PISA 2025. La scuola italiana e le trappole della media

I risultati di PISA 2025 mostrano una scuola italiana che mantiene sostanzialmente stabili i propri risultati in un contesto internazionale in peggioramento. Dietro questa stabilità però, avverte Mariano Porcu, persistono forti differenze tra gli studenti e una debolezza nelle competenze computazionali, sempre più importanti nell’epoca dell’intelligenza artificiale.

Nelle ultime settimane sono stati pubblicati due importanti rapporti sugli apprendimenti nella scuola italiana: i risultati delle prove INVALSI 2026 e quelli dell’indagine OCSE-PISA 2025. Le prove INVALSI seguono gli studenti nei diversi passaggi del percorso scolastico e ne mostrano le differenze regionali e tra gli indirizzi; PISA valuta invece, su un campione di quindicenni, la capacità di utilizzare ciò che si è appreso e consente di confrontare l’Italia con gli altri sistemi di istruzione.
La prima cosa che tutti guardano sono le graduatorie, come, ad esempio, quella della tab. 1.

Ma la rilevanza di PISA va oltre. La qualità delle procedure statistiche e la ricchezza delle informazioni raccolte consentono di mettere in relazione le competenze con le condizioni sociali degli studenti e con le caratteristiche delle scuole. I risultati devono essere interpretati tenendo conto della loro significatività statistica e senza trasformare le associazioni in rapporti causali. Da una prima lettura emerge, per l’Italia, un quadro apparentemente semplice: mentre gli apprendimenti peggiorano in media tra i paesi OCSE, quelli degli studenti italiani rimangono sostanzialmente stabili.

Stabili mentre la media scende

PISA esprime le competenze degli studenti come punteggi su una scala standardizzata: non sono voti né percentuali, ma consentono di misurare le differenze tra i paesi e le variazioni nel tempo nei diversi ambiti di valutazione. Tra il 2022 e il 2025, nella media dei paesi OCSE, i punteggi sono diminuiti significativamente di 14 punti in lettura e di 9 in matematica, mentre in scienze la flessione non è risultata significativa. In Italia, invece, nessuna delle variazioni osservate nei tre ambiti è statisticamente significativa. Nel 2025, il punteggio italiano è significativamente superiore alla media OCSE in lettura e non se ne discosta in modo significativo in scienze e matematica. È una tenuta da considerare, soprattutto in un quadro internazionale in cui i risultati medi hanno raggiunto i livelli più bassi mai registrati da PISA.

Tuttavia, con una lettura di questo tipo si rischia di cadere nelle trappole della media: se il termine di confronto si abbassa, restare fermi può apparire un avanzamento. La media OCSE continua a essere un riferimento indispensabile, ma non può diventare l’asticella con cui misurare la qualità del nostro sistema scolastico. Raggiungerla o superarla assume infatti un significato diverso se quella stessa media è in crescita o, come oggi, in arretramento.

La tenuta italiana si concentra soprattutto nella parte centrale della distribuzione. La quota di studenti classificati ai livelli più bassi in tutti e tre gli ambiti è significativamente inferiore alla media OCSE, 15,8% contro 19,7%; ma è inferiore anche quella degli studenti ai livelli più elevati in almeno un ambito, 10,1% contro 11,9%. La scuola italiana sembra dunque più capace di contenere la fragilità estrema che di promuovere l’eccellenza.

Ciò che la media nasconde

Ma il confronto con la media OCSE rappresenta soltanto la prima trappola. La seconda emerge quando si guarda dentro il risultato nazionale. Il punteggio medio riassume infatti le competenze di studenti molto diversi, rendendo meno visibili i loro differenti punti di forza e il peso delle condizioni di partenza sugli apprendimenti.

