Le invisibili diventate indispensabili: vent’anni dopo, che fine hanno fatto le donne dell’Est regolarizzate dalla Bossi-Fini?

Erano “invisibili”, poi sono diventate indispensabili. A oltre vent’anni dalla Bossi-Fini, molte delle donne dell’Est che regolarizzate nel 2003 sono ancora in Italia: stabili, integrate, decisive per la cura degli anziani e per il welfare italiano. Cinzia Conti, Antonella Guarneri, Fabio Massimo Rottino e Salvatore Strozza ci raccontano chi sono oggi queste donne che stanno invecchiando e si avvicinano – anche loro – alla pensione.
In Italia c’è stato un momento preciso in cui la presenza delle donne provenienti dall’Europa Orientale è diventata improvvisamente visibile. Un passaggio unico nella storia delle migrazioni del nostro Paese: la regolarizzazione del 2002. Con quel provvedimento quasi 650.000 cittadini stranieri ottennero un permesso di soggiorno, e una parte consistente erano donne. Per alcune nazionalità, come ucraine e moldave, la crescita da un anno all’altro fu impressionante: oltre il 500%. Dal 1° gennaio 2003 al 1° gennaio 2004 i permessi di soggiorno passarono da 1.503.286 a 2.227.567.
Molte delle donne “emerse” nel 2003 vivevano già qui, spesso da anni, lavorando nel settore dell’assistenza domiciliare. È allora che l’Italia scoprì contemporaneamente due realtà: il crescente bisogno di cura per gli anziani e la presenza, ormai radicata, di migliaia di donne migranti impegnate proprio in questo ambito.
Ma che cosa ne è stato di quelle donne? Dove sono oggi? Si trattò di una regolarizzazione gigante per numeri e implicazioni, e la domanda è rimasta a lungo senza risposta. Per colmare almeno in parte questo vuoto, abbiamo considerato le donne regolarizzate nel 2003 come una vera e propria coorte da seguire nel tempo, ricostruendone il percorso attraverso diversi archivi amministrativi. Le fonti utilizzate includono permessi di soggiorno, Anagrafe nazionale della popolazione residente, cambi di residenza, acquisizioni di cittadinanza e matrimoni.
Stabili, ma mobili
Il primo dato è la sorprendente stabilità. A distanza di 20 anni solamente il 27% delle donne dell’Est regolarizzate non risulta più presente né nei registri dei permessi né in anagrafe. Per le albanesi, oltre l’80% risulta ancora residente (Figura 1). La loro presenza non è stata, quindi, un fenomeno transitorio: queste donne hanno costruito qui una parte importante della loro vita e l’apporto che hanno fornito al mercato del lavoro e alla società italiana è stato, verosimilmente, lungo e continuo.

Ovviamente, sono passati vent’anni e – come si vede anche dalla figura 2 – queste donne sono invecchiate di vent’anni. A differenza di altri migranti, le donne regolarizzate nel 2003 non erano giovanissime quando arrivarono e oggi la loro età media supera i 50 anni: il 53% ha più di 60 anni, e tra le ucraine l’età media supera i 61. Sono donne che hanno dedicato una vita intera al lavoro di cura.

Molte non vivono più dove si erano stabilite inizialmente. I primi dati provvisori evidenziano per la mobilità interna una tendenza netta: le province del Nord (Varese, Verona, Parma, Forlì-Cesena) hanno visto aumentare o mantenere stabilmente sul territorio le donne dell’Est Europa regolarizzate. Nel Mezzogiorno, invece, il calo è evidente. Napoli è passata da 11.244 donne ucraine regolarizzate nel 2003 a 5.149 nel 2025. Lo stesso schema vale anche per albanesi e moldave.
Cittadinanze, matrimoni e integrazione
Molte di queste donne non sono più straniere. Un numero consistente ha acquisito la cittadinanza: 8.254 ucraine, 7.362 moldave e 4.664 albanesi hanno ottenuto quella italiana. In percentuale, quasi il 60% delle albanesi ha acquisito la cittadinanza, contro il 40% delle moldave e valori più bassi per le ucraine — probabilmente “bloccate” dall’impossibilità fino a giugno 2025 di conservare la cittadinanza di origine non essendo prevista la doppia cittadinanza.
Per quanto riguarda i matrimoni, dal 2011 al 2023 oltre 4.500 ucraine si sono sposate, ma le percentuali più alte si osservano tra le russe e le bielorusse. I dati sono parziali, ma indicano chiaramente un processo di integrazione lungo e articolato.
Interessante anche la distribuzione temporale delle cittadinanze: un picco nel 2016 — in linea con le statistiche nazionali — e un altro più recente per le ucraine dopo lo scoppio della guerra.
Un contributo essenziale e un vuoto che si aprirà
Queste donne hanno fornito un contributo stabile e decisivo alla struttura demografica del Paese, al mercato del lavoro e, in modo particolare, al sistema di cura della popolazione anziana. La loro presenza ha sostenuto per oltre vent’anni un settore cruciale in un contesto di rapido invecchiamento della popolazione. Va inoltre ricordato che la regolarizzazione attuata con le leggi 189/2002 e 222/2002 — la più estesa mai realizzata in Italia — ha preceduto di alcuni anni una fase in cui le immigrazioni per lavoro, in assenza di decreti flussi programmatici (riattivati solo di recente), si sono significativamente ridotte rispetto al passato.
Ora, però, queste donne stanno invecchiando. Molte si avvicinano alla pensione, alcune rientrano nei Paesi d’origine, altre non possono più sostenere i ritmi dell’assistenza. E tutto questo accade mentre, come ricorda Alessandro Rosina, l’Italia affronta uno dei più grandi turn over generazionali della storia: oltre sei milioni di Baby Boomers andranno in pensione da qui al 2035.
Alle loro uscite si somma il pensionamento di queste donne — inizialmente quasi 125.000 — che per due decenni hanno rappresentato l’ossatura invisibile della cura domestica in Italia. Un patrimonio umano immenso, che si sta lentamente assottigliando.