Un recente rapporto Istat ha richiamato l’attenzione pubblica su bullismo e cyberbullismo. Si tratta di fenomeni ricorrenti in un’Italia che fa sempre meno figli e in cui i pochissimi bambini e ragazzi si trovano spesso ad essere soli e più fragili rispetto al passato. Mastro Cico riflette sul rapporto tra il mutamento demografico in atto e il crescente disagio dei giovanissimi.
Una premessa
Gli studi sul bullismo e – oggi sempre di più – sul cyberbullismo sono ormai moltissimi ed è alta l’attenzione mediatica e anche politica per i comportamenti vessatori. Ci sono diversi e ormai raffinati approcci per studiare il profilo di autori e vittime. Da quelli psicologici, a quelli pedagogici e sociologici, fino a quelli giuridici. Con questo articolo non si vuole negare la multidimensionalità di un fenomeno che per essere affrontato ha sicuramente bisogno di un approccio multidisciplinare, si vuole solo portare l’attenzione anche sull’elemento demografico, avanzando l’ipotesi che, tra gli altri fattori, anche il calo di numerosità delle nuove generazioni possa aver giocato un ruolo nell’aggravarsi del fenomeno o perlomeno dei suoi effetti sui giovanissimi.
Il cortile: la terra del bullo anni ‘70
La mia generazione – una di quelle ancora abbastanza numerose degli anni ’70 – ricorda molto chiaramente un luogo fondamentale di socializzazione: il cortile. Scendere in cortile era un rito di passaggio. Già a 4-5 anni i genitori ci lasciavano andare a giocare nello spazio sotto casa, a portata di sguardo e di strillo: “E’ pronto! Sali”. Lì si scopriva il mondo, il gioco, l’amicizia, le “cotte”, ma anche la cattiveria, l’invidia, la violenza fisica. I più fortunati avevano fratelli più grandi che li potevano accompagnare, assistere e financo difendere – ma la difesa da parte di familiari era ammessa solo in casi disperati, altrimenti non faceva che aggravare la situazione. La regola era che te la dovevi cavare. Le prime volte, prima di scendere a giocare, i genitori ti guardavano come se partissi per una guerra e pronunciavano con naturalezza la famosa frase: “Dalle e non riportarle”. Si doveva stare attenti a se stessi e ai propri giochi (mai “portare giù” i pochi buoni che si avevano). Era un piccolo mondo e lo era perché eravamo tanti. Nel cortile dove giocavo si riunivano i bambini di tre-quattro palazzi e spesso eravamo una ventina. Incredibile a pensarci oggi. Abito nello stesso quartiere e per mettere insieme venti bambini tra i 5 e i 10 anni ci vogliono molti di più di tre-quattro palazzi. Si verificavano atti che oggi chiameremmo di bullismo? Sì, se ne verificavano molti. Erano gravi? Perché no? Se lo sono oggi, lo erano anche allora. Sono più sensibili i bambini e genitori di oggi? Forse sì, in parte c’è anche questo e c’è anche una mutata consapevolezza delle conseguenze di certi comportamenti. Ma oggi c’è anche un innegabile fatto demografico: i bambini sono pochi. Negli anni ‘70 la fecondità stava diminuendo, ma i bambini non erano ancora una risorsa così rara e preziosa. L’aspetto demografico non può essere trascurato. La solitudine dei bambini oggi è evidente, non solo come situazione psicologica, ma come quadro demografico. Se il cortile, infatti, portava tanti di noi a contatto con le prese in giro e la violenza, d’altro canto creava anche un tessuto solidale. Eravamo tanti, si formavano dei gruppi. Raramente c’era un bambino o una bambina del tutto escluso. C’erano i più forti sì, i più popolari, ma anche i deboli si organizzavano tra di loro. Subivano, ma scattava anche una resistenza solidale. C’erano alleanze con i più grandi. Vere e proprie trattive. Oggi i bambini sono pochi e di conseguenza sono più soli. Sono soli perché non hanno fratelli, non hanno cugini, hanno pochi compagni di scuola e non hanno più cortili in cui trovare coetanei, altrettanto occhialuti, altrettanto in sovrappeso o bassi, con cui sentirsi “insieme”.
