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Anche il prossimo papa sarà straniero?

All’inizio del Novecento, i cardinali elettori erano 60 e più di metà di loro erano italiani. Oggi sono 120 e gli italiani sono in minoranza. I cardinali si sono modificati, seguendo la mondializzazione dei battezzati e dei sacerdoti cattolici. Come ci spiegano Marcantonio Caltabiano e Gianpiero Dalla Zuanna, oggi più di allora il Papa può agire per modellare “a sua immagine” il collegio cardinalizio.

Quando papa Pio X fu eletto ad inizio Novecento i cardinali erano in tutto 64. Solo 2 non erano europei (uno statunitense ed uno australiano), mentre 39 erano italiani e 25 di altri stati europei. La loro età media era di 67 anni, ma solo cinque ne avevano più di 80, mentre 13 avevano meno di 60 anni.

Ad inizio 2022 il collegio cardinalizio è profondamente mutato: i cardinali sono 214, ma gli elettori sono solo 119, poiché sin dal 1970 i cardinali ultraottantenni sono esclusi dal conclave. 

Tra i 119 elettori, gli italiani sono 20, gli altri europei 32, i non europei 67 (di cui 22 dell’America Centro-Meridionale, 15 dell’Asia e 14 dell’Africa, il resto provengono dal Nord America e dell’Oceania).

Anche l’età media dei cardinali elettori è cresciuta in maniera importante nell’ultimo secolo, nonostante l’esclusione degli ultraottantenni, arrivando poco sotto i 73 anni (72,9), quasi sei in più rispetto a cento anni fa. Inoltre, soltanto 5 cardinali elettori hanno meno di 60 anni e 25 un’età compresa tra 60 e 69. Infine, se il numero di cardinali con incarichi di curia è rimasto sostanzialmente immutato, sono invece triplicati i cardinali pastori di diocesi.

Le strategie «demografiche» di nomina

I primi tre pontefici del Novecento (Pio X, Benedetto XV, Pio XI) nominarono in media 4 o 5 cardinali all’anno con una età media di poco superiore ai 60 anni, età comunque sufficiente, data la mortalità dell’epoca, per mantenerne il numero complessivo intorno a 60-65, con una età media di 67 anni e pochi ultraottantenni. In questo modo il collegio cardinalizio si rinnovava in maniera significativa nel giro di 6-7 anni, restando allo stesso tempo numericamente stabile, comportandosi così in maniera simile ad una popolazione stazionaria (ovvero numero di ingressi uguale al numero di uscite, struttura per età costante).

Il «regime demografico» iniziò a cambiare con il lungo pontificato di Pio XII, che rarefece le nomine di nuovi cardinali, cosicché alla sua morte i cardinali erano soltanto 53 e l’età media era salita a 73 anni con ben 12 ultraottantenni. 

Pio XII iniziò ad elevare anche l’età alla nomina, tendenza proseguita anche da Giovanni XXIII e Paolo VI. Questi ultimi due pontefici aumentarono però anche il numero annuo di nuovi cardinali, intorno a 10. Il risultato fu un aumento del numero complessivo di cardinali, fino al raggiungimento della nuova soglia fissata nel 1975 da Paolo VI a 120, e della loro età media.  

Giovanni Paolo II, durante gli oltre cinque lustri del suo pontificato, mantenne un’età alla nomina in linea con quella dei suoi predecessori, ma ridusse il ritmo di nomina, rallentando così il ricambio del collegio.

Infine, Benedetto XVI e Francesco hanno accelerato le nuove nomine, ma in contemporanea hanno aumentato anche l’età al conferimento del titolo cardinalizio, concentrandola tra i 65 e i 70 anni.

Oggi, combinando tre «regole demografiche», ovvero (1) un’età media alla nomina tra 65 e 70 anni, (2) una decina di nuovi ingressi ogni anno, (3) una mortalità bassissima tra i cardinali prima degli 80 anni, i papi rispettano la regola dei 120 elettori senza avere eccessivi vincoli nel plasmare il collegio, proprio come avveniva a inizio XX secolo. 

