1980–1999, le donne occupate avevano in media una probabilità di avere un figlio inferiore, rispettivamente, di circa il 15% e il 12% rispetto alle non occupate. Negli studi che coprono il periodo 2000–2020, la differenza media si avvicina invece a zero. La figura 1 mostra come le stime si spostino verso la linea verticale, che indica l’assenza di associazione. La tendenza generale riguarda sia la nascita del primo figlio sia quelle successive.
Figura 1 – L’associazione tra occupazione femminile e nascite nei diversi periodi. I punti indicano la stima media dell’effetto del lavoro femminile sulla fecondità e i segmenti orizzontali il suo intervallo di incertezza; la linea tratteggiata segnala l’assenza di associazione.

Fonte: Matysiak e Vignoli (2026).
Non significa che il lavoro renda automaticamente più facile avere figli. Le donne occupate e non occupate possono differire per molti aspetti; inoltre, il progetto di avere un bambino può influenzare a sua volta le scelte lavorative. La nostra analisi documenta quindi un cambiamento nell’associazione tra occupazione e fecondità, non un effetto causale del lavoro.
Il quadro varia molto tra paesi. Nei paesi nordici, così come in Francia, Belgio e Paesi Bassi, l’associazione è positiva nel periodo più recente considerato: le donne occupate risultano più propense ad avere un figlio. In Australia, Canada, Regno Unito e Stati Uniti il legame, un tempo fortemente negativo, si è molto attenuato. Nell’analisi principale non è più statisticamente distinguibile da zero, anche se alcune verifiche suggeriscono che resti leggermente negativo. Nei paesi dell’Europa centro-orientale emerge un’associazione positiva, ma gli studi disponibili non arrivano abbastanza avanti nel nuovo secolo per dire se sia rimasta tale.
Germania, Italia e Spagna si distinguono: considerate insieme, mostrano ancora un’associazione negativa, senza un cambiamento statisticamente chiaro nel tempo. Tuttavia, Alderotti (2022) rileva che in Italia, dal 2010, l’associazione tra occupazione femminile e primo figlio è diventata positiva; lo svantaggio medio delle occupate è trainato soprattutto dal Mezzogiorno. Uno studio sui dati fiscali delle coppie in Toscana trova inoltre che redditi più elevati, sia per lei sia per lui, si associano a una maggiore probabilità di avere il primo figlio (Gil-Hernández e altri, 2026). Insieme, i due studi suggeriscono un cambiamento recente anche per l’Italia, che la sintesi dei 94 studi qui presentata potrebbe non cogliere pienamente.
Ripensare le condizioni della genitorialità
Questi risultati invitano a guardare oltre la vecchia idea che il lavoro delle donne ostacoli necessariamente le nascite. Un’occupazione può entrare in conflitto con i tempi della cura, soprattutto quando i servizi sono scarsi e la responsabilità familiare è distribuita in modo diseguale. Ma un reddito affidabile può anche permettere di sostenere le spese di una casa, dei figli e dei servizi di cura. Conta quindi non solo avere un lavoro, ma anche quanto sia stabile, retribuito e compatibile con la vita familiare. I confronti tra paesi suggeriscono l’importanza di servizi per l’infanzia accessibili, congedi che coinvolgano entrambi i genitori e condizioni di lavoro capaci di adattarsi alle esigenze di cura.
Anche la teoria deve aggiornarsi. Le spiegazioni fondate su una scelta obbligata tra impiego e maternità non descrivono più molte famiglie. Il lavoro può rendere più difficile trovare tempo per i figli, ma può offrire la sicurezza economica necessaria per averli. Capire quale forza prevalga richiede di considerare insieme qualità dell’occupazione, servizi, sostegno dei partner e distribuzione della cura. Per l’Italia la questione è particolarmente concreta: se lavoro e figli restano difficili da conciliare, è su queste condizioni che occorre intervenire.
Per saperne di più
Matysiak, A. e Vignoli, D. (2026), “The End of an Era: The Vanishing Negative Effect of Women’s Employment on Fertility”, Population and Development Review. https://doi.org/10.1111/padr.70053
Matysiak, A. e Vignoli, D. (2008), “Fertility and Women’s Employment: A Meta-Analysis”, European Journal of Population, 24, 363–384. 10.1007/s10680-007-9146-2
Alderotti, G. (2022), “Female employment and first childbirth in Italy: what news?”, Genus, 78, 14. https://doi.org/10.1186/s41118-022-00162-w
Gil-Hernández, C. J., Vignoli, D., Guetto, R., Maitino, M. L. e Ravagli, L. (2026), “Positive effects of his and her income on first births: couple-level evidence from longitudinal tax data in Italy”, European Sociological Review. https://doi.org/10.1093/esr/jcag021