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Chiamata alle armi per le donne?                                            

L’Ocse ha rilevato che i bilanci degli enti previdenziali sono messi a dura prova dalla transizione demografica in corso. L’apporto dell’occupazione femminile potrebbe offrire una possibile soluzione: alleandosi con le loro progettualità o imponendolo con appelli della Patria? 

Il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione assume nei media un tono allarmistico, emergenziale, di sfida verso un nemico che ci avrebbe colto di sorpresa. In un momento storico in cui tornano di moda antichi richiami, come quello alla leva militare, anche l’occupazione femminile diventa una leva per il riequilibrio di un mercato del lavoro reso traballante dalla transizione demografica. Il recente rapporto OCSE sulle pensioni sottolinea come l’incremento del tasso di occupazione femminile potrebbe parzialmente contribuire a contrastare i deficit dei sistemi previdenziali. 

Non è la prima volta che le statistiche rilevano l’importanza dei comportamenti della popolazione femminile e ne delineano i nessi strategici con le dimensioni economiche, di crescita e di sostenibilità di un Paese; tuttavia, nel discorso pubblico si tende ad enfatizzare la necessità del contributo delle donne per il benessere del Paese, ma ci si occupa meno di dare sostegno alla realizzazione dei loro desideri. 

Lavoro e maternità: quando la Patria chiama

Questo atteggiamento ricorda quanto accaduto nel corso dei due conflitti mondiali del secolo scorso, quando tutti i divieti all’assunzione delle donne nei luoghi di lavoro crollarono di colpo per l’economia di guerra, salvo poi ringraziarle e rimandarle a casa una volta finito il conflitto, senza chiedere loro cosa preferivano. Anche la recente pandemia da Covid 19 ha ricreato le condizioni di eccezionalità per cui i settori produttivi in cui era richiesta la presenza al lavoro erano quelli della grande distribuzione, dell’assistenza socio sanitaria in cui le donne sono maggiormente rappresentate, esponendole al rischio di contagio loro e dei loro familiari ma mantenendo inalterato il gap occupazionale, retributivo e, come indica l’Ocse, anche pensionistico. 

Similmente, in tema di maternità i richiami alle scelte responsabili delle donne si fanno insistenti come rimedio a quell’inverno demografico che attanaglia l’Italia fra bassa natalità e progressivo invecchiamento. Ancora una volta, però, i desideri delle donne, documentati da anni dalle indagini Istat, sono ampiamente disattesi: il desiderio di procreare due figli si scontra con le fatiche di trovare e mantenere un’occupazione regolare, di vedere garantite opportunità di crescita e carriera professionale, di poter contare su adeguati servizi per l’infanzia e su una condivisione piena nelle responsabilità familiari con il partner.  Di fronte a tutti questi ostacoli, le coorti di giovani donne in età riproduttiva (già assottigliate nel numero da anni di bassa natalità), o rinunciano proprio alla maternità o scelgono al massimo di avere un figlio unico, per poter bilanciare le necessità della famiglia con le molte incertezze e le poche opportunità sul mercato del lavoro 

Il lavoro di cura stanca  

È soprattutto il lavoro di cura, tuttavia, che rimane il grande obbligo delle donne verso il Paese. Neppure il Covid ha cambiato rotta ad un sistema di welfare che ha nelle famiglie e nel lavoro di cura delle donne il pilastro fondamentale per il benessere di tanti cittadini e cittadine. Vista l’inadeguatezza del sistema dei servizi domiciliari e di cura per gli anziani, quasi il 90% degli over 65 non autosufficienti viene assistito a casa, con conseguenze preoccupanti: le strategie di cura centrate sulla famiglia, infatti, mantengono inalterate le diseguaglianze sociali e di fatto intrappolano i caregiver in perduranti obbligazioni.

Tre recenti ricerche1 hanno documentato il carico assistenziale di milioni di italiani, in prevalenza donne, che quotidianamente assistono persone anziane non autosufficienti o con forme di decadimento cognitivo (circa 10 milioni fra malati e caregiver). La cura si conferma, nelle tre ricerche, come un ambito di attività e responsabilità a forte protagonismo femminile: il profilo del caregiver familiare è quello di una donna per il 70% dei casi, soprattutto nel ruolo di figlia, con un’età compresa fra i 58 ed i 70 anni così come sono soprattutto donne coloro che sono assistite.    

Sia la ricerca sui caregiver milanesi che le survey nazionali disegnano un quadro piuttosto desolante circa la loro qualità di vita: i maggiori ostacoli sono la conciliazione delle attività quotidiane, la conservazione di un posto di lavoro retribuito, lo sviluppo delle relazioni interpersonali e della socialità, la gestione delle spese finanziarie e il mantenimento della salute fisica e mentale.

Il carico di lavoro pratico, l’onere emotivo e i vincoli finanziari sono linee che, in molti casi, tracciano il ritratto di persone che procedono come acrobati in equilibrio precario. Sono donne, in qualche caso ancora giovani ma perlopiù già in là negli anni, che si trovano di fatto in vite obbligate, intrappolate nelle responsabilità quotidiane dell’assistenza, senza poter contare su un sostegno pubblico adeguato.

 Nello stesso tempo le caregiver sono intente a garantire micro piattaforme esistenziali entro le quali i bisogni trovano modo di mescolarsi con risorse ed opportunità. La cura disegna intrecci complessi e dinamici di interdipendenze, relazioni che se adeguatamente riconosciute, condivise e sostenute creano capitale sociale utilizzabile anche per accompagnare progetti di vita futuri.

I desideri delle donne

Le politiche pubbliche riconoscono l’utilità delle donne per la società nei loro ruoli di lavoratrici, madri e caregivers, ma non sono disponibili ad ascoltare e a combinare questa utilità sociale con i loro desideri individuali. Le responsabilità di cura verso altri, di cui le donne vogliono mediamente continuare ad essere protagoniste, non deve annullare o far arretrare il riconoscimento della loro libertà di scelta e della loro dignità. E proprio nel bilanciamento fra attività di cura e altri modi di dare espressione alle proprie aspirazioni si possono disegnare meccanismi di solidarietà sociale più evoluti e condivisi perché in grado di valorizzare capacità ed autodeterminazione.  

Forse non è irrealistico pensare ad una nuova stagione delle policy in grado di estendere le opportunità e le risorse delle persone, fonte inesauribile di ricchezza per il Paese, nel disegno di un’alleanza evoluta fra l’azione pubblica e nuovi attori del Welfare: un’azione abilitante il contributo delle donne (ma anche degli uomini) e guidata dalla loro visione della cura, combinata però sempre con i loro desideri. 

Note

1Le ricerche sono: 
•Fondazione Ravasi Garzanti, Meglio a casa? Da una ricerca Cergas Bocconi, Quaderni, 1, 2024
•Istituto Superiore di Sanità, Osservatorio Demenze, Alzheimer Uniti Italia, Indagine nazionale sugli aspetti socio-economici delle famiglie di persone con demenza, Report 2025
•Vidas -Ipsos, Il peso della cura, Report 2025

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