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Cognomi dei figli: two is megli che uan. Siamo proprio sicuri?

La questione della trasmissione del cognome ai figli è stata riaperta dalla recente sentenza della Corte Costituzionale. In questo articolo Gustavo De Santis propone alcuni criteri cui dovrebbe attenersi una riforma legislativa della materia auspicata dall’alta Corte.

Il comunicato del 17 aprile della Corte costituzionale, dal titolo programmatico “Illegittime tutte le norme che attribuiscono automaticamente il cognome del padre”, dice che “nel solco del principio di eguaglianza e nell’interesse del figlio, entrambi i genitori devono poter condividere la scelta sul suo cognome, che costituisce elemento fondamentale dell’identità personale.”1

Il comunicato prosegue con i dettagli tecnici: “Pertanto, la regola diventa che il figlio assume il cognome di entrambi i genitori nell’ordine dai medesimi concordato, salvo che essi decidano, di comune accordo, di attribuire soltanto il cognome di uno dei due.

In mancanza di accordo sull’ordine di attribuzione del cognome di entrambi i genitori, resta salvo l’intervento del giudice in conformità con quanto dispone l’ordinamento giuridico.”

Questo vale “con riferimento ai figli nati nel matrimonio, fuori dal matrimonio e ai figli adottivi.”

Intenzioni e risultato

L’intenzione è lodevole, ma il risultato inevitabile sarà il doppio cognome sistematico già dalla prossima generazione: chi mai vorrà offendere il coniuge (e tutta la sua famiglia) negandogli il diritto di dare il cognome ai figli? Però, siccome non ci sono (per ora) limiti al numero dei cognomi, dalla generazione ancora successiva, potremmo avere simpaticissimi casi di quattro cognomi – e come altrimenti risolvere il caso di una ipotetica Lucia Mondella Ferrari (ipotizzando che la madre facesse Ferrari, da ragazza) che sposa un possibile Renzo Tramaglino Innocenti (Innocenti per parte di madre, supponiamo), e con lui genera la dolce Maria Giovanna (mica vorremo vietare il doppio nome, spero)? Perché non chiamarla, in tutta semplicità, Maria Giovanna Mondella Ferrari Tramaglino Innocenti, che suona anche tanto nobiliare e gradevole all’udito, quasi come l’endecasillabica contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare di fantozziana memoria? 

Prima (come richiesto dalla Consulta) o poi (come farà il Parlamento), avremo una legge che regolerà la materia. Ma se anche il numero dei cognomi fosse limitato a due (cosa non sempre banale, se, ad esempio, uno dei genitori già parte con un doppio cognome “proprio”), non trovo che questa moltiplicazione di patronimici sarebbe un gran progresso per la vita di tutti i giorni, in cui il carico burocratico è già opprimente – cosa di cui tutti ci lamentiamo, salvo poi concordemente agire affinché esso aumenti ancora. Pensate solo ai casi in cui si devono apporre molte firme (tutte per esteso, ci mancherebbe!) e alla moltiplicazione di rischi di errore sui documenti, soprattutto con la diffusione dei nomi stranieri.

“Two is megli che uan”, era il leit motiv di una pubblicità di gelati, divenuta famosa, quasi trent’anni fa, un po’ per la presenza di un giovanissimo Stefano Accorsi (in lieve difficoltà con l’inglese e con l’abbigliamento, visto che, in piena estate, stava in golf sulla spiaggia), e un po’ per il non troppo velato riferimento sessuale. Ma raddoppiare, per quanto gradevole in alcuni casi, non è sempre l’ideale.

Contemperare le esigenze

Come notano sia Gianpiero Dalla Zuanna (Alcune proposte per la rivoluzione dei cognomi) che Massimo Livi Bacci (Cognomi dei figli: il curioso mostriciattolo di quindici anni fa) nel loro recente intervento neodemico su questo tema, l’uso dei cognomi si è imposto lentamente, non dappertutto e non ovunque con le stesse regole, con due scopi principali:

1) identificare le persone senza ambiguità 

2) collegarle alla loro linea di discendenza (che ora si vuole plurale: alle linee di discendenza, di entrambi i genitori).

C’è però una terza esigenza, che entrambi gli autori sottintendono, pur senza citarla espressamente, e forse un poco sottovalutano: semplicità e rapidità d’uso. E se questa terza esigenza confligge con la seconda, quale far prevalere? Chi, come me, non ama il barocchismo dei doppi cognomi potrebbe preferire una soluzione alternativa: una crasi dei cognomi dei genitori, che non offende nessuno, e lascia spazio alla fantasia e anche a possibili migliorie di cognomi sgraditi. (Sì, avrei potuto dire fusione, invece di crasi, ma la proposta, se vuole avere qualche speranza di successo, va nobilitata con parole ricercate.)

Anche qui serviranno probabilmente regole: ad esempio che il risultato non abbia più di quattro/cinque sillabe, che ogni sillaba sia esistente nell’alfabeto italiano, e che i figli di una stessa coppia abbiano lo stesso cognome. Ma la cosa non sarebbe così difficile da realizzare: per tornare all’esempio di prima, Lucia, figlia di Mondella e di Ferrari, si potrebbe chiamare Lucia Mori, il suo amato, Renzo Trati (da Tramaglino Innocenti) e la loro figliola, Maria Giovanna Moriti.

Al costo, lo ammetto, di indebolire il collegamento (immediato) con la linea di discendenza, si salverebbe però il principio fondante che ha guidato l’intervento della Corte Costituzionale (“entrambi i genitori devono poter condividere la scelta sul suo cognome”) e si semplificherebbe (o almeno, non si complicherebbe ulteriormente) la vita delle future generazioni. 

Note

1Comunicato Sentenza sul cognome, la Consulta: presto una legge per evitare l’effetto moltiplicatore • La sentenza completa


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