Demografia, lavoro e politica fra le due sponde del Mediterraneo. Parte 1

Comitato d’Azione per il Mediterraneo

Il Comité d’Action pour la Méditerranée, ha recentemente pubblicato un rapporto sulla questione migratoria, proponendo, per il mediterraneo, una nuova strategia, guidata dall’idea politica di integrazione regionale attraverso i giovani e la formazione, il nostro moderno carbone e acciaio.

Il Comité d’Action pour la Méditerranée è stato fondato nel 2024 per proporre soluzioni lungimiranti per la costruzione della regione euro-mediterranea. Riunendo personalità di spicco provenienti da entrambe le sponde, animate da una visione condivisa di un futuro comune, il Comitato si impegna a costruire un’entità geografica e politica più integrata, nell’interesse di tutti, basandosi su un’idea semplice: è la solidarietà di fatto che rende possibile l’integrazione politica. Recentemente, il Comitato ha pubblicato in francese il rapporto: Il Mediterraneo attraverso il lavoro: una partnership per il futuro, curato e in gran parte scritto da Hakim El Karoui e François Gaüzère-Mazauric. Pubblichiamo, in due parti, la versione italiana del Résumé exécutif1.

Migrazioni e demografia

La questione dell’immigrazione, tema politicamente delicato, suscita in Europa posizioni che vanno dalla più rigida fermezza al desiderio di aprire le frontiere senza limiti. Un terzo termine ci permetterebbe di uscire da questa disastrosa dialettica e di costruire un’autentica politica europea di migrazione lavorativa: la demografia. E quindi di concepire, su scala mediterranea, una vera strategia. Costruire il Mediterraneo, attraverso il lavoro. Con l’idea politica di integrazione regionale, attraverso i giovani e la formazione, il nostro moderno carbone e acciaio.

Di fronte a un invecchiamento demografico accelerato, l’Europa potrebbe, senza immigrazione, perdere fino al 20% della sua popolazione in età lavorativa entro il 2050. Il fenomeno è ancora più accentuato in Italia, che potrebbe perdere fino al 31% della popolazione in età lavorativa, e in Spagna (-29%). Questo inverno demografico sta ponendo le economie europee di fronte a gravi difficoltà: la carenza di manodopera sta colpendo numerose professioni, dai medici agli operai edili e agli informatici. Inoltre, il calo del tasso di natalità sta incidendo sul numero di laureati, riducendo ulteriormente il numero di professionisti qualificati che entrano nel mercato del lavoro. La robotizzazione, meno efficiente nei lavori del settore dei servizi rispetto all’industria, così come l’aumento del tasso di attività di giovani, donne e anziani, non saranno sufficienti a colmare queste carenze. La migrazione lavorativa è quindi oggetto di un attento esame. I paesi europei che hanno sperimentato per primi il declino demografico hanno messo in atto strumenti per affrontarne le conseguenze: la Germania ha implementato una strategia di migrazione di manodopera qualificata, come dimostra il continuo rafforzamento dell’accordo sulla migrazione con l’India, firmato nel 2022; il governo spagnolo promuove l’immigrazione come motore di crescita; e anche in Italia, afflitta da una grave carenza di manodopera, l’immigrazione è aumentata del 10% da quando Giorgia Meloni guida il governo.

Sulla sponda meridionale del Mediterraneo, la situazione demografica è ben diversa, in particolare in Egitto e Algeria; tuttavia, la crescita demografica presenta anche significative sfide sociali. Mentre in Egitto nasce circa un bambino ogni 50 abitanti all’anno – rispetto a meno di un bambino ogni 100 abitanti in Francia – i giovani, pur essendo sempre più istruiti, si trovano comunque ad affrontare una disoccupazione significativa. Mentre l’Europa sperimenta una carenza di manodopera, i mercati del lavoro nordafricani faticano ad assorbire tutti i nuovi flussi. Stanno quindi emergendo interessi convergenti su entrambe le sponde del Mediterraneo: spetta agli Stati della regione coglierli.

Analisi settoriali rivelano il ruolo cruciale della migrazione lavorativa nelle economie europee: nel settore edile, un lavoratore su quattro in Germania e Spagna possiede un passaporto straniero; oltre il 15% dei medici che esercitano in Germania e Francia nel 2025 si è formato all’estero, rispetto al 40% in Norvegia; il 70% degli operatori dell’assistenza domiciliare in Italia nel 2025 è di nazionalità straniera. Si potrebbero citare molti altri esempi, soprattutto perché la carenza di manodopera colpisce tutti i livelli di competenza: la quota media di laureati in posti di lavoro richiesti è aumentata in tutta l’Unione Europea dal 28% nel 2023 a circa il 33% nel 2024. La migrazione lavorativa non è quindi solo un’esigenza da prevedere; è già una forza strutturante in moltissime professioni qualificate e non qualificate. 

Perché le migrazioni per lavoro sono meno del necessario

Nonostante ciò, i programmi di migrazione lavorativa attuati rimangono insufficienti, per tre motivi. 

In primo luogo, da un punto di vista quantitativo, i permessi di soggiorno rilasciati esplicitamente per motivi di lavoro, pur in aumento, rappresentano una minoranza molto esigua: costituiscono l’11% di tutti i permessi in Italia, il 14% in Germania e il 17% sia in Francia sia in Spagna. Inoltre, la migrazione lavorativa è di competenza dei singoli Stati: il programma europeo di mobilità basato sull’occupazione ha coinvolto 15.000 professionisti in sei anni, nonostante i milioni di posti di lavoro vacanti si contino ogni anno in tutta Europa.

In secondo luogo, le politiche pubbliche che si basano sull’immigrazione non organizzano sufficientemente programmi di formazione e partenariati per promuovere l’occupazione degli immigrati ricevuti. Ad esempio, in Spagna, prima di una legge che ha ulteriormente liberalizzato l’immigrazione nel 2022, i lavoratori immigrati costituivano il 14,7% della forza lavoro nei settori in cui si registrava carenza di manodopera (2021), rispetto al 17,9% nel 2023, con un aumento di 3,2 punti percentuali. Tuttavia, nei settori con un surplus di manodopera, la percentuale di lavoratori immigrati è aumentata dal 16,1% al 21,5% nello stesso periodo. Ciò significa che, in assenza di canali strutturati per la migrazione lavorativa, l’immigrazione ha creato più disoccupazione di quanta ne abbia colmata nei posti di lavoro in cui vi era carenza di personale – di fatto, la disoccupazione rimane elevata in Spagna.

Infine, questa inadeguatezza dei programmi di formazione e mobilità crea una dannosa fuga di cervelli per i paesi di origine. Stimiamo che il costo della formazione dei soli medici e ingegneri che emigrano ammonti a 270 milioni di euro all’anno per la Tunisia, circa 200 milioni di euro per il Marocco e circa 50 milioni di euro per l’Egitto – questa volta considerando solo gli ingegneri. L’organizzazione di programmi di formazione richiederebbe che i paesi che accolgono immigrati qualificati siano consapevoli del costo della loro formazione e si impegnino a investire in questo settore, insieme ai paesi di origine. In cambio, potrebbero controllare il flusso di lavoratori qualificati, sviluppare programmi di formazione efficaci per colmare le proprie carenze di manodopera e, soprattutto, essere in grado di investire di più nella formazione, migliorandone la qualità.

>> La seconda parte dell’articolo sarà pubblicata il 16 ottobre 2026.

Note

1La versione integrale del rapporto è liberamente scaricabile in francese da https://action-med.org/.