In piena recessione demografica, il Giappone teme l’immigrazione

Con una demografia gemella di quella italiana, il Giappone non  cambia la sua tradizionale diffidenza verso l’immigrazione. Ce ne parla Massimo Livi Bacci, in margine all’intervista della Premier Giapponese Takaichi durante la sua recente visita in Italia. La parola d’ordine del governo consiste nel puntare su una “coesistenza ordinata” tra stranieri e nativi, difficile da conseguire poiché ai primi si rende sempre più difficile una stabile residenza, puntando sempre più su forme di immigrazione temporanea. 

In assenza di immigrazione, la popolazione del Giappone – in diminuzione, come quella dell’Italia, da oltre un decennio – perderebbe nel prossimo quarto di secolo 18 milioni di abitanti (-15%), scendendo dai 123 milioni attuali ai 105 del 2050. Non troppo diversa la prospettiva dell’Italia, che da 59 scenderebbe, alla stessa data, a 52 milioni, e con le stesse modifiche strutturali per il fortissimo aumento degli anziani e il forte regresso di giovani e adulti. Tuttavia, la situazione giapponese è più seria, sia per il relativo isolamento geografico e sociale – se non altro il nostro paese è integrato in una (relativamente solida) unione continentale – sia per la profonda e diffusa avversione all’arrivo di migranti portatori di diverse culture. Mentre sono fortemente sviluppate le politiche sociali per la popolazione anziana e si stanno avviando (con una certa lentezza) quelle a favore delle famiglie, si mantengono e rafforzano i filtri all’immigrazione. 

Un’intervista alla Primo Ministro Takaichi

In una lunga intervista1 durante la recente visita in Italia, la premier giapponese Takaichi ha affrontato il tema della contrazione della forza di lavoro, riconoscendone gli aspetti negativi ma rimanendo sul generico sulle misure di contrasto o adattamento: “Per affrontare questa sfida, è innanzitutto importante impegnarsi con costanza per aumentare il tasso di partecipazione alla forza lavoro nazionale e migliorare la produttività attraverso l’automazione e altri mezzi.” Sull’immigrazione Takaichi afferma: “Per quanto riguarda i lavoratori stranieri, la politica del Giappone consiste nell’accogliere attivamente cittadini stranieri nei settori professionali e tecnici, poiché ciò contribuisce al rilancio dell’economia e della società giapponesi”. Ma attenzione: “Se è vero che l’accoglienza di un numero elevato di cittadini stranieri potrebbe in una certa misura frenare il calo della forza lavoro nazionale causato dal calo della natalità, tuttavia, l’arrivo di un gran numero di cittadini stranieri senza adeguate misure di accoglienza e nell’ambito di sistemi non in grado di far fronte a un aumento dei residenti stranieri, potrebbe causare confusione e attriti in vari ambiti, tra cui la società, l’economia, l’occupazione, l’istruzione, l’assistenza sanitaria, il welfare, le comunità locali e la sicurezza pubblica.”. In altre parole: sì all’immigrazione di qualità. No, o quasi no,  a quella generica della quale, peraltro, il paese ha necessità. “ In prospettiva futura, il Governo giapponese sta quindi conducendo analisi approfondite, da molteplici punti di vista, tra cui la previdenza sociale e l’istruzione, sui vantaggi derivanti dall’accoglienza dei cittadini stranieri e sulle sfide ad essa associate, e sta portando avanti una riflessione sull’approccio di base da adottare per definire la forma di accoglienza più adeguata per il Giappone.” Eppure la popolazione straniera regolarmente dimorante2 in Giappone è relativamente modesta (meno di 4 milioni, assai meno dell’Italia, che ha popolazione pari alla metà), costituita da Coreani, Cinesi, Filippini e anche Brasiliani e Peruviani (Figura 1). Questi ultimi arrivarono a seguito di una fallimentare convenzione volta a far rientrare i discendenti di immigrati giapponesi in Brasile e in Perù, ritenendoli facilmente assimilabili: la realtà ha clamorosamente smentito le aspettative. Fino agli anni ’80, la collettività straniera era composta quasi esclusivamente dai Coreani, discendenti da lavoratori deportati forzosamente in Giappone, soprattutto negli anni di guerra, quando la Corea era una colonia giapponese.


