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Prima gli italiani! Ma è davvero così?

Lo slogan prima gli italiani è tornato sulla bocca dei leader politici del centro destra dopo che il neo segretario del Partito Democratico ha manifestato l’intenzione programmatica di riprendere la discussione sullo ius soli. Raffaele Lungarella evidenzia nell’articoli alcuni punti critici dello slogan che, oltre a non riflettere la realtà, in determinate applicazioni concrete finisce per penalizzare (anche) certe categorie di italiani.

La risposta all’intenzione del nuovo segretario del Pd di riprendere la discussione sullo ius soli è prontamente arrivata dai partiti del centro destra: “Prima risolviamo i problemi degli italiani”, ha detto il segretario della Lega (Corriere della Sera, 15 marzo scorso). Salvini vede, nell’intenzione di Letta, una speranza (probabilmente inattesa) per rilanciare lo slogan prima gli italiani. Anche in questo tempo di epidemia, in cui l’immigrazione extracomunitaria non è in cima ai pensieri degli italiani, agitarlo può essere fruttuoso, perché esso fa leva sulla concorrenza che gli immigrati fanno agli italiani nell’accesso alle prestazioni dello stato sociale.

Infatti, il suo terreno d’elezione non è più la competizione sul mercato del lavoro – visto che ormai pare evidente a molti che gli immigrati trovino occupazione prevalentemente nelle attività che gli italiani da tempo non gradiscono fare – ma piuttosto l’accesso alle prestazioni. La domanda delle prestazioni sociali agevolate aumenta con il numero di immigrati, senza, tuttavia, una crescita della loro offerta in misura adeguata a soddisfarla. Poiché le condizioni economiche, sociali e di vita degli immigrati sono mediamente peggiori di quelle degli italiani, la quota di essi che si colloca nelle posizioni più alte delle graduatorie per beneficiare delle prestazioni è superiore al loro peso sul totale della popolazione. Ne deriva, quindi, che gli italiani avvertano la pressione degli stranieri nell’assegnazione degli alloggi di proprietà pubblica, nelle graduatorie per l’accesso agli asili nido, nella concessione dei sussidi sui canoni ecc.. L’attrattiva di prima gli italiani sta, al netto delle posizioni xenofobe, nella realtà di queste situazioni. Nascondere questa realtà non aiuta la comprensione della complessità della presenza straniera nel nostro paese e degli effetti negativi per gli italiani che quello slogan può produrre. Per depotenziarlo si dovrebbe, invece, partire proprio dall’approfondire i punti critici che esso presenta.

Braccia si uomini no?

Per iniziare è bene chiarire che gli immigrati che possono ottenere un servizio offerto da un ente pubblico, non sono quelli che arrivano con i barconi (che, peraltro, sono una contenuta minoranza e spesso meritevoli di protezione internazionale), ma quelli in regola con le disposizioni che disciplinano la loro presenza in Italia. Una parte di essi è entrata nel nostro paese senza un regolare visto, ma le sanatorie, fatte dai governi di tutti gli orientamenti politici, l’ha regolarizzata. In ogni caso, a prescindere da come sono arrivati, gli immigrati che acquisiscono la condizione di soggiornanti legali in Italia hanno doveri e obblighi da rispettare, ma devono avere anche opportunità, come quella di poter richiedere le prestazioni dello stato sociale. Se l’Italia ha bisogno di flussi regolari di immigrati, non si può pensare che arrivino solo le braccia che servono nell’edilizia, in agricoltura o per accudire gli anziani, e non anche uomini e donne che aspirano a