Pensioni povere e “intrappolamento”: l’invecchiamento delle lavoratrici migranti nel settore della cura

Una ricerca qualitativa condotta a Roma tra migranti ucraine, rumene, peruviane e filippine mostra come il sistema previdenziale italiano, formalmente universale, produca per le lavoratrici domestiche e di cura un accesso profondamente diseguale alla pensione, fino a impedire, paradossalmente, il ritorno nel paese d’origine.

In Italia il lavoro di cura degli anziani è, in larghissima misura, lavoro di donne migranti. Secondo l’Istat, nel 2022 il 39,3% del settore dei servizi alla persona era ancora irregolare; i dati Adapt indicano che solo il 44,2% delle lavoratrici ha superato le 50 settimane di lavoro annuo. Sono numeri che raccontano carriere discontinue, spesso sommerse: esattamente il profilo che il sistema pensionistico contributivo, introdotto con la riforma Dini del 1995 e consolidato dalle riforme successive, penalizza maggiormente, perché lega l’assegno futuro a salario medio e continuità contributiva.

Una ricerca qualitativa condotta a Roma tra il 2024 e il 2025 nell’ambito del progetto Age-It finanziato dal PNRR, ha permesso di osservare da vicino come questo meccanismo si traduca in vite concrete. Le protagoniste vengono dai quattro paesi più rappresentati nel lavoro domestico italiano: Ucraina, Romania, Perù, Filippine.

Un doppio svantaggio: l’ingresso irregolare e il “nero” che continua.

Il primo ostacolo è quasi sempre lo status giuridico dei primi anni. Tutte le intervistate sono arrivate in Italia in condizione di irregolarità, senza possibilità di un contratto regolare fin dal principio. “Quando sei immigrata irregolare accetti tutti i lavori che trovi”, racconta una lavoratrice romena, che ha potuto mettersi in regola solo con la sanatoria del 1999.

Ma l’irregolarità non finisce con il permesso di soggiorno: si trasferisce nelle ore di lavoro dichiarate. Una lavoratrice ucraina lo spiega con crudezza: chi lavora 54 ore a settimana, l’orario tipico del lavoro domestico “h24”, spesso si vede mettere in busta paga solo 25 ore, perché nessuno vuole pagare i contributi pieni. “Per raccogliere questi contributi che servono per la pensione, per avere un anno pieno di contributi io devo lavorare due anni.” Una lavoratrice peruviana, dopo 25 anni di lavoro, ne conta solo 14 in regola.

A questo si somma un deficit informativo strutturale: molte lavoratrici scoprono solo a ridosso della pensione che gli anni di lavoro svolti non hanno generato un’anzianità contributiva sufficiente. E spesso l’unica fonte di informazione disponibile è il datore di lavoro stesso che ha un interesse diretto a pagare meno contributi possibile.

Il paradosso: pensioni troppo basse, e allora si resta.

Il dato più significativo emerso dalle interviste è che, anche dopo decenni di lavoro in Italia, la pensione contributiva maturata spesso non raggiunge l’importo dell’assegno sociale (circa 500 euro mensili). Un rappresentante sindacale lo riassume così: “la pensione di lavoro arrivava a 300€, 280€, e l’assegno sociale supera i 500€. L’assegno sociale però è una trappola.”

È qui che il meccanismo si ribalta rispetto a quanto ci si aspetterebbe. La letteratura sul cosiddetto welfare bordering descrive politiche pensate per scoraggiare l’arrivo o la permanenza dei migranti. Nel caso delle pensioni, invece, accade l’opposto: l’assegno sociale è vincolato a un requisito di residenza stabile in Italia (oltre che a specifiche condizioni di permesso di soggiorno e a dieci anni di residenza). Chi dipende da quell’assegno per sopravvivere non può tornare nel paese d’origine senza perderlo. “Siamo intrappolati”, dice una delle intervistate.

Non tutte le porte sono chiuse: a 71 anni l’assegno sociale può essere convertito in una pensione di vecchiaia, esportabile anche se di importo ancora più basso (circa 400 euro). Ma per molte, dopo trent’anni di vita costruita in Italia, amicizie, legami, una quotidianità, il ritorno resta comunque difficile, anche quando formalmente possibile. A questo si aggiunge un altro ancoraggio potente: l’accesso alle cure sanitarie gratuite, un motivo esplicito, per alcune, della richiesta di cittadinanza italiana.

Una discriminazione senza esclusione esplicita

Ciò che rende interessante questo caso, dal punto di vista sociologico, è che non si tratta di discriminazione dichiarata: nessuna norma esclude formalmente le lavoratrici migranti dal sistema pensionistico. Lo svantaggio si accumula silenziosamente, attraverso l’interazione fra regole apparentemente neutre, il metodo contributivo, i requisiti di residenza per l’assegno sociale, e condizioni di partenza strutturalmente diseguali: regime migratorio, segregazione occupazionale, informalità.

Il risultato è un caso di policy failure: non il mancato raggiungimento degli obiettivi dichiarati dalle riforme, ma un effetto collaterale opposto a quello che ci si aspetterebbe da politiche di “sciovinismo del welfare”. Norme pensate per garantire protezione sociale finiscono per trattenere sul territorio, in condizioni di vulnerabilità economica, proprio la popolazione che meno risorse ha per gestirla.

Il caso delle lavoratrici della cura è un caso limite, ma illuminante, di un problema più generale: un sistema contributivo “puro”, costruito sul modello della carriera stabile e continuativa, fatica a proteggere chi ha attraversato percorsi lavorativi discontinui, informali o segnati da mobilità internazionale. Con l’invecchiamento della popolazione migrante in Italia, un fenomeno destinato a crescere nei prossimi decenni, la domanda posta da questa ricerca diventa via via più urgente: come garantire che l’accesso “formalmente uguale” alla pensione non produca, nei fatti, esiti sistematicamente diseguali nella vecchiaia?