Figura 1 – Stranieri dimoranti in Giappone secondo la provenienza, 1950-2023

Fonte: Randall S. Jones, Addressing demographic headwinds in Japan: A long-term perspective,  Oecd Economics Department WP No. 1792, p. 44


Aprire il paese, una predica inutile

 Già nel 2010, in un influente rapporto3 si affermava: “Il Giappone ha necessità di internazionalizzarsi, aprendo le porte a nuove risorse umane. Molte sono le imprese giapponesi multinazionali e dobbiamo ammettere apertamente che il nostro sistema manifatturiero non può rimanere esclusivamente basato sul lavoro autoctono. La politica attuale di non ammettere manodopera non qualificata è irrealistica e deve essere modificata.”  E per ottenere questo, “… occorre iniziare una vasta campagna educativa per cambiare quegli atteggiamenti ristretti di superiorità connaturati ad una società chiusa e preparare il terreno per lo sviluppo di una società armoniosa e multiculturale”. Da allora, la situazione si è aggravata, la demografia si è ulteriormente indebolita, e la politica sta stringendo i freni a fronte delle pressioni migratorie.. 

Una politica migratoria disorganica

In realtà, il Giappone non ha una vera e propria politica migratoria: si limita, infatti, a gestire i flussi di breve termine. Citiamo una significativa sintesi della situazione:4 “Il governo giapponese ha varato politiche che incoraggiano attivamente l’afflusso di cittadini stranieri come lavoratori e ha anche previsto percorsi che consentono loro di prolungare legalmente il soggiorno. Tuttavia, non ha mai rilasciato visti finalizzati all’insediamento permanente. Questo è il motivo per cui il governo giapponese afferma di non avere una “politica di immigrazione” (imin seisaku) in senso stretto.” L’aumento dei residenti stranieri (Figura 1)  deriva da un afflusso di lavoratori ammessi su base temporanea (in linea con la politica ufficiale di “non immigrazione” del governo giapponese). Nella Figura 2, si riportano le domande di residenza permanente avanzate dagli immigrati: il loro numero diminuisce nel tempo, mentre aumentano le domande rifiutate, e cresce di conseguenza il numero degli immigrati con permessi di residenza temporanei. Insomma, una politica simile a quella dei “lavoratori ospiti” in voga in Europa qualche decennio addietro, ma che si rivelò assai poco adatta a governare le pressioni migratorie dell’epoca.  


Figura 2 – Domande di residenza permanente degli immigrati, approvate e respinte, 2006-2024.

Fonte: https://www.nippon.com/en/in-depth/d01206/


Figura 3 – Domande di naturalizzazione, approvate e rifiutate, 1989-2024 

Fonte: https://www.nippon.com/en/in-depth/d01206/


Amare prospettive

La domanda insoddisfatta di lavoro sta già influendo negativamente in diversi settori produttivi, e un numero crescente di piccole e medie imprese risulta in sofferenza e a rischio chiusura. Le professioni che forniscono servizi sociali e pubblici, come insegnanti, medici e operatori sanitari; l’agricoltura e alcuni settori manifatturieri, stanno affrontando una grave carenza di manodopera. Ė stato affermato che5 “il calo demografico del Giappone rende i lavoratori stranieri più indispensabili che mai – specialmente nell’agricoltura, nelle strutture di assistenza agli anziani e in altri settori operai. Tuttavia, in un paese da tempo abituato all’omogeneità etnica, anche coloro che riconoscono l’importanza della manodopera straniera per far fronte alla carenza di forza lavoro si sentono sotto pressione a causa delle norme sociali e dell’attuale clima politico, che impediscono loro di esprimere apertamente il proprio sostegno.” Ciò riflette un conflitto interno nell’opinione pubblica tra il riconoscimento delle realtà demografiche e l’attaccamento a convenzioni di lunga data.

Note

1Intervista del Corriere della Sera del 19 Giugno 2026.

2Si includono però anche i lavoratori stranieri ammessi su base temporanea.

3Council of Population Education and Akashi Research Group,  Seven Proposals for Japan to Reestablish Its Place as a Respected Member of the International Community: Taking a Global Perspective on Japan’s Future, Tokyo, 2010. Yasushi Akashi, ispiratore del documento, era un personaggio molto influente, già Under-Secretary delle Nazioni Unite.

4Nagayoshi Kikuko, Japan’s “Foreigner Policy” Skirts Key Issues: No Orderly Coexistence Without Plan for Immigration, 27 febbraio 2026.

5Peter Chai e Willy Jou. The Paradox of Japan’s Anti-Immigrant Sentiments and Demand for Foreign Labor.