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Il solco profondo delle disuguaglianze etniche

Esistono disuguaglianze che rimangono invariate nel tempo, nonostante riguardino popolazioni che vivono nello stesso paese, governate dalle stesse istituzioni e dalle stesse leggi, e che affrontano identici accadimenti storici. Massimo Livi Bacci si sofferma sui profondi divari di reddito legati all’etnia negli Stati Uniti, in particolare quelli che separano i Bianchi dai Neri, rimasti invariati da oltre mezzo secolo, e che ancora nel 2020 si concretano in un reddito familiare mediano dei primi superiore di due terzi a quello dei secondi.

Mai, come in questi ultimi tempi, il concetto di disuguaglianza è stato discusso nei suoi molteplici aspetti, teorici, analitici e politici. Questo rinnovo d’interesse per la questione ha trovato una spinta dall’analisi degli effetti della pandemia di Covid-19; dal suo impatto sulla salute e la sopravvivenza differenziato secondo un ampio spettro di caratteristiche della popolazione non solo biologiche (età, genere, stato di salute), ma anche sociali, economiche, residenziali, lavorative, Come tutti i disastri – guerre, terremoti, inondazioni, siccità, epidemie – gli effetti rivelano appieno le disuguaglianze sociali creando, allo stesso tempo, nuove disuguaglianze, alcune transitorie, altre di lunga durata. 

Disuguaglianze persistenti

Ci sono disuguaglianze, però, che non sono dovute a fattori straordinari contingenti, che non sono facilmente contrastabili da politiche appropriate, ma che risultano sistemiche, di lunga o lunghissima durata. Nel nostro paese, ad esempio, il ritardo del Mezzogiorno dal resto del Paese è rimasto pressoché immutato dell’Unità fino ad oggi, nonostante la comunanza di leggi e di norme, di lingua, di religione, e una lunga storia di interventi economici e politici volti a ricucire il distacco tra le due parti del paese. E nonostante che il reddito reale pro capite degli Italiani sia decuplicato. Cosa ha generato, e perché si è mantenuto così a lungo, questo solco profondo tra le due parti del paese, unico caso (forse) nell’ambito del mondo sviluppato? 

Ancora più preoccupante, e con implicazioni politiche e morali più profonde, sono le disuguaglianze tra etnie, caratterizzate da diversità biologiche (colore della pelle), di appartenenza religiosa, di lingua e cultura. Di queste diversità abbiamo un esempio negli Stati Uniti, dove fin dagli anni ’60, esistono affidabili rilevazioni statistiche sul reddito delle famiglie, secondo varie caratteristiche delle stesse, inclusa la “razza” (race) di appartenenza, e che qui preferiamo definire come “etnia” di appartenenza. Nel 1790, al tempo del primo censimento americano, due gruppi soli – Bianchi e Neri – vennero censiti: dei quasi 4 milioni di abitanti, 80,7% erano bianchi, 19,3% neri. Successivamente vennero incluse rilevazioni per gli indigeni, gli asiatici, gli ispanici (hispanics, originari dell’America Latina). I Neri, che pesavano quasi per un quinto nel 1790, scendevano a circa un decimo della popolazione totale nella prima metà del ‘900, anche in conseguenza dell’immigrazione quasi esclusivamente bianca dall’Europa, per risalire al 12,4% nel 2020. Gli Hispanics e gli Asiatici, raggiungono e sorpassano il 2% del totale della popolazione negli anni ’40 e negli anni ’80 del secolo scorso; nel 2020 i primi raggiungono il 18,7%, i secondi il 6,2%.

Previsioni fatte qualche anno fa (2017) e non ancora aggiornate, mostrano (Tabella 1) il presumibile andamento della composizione etnica del paese fino al 2060. In particolare, lo stock dei bianchi “non Ispanici” ancora maggioritario (60%) nel 2020, cesserà di esserlo nel 2045; i Neri passeranno dal 13,4% al 15%, gli Ispanici dal 18,7% al 27,5%, gli Asiatici dal 6% al 9,1%. 