Le differenze di genere ne offrono l’esempio più immediato. In scienze ragazze e ragazzi conseguono risultati equivalenti, ma in lettura le ragazze superano i ragazzi di 28 punti, mentre in matematica sono i ragazzi ad avere un vantaggio di 17 punti. Ancora più ampio è il divario associato alle condizioni sociali: in scienze, 80 punti separano il quarto più avvantaggiato da quello più svantaggiato della distribuzione per condizione socioeconomica. La distanza non è significativamente diversa da quella media dell’OCSE, ma essere in linea con gli altri paesi non rende meno grave il peso delle risorse culturali ed economiche delle famiglie. Anche il background migratorio continua a contare: gli studenti senza background migratorio precedono gli altri di 46 punti.

Queste differenze non possono essere sommate né ricondotte a un’unica spiegazione. Mostrano però quanto poco il dato medio nazionale riesca a raccontare la pluralità delle esperienze scolastiche. La seconda trappola della media consiste proprio in questo: il valore aggregato nasconde che le opportunità di apprendere e le competenze acquisite rimangono profondamente diseguali.

La scuola alla prova del digitale

La stabilità dei risultati italiani deve essere valutata anche alla luce delle trasformazioni tecnologiche. PISA 2025 ha introdotto la valutazione del problem solving computazionale, ossia della capacità di affrontare problemi attraverso la modellizzazione e l’impiego di strumenti computazionali. In questo nuovo ambito il punteggio italiano è significativamente inferiore alla media OCSE: la tenuta nelle competenze tradizionali non sembra dunque estendersi a quelle più direttamente legate al digitale.

A questa debolezza non corrisponde una scarsa familiarità con le nuove tecnologie. Quasi la metà degli studenti italiani utilizza strumenti di intelligenza artificiale generativa almeno una volta alla settimana per apprendere; il 73,7% dichiara inoltre di avere valutato a scuola la qualità dei contenuti generati dall’IA, contro il 62,6% nella media OCSE. Tuttavia, soltanto il 28,4% afferma di non essere distratto dai dispositivi digitali durante le lezioni, contro il 39,2% nell’OCSE. Il 63,2% frequenta scuole nelle quali i cellulari sono vietati, mentre le linee guida specifiche sull’impiego didattico delle tecnologie sono meno diffuse che nella media OCSE: 59,1% contro 71,2%.

I dati descrivono una scuola sospesa tra due strategie: allontanare la tecnologia dall’aula per difendere l’attenzione oppure integrarla nell’apprendimento. Il divieto può avere una funzione, ma non basta. Poiché gli studenti utilizzano comunque l’intelligenza artificiale, la scuola deve (o almeno dovrebbe) insegnare loro a comprendere un problema prima di delegarne la soluzione, verificare le fonti, riconoscere risposte plausibili ma false e conservare l’autonomia del giudizio.

Le competenze per il futuro

Le graduatorie di scienze, matematica e problem solving computazionale sono dominate dai sistemi di istruzione dell’Asia orientale: B-S-J-Z (le province cinesi di Beijing, Shanghai, Jiangsu e Zhejiang), Singapore, Macao, Taipei, Giappone e Corea. In scienze l’Estonia è l’unico paese non asiatico tra i primi sette. La loro distanza dalla media OCSE mostra che risultati molto più elevati sono possibili proprio nelle competenze decisive per l’innovazione scientifica e tecnologica.

Non si tratta di importare modelli educativi nati in contesti diversi, né di leggere le graduatorie come classifiche sportive. Ma la familiarità dei giovani con il digitale e l’intelligenza artificiale non può sostituire la capacità di comprendere la scienza, ragionare matematicamente e affrontare problemi con strumenti computazionali. La scuola italiana ha dimostrato di saper resistere. Ora deve trasformare questa tenuta in capacità di avanzare, riducendo le disuguaglianze e investendo nelle competenze necessarie per comprendere il mondo in continua trasformazione.

Per saperne di più

OECD (2026), OECD PISA 2025 Results (Volume I): Future-ready students, OECD Publishing, Paris, https://doi.org/10.1787/73451bc5-en .