Da un punto di vista demografico, la popolazione dei cardinali elettori è ritornata stazionaria, dopo la transizione indotta dall’aumentata sopravvivenza fra 60 e 80 anni, ma con una età media notevolmente più elevata e il ricambio di due terzi dei cardinali elettori (la maggioranza necessaria per eleggere il nuovo papa) in una decina d’anni. 

L’attuale altissima sopravvivenza dei cardinali – non solo se vivono a Roma o nei paesi sviluppati, ma anche se vivono nei paesi in via di sviluppo – li accomuna ad altre élite, come i componenti delle accademie delle scienze. Non è sempre stato così: nel passato (fra il 17mo e la prima metà del 20mo secolo, la sopravvivenza dei cardinali era inferiore rispetto a quella degli uomini loro coetanei).

La globalizzazione dei cardinali

Sebbene già nella prima metà del XX secolo fossero stati nominati alcuni cardinali titolari di diocesi non europee o nordamericane, fu Pio XII il primo papa ad ampliare la presenza di cardinali provenienti dai paesi in via di sviluppo, in particolare dell’America Latina, mentre Giovanni XXIII fu il primo a nominare un cardinale africano. Tuttavia, la svolta internazionale avvenne con Paolo VI, i cui nuovi cardinali per quasi un terzo venivano dai paesi in via di sviluppo, quota rispettata poi anche da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. 

Da ultimo papa Francesco ha ulteriormente accresciuto questa proporzione, fin quasi a metà di tutte le nomine (mentre i nuovi cardinali italiani sono scesi al di sotto del 20%). Questa scelta è ancora più rilevante, perché la scelta di una nuova sede cardinalizia comporta l’esclusione di una sede già titolare a causa del limite dei 120 elettori.

Questo mutamento nella geografia delle nomine cardinalizie è stato parallelo al modificarsi del numero di cattolici nei diversi continenti, con i paesi sviluppati che sono scesi da metà del totale ad un terzo, a causa non solo della riduzione del numero di battezzati in questi paesi e della parallela espansione del cattolicesimo in Africa e Asia, ma anche e soprattutto della vigorosa crescita demografica dei paesi in via di sviluppo e della parallela scarsa crescita della popolazione dell’Occidente.

La composizione geografica del collegio cardinalizio si avvicina così sempre di più a rispecchiare la presenza dei cattolici nei singoli continenti, anche se i paesi sviluppati restano sovrarappresentati, e in particolare l’Italia che ha 20 cardinali elettori, mentre dovrebbero essere solo 5 o 6, per rispecchiare il rapporto numerico tra cardinali elettori e fedeli cattolici (pari a circa 1 ogni 10 milioni, dato il vincolo totale di 120 elettori per 1,2 miliardi di battezzati cattolici).

Il futuro

Guardando l’Annuarium Statisticum Ecclesiae 2020, pubblicato pochi giorni fa, due punti sono evidenti. Primo, la quota di cattolici nei paesi in via di sviluppo ha raggiunto il 70%, ed è destinata ad aumentare per ragioni demografiche anche nei prossimi decenni. Secondo, anche il clero cattolico si sta concentrando in maniera crescente in questi paesi, che oggi raccolgono circa il 70% delle ordinazioni. Quindi non è difficile immaginare che anche nei prossimi decenni il collegio cardinalizio continuerà ad essere sempre meno italiano ed occidentale, rappresentando la voce dei fedeli cattolici di tutti i continenti nel governo della Chiesa.

Per saperne di più

M. Caltabiano, G. Dalla Zuanna (2021). The demographic transition of the Catholic Church’s cardinals (1900-2020). Popolazione e Storia, 22, 1, 29-46.

A. Fornasin, M. Breschi, M. Manfredini (2010). Mortality Patterns of Cardinals (Sixteenth/Twentieth Centuries), Population (English Edition), 65, 631-652.

M. Winkler-Dworak, H. Kaden (2013). The longevity of Academicians: Evidence from the Saxonian Academy of Sciences and Humanities in Leipzig, Vienna Yearbook of Population Research, 11, 185-204.

Presentazione dell’Annuarium Statisticum Ecclesiae 2020, L’Osservatore Romano del 10/2/2022:

Annuario Pontificio 2022 e Annuarium Statisticum Ecclesiae 2020