Bianchi, Neri, Asiatici e Ispanici negli Stati Uniti

Ciò che davvero impressiona è la permanenza nel tempo dei divari economici, come si può desumere dalla Figura 1, che riporta il reddito reale mediano delle famiglie dei quattro maggiori gruppi etnici: Bianchi, Neri, Ispanici, Asiatici. Colpisce la rapidissima ascesa degli asiatici (i dati vengono riportati solo dal 1987), che hanno “staccato” sensibilmente gli altri gruppi, e nel 2020 hanno un reddito mediano più che doppio di quello dei Neri e di oltre un quarto superiore a quello dei Bianchi.  Questi, sempre nel 2020, mostravano un reddito mediano del 35% superiore a quello degli Ispanici e del 63% superiore a quello dei Neri.

Questi divari sono rimasti all’incirca invariati nel corso dei decenni coperti dall’indagine. Il successo degli asiatici deriva, in gran parte, dalla selettività del recente processo migratorio che ha favorito gli elementi con capitale umano molto elevato. Sugli Ispanici pesa, negativamente, l’alta proporzione degli irregolari, la forte segregazione residenziale e la loro storia migratoria relativamente recente. Sulla permanenza secolare del divario tra Neri e le altre etnie, ma particolarmente rispetto ai bianchi, le spiegazioni non sono facili. Le differenze riguardano, oltre al reddito, anche la ricchezza dei nuclei familiari (Figura 2). Un filone di queste punta sugli effetti di lunghissimo termine della originaria condizione di schiavitù, e, in seguito, dell’esclusione sancita dalla legge fino agli anni ’60 del secolo scorso e dall’ampio ventaglio di discriminazioni sociali ancora esistenti. Altre teorie, correnti soprattutto in ambito conservatore, ritengono che le disuguaglianze razziali siano da ricercarsi nella disparità delle scelte, della cultura e dei valori in un quadro caratterizzato da una sostanziale parità “legale” tra bianchi e neri. È legittimo pensare che le due teorie non siano del tutto contraddittorie. 

Un’indagine del Pew Center1 approfondisce vari aspetti dell’appartenenza etnica in America, la percezione della discriminazione, i vantaggi e gli svantaggi dell’etnia di riferimento, l’efficacia delle politiche, e molto altro ancora. Assai rilevante è il fatto che i tre quarti dei Neri ritiene che l’essere neri sia un fattore molto o estremamente importante della loro identità: la percezione della rlevanza dell’etnia di appartenenza è assai più bassa tra gli Ispanici (59%) e gli Asiatici (56%), nobché tra i Bianchi (appena il 15%). Tutti i gruppi ritengono che lo stato delle relazioni etniche sia pessimo, e che queste siano peggiorate nel tempo e particolarmente sotto l’amministrazione Trump.  L’indagine riguarda vari aspetti della discriminazione, nell’accesso alle abitazioni, alla sanità, all’istruzione e altro. Assai rivelatore è poi il fatto che una maggioranza degli intervistati ritenga che  la schiavitù pesi ancor oggi fortemente sulla condizione dei Neri: questa convinzione riguarda non solo l’85% dei Neri, ma anche i due terzi degli Ispanici  e degli Asiatici, e una maggioranza dei Bianchi. A riprova che la ferita della schiavitù, a più di un secolo e mezzo dalla sua abolizione, non è ancora rimarginata.Nella sua prefazione al libro che forse più di ogni altro ha approfondito la condizione dei Neri, Gunnar Myrdal – 80 anni fa – scrisse che il “problema dei Neri è una questione morale” e che “per la grande maggioranza degli americani bianchi, il problema Nero assume precise connotazioni negative. Suggerisce un problema difficile da risolvere ma ugualmente difficile da lasciare da parte.  È imbarazzante.  Determina disagio morale.  La stessa presenza del Nero in America; il suo fato in questo paese, la Guerra Civile e la Ricostruzione; il suo recente sviluppo e la situazione corrente; il suo adattamento; la sua protesta e le sue aspirazioni; infatti la sua intera esistenza biologica, storica e sociale come membro della società americana, rappresenta per la comune persona bianca, nel Nord come nel Sud, un’anomalia nella struttura della società Americana”2. Le cose sono certo cambiate, ma non troppo e sicuramente non abbastanza. 

Note

1Juliana Menasce Horowitz, Anna Brown and Kiana Cox, Race in America 2019, Pew Research Center, Aprile 2019.

2Gunnar Myrdal, An American Dilemma, vol 1, The Negro in a White Nation, McGraw Hill, New York, 1962 [1944], p. LXIX

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