Nel 1982 in Italia i bambini tra 0 e 17 anni erano poco meno di 15 milioni. A quaranta anni di distanza, nel 2022, sono meno di 8 milioni e 800 mila. Quasi dimezzati. Su una popolazione totale che invece è cresciuta. Non c’è molto altro da dire. I numeri sono chiari.
I nuovi bulli e nuovi bullizzati
Nel suo recente report su bullismo e cyberbullismo, l’Istat ci dice che nel 2023 il 68,5% dei ragazzi 11-19enni dichiara di essere rimasto vittima di almeno un comportamento offensivo non rispettoso e/o violento, online e/o offline, nei 12 mesi precedenti la rilevazione. Il 21% dichiara di essere rimasto vittima di bullismo, ossia di aver vissuto tali comportamenti in maniera continuativa (più volte al mese), l’8% più volte a settimana. Sono numeri importanti, ma quando scendevo in cortile le prese in giro erano quotidiane (perché avevo gli occhiali, perché avevo pestato degli escrementi, perché ero arrivata ultima nella corsa). Allora cosa fa la differenza? Gli studiosi sono d’accordo nel dire che la solitudine giochi un ruolo essenziale per il bullismo. Specie se si considera un altro aspetto sollevato dal comunicato Istat: il 34% dei giovani 11-19enni ha subìto comportamenti vessatori online almeno una volta nel corso dei 12 mesi precedenti la rilevazione, il 7,8% ne è rimasto vittima più volte al mese. È l’8,9% dei maschi a dichiararsi bullizzato online più volte al mese contro il 6,6% delle femmine. Internet rappresenta bene la spersonalizzazione delle relazioni, l’impossibilità di ricorrere alla solidarietà dei perdenti per fare gruppo. Internet può costituire un rifugio, ma anche un luogo in cui la violenza diventa più semplice da perpetrare. Proprio perché in internet si è davvero soli. I bambini non hanno amici nel palazzo. In quello in cui vivo io, c’è solo un bambino sotto i dieci anni. E allora si tengono in contatto con i social e giocano online, con gli altri, ma effettivamente da soli belle proprie stanze. E nella solitudine ogni offesa, ogni esclusione diventa più grave.

La solitudine demografica
Alla solitudine evidenziata dagli studi psicologici e sociologici che mettono bene in luce come le relazioni nell’era di internet e dei social siano cambiate, si affianca, anzi fa da terreno fertile, la “solitudine demografica”. I bambini sono pochi, sparsi, non esiste una comunità intorno all’infanzia perché ormai l’infanzia è fenomeno raro, sempre meno collettivo. Quando si riflette sul calo della fecondità raramente si pensa a quanto il venire meno dell’elemento “collettivo” in nome della questione “privata” ha segnato un passaggio che ha influenzato numerosi aspetti sociali. I nostri genitori erano dei mostri a lasciarci in cortile a 5 anni? No, non lo erano. Non eravamo soli. C’era sempre qualche mamma in ascolto. Una che passava per fare la spesa. Una che stendeva i panni o li ritirava. E c’era anche qualche papà che magari sistemava l’auto nel garage e poi si fermava a fare due tiri in porta (una porta improvvisata e immaginata, con due sassi, due mattonelle). Intervenivano poco, ma sapevano. E c’era la comunità. Nel bene e nel male. Spesso non era tua madre a passare di lì mentre qualcuno ti tirava i capelli ed era un’altra madre che bloccava la violenza, ma senza immischiarsi troppo, lasciandoti la possibilità di essere autonomo, di rafforzati. Era una comunità che si formava intorno all’avere figli più o meno della stessa età. Anche le famiglie non erano sole. Una solitudine psicologica che tanti studi evidenziano, ma anche una solitudine demografica che segna il nostro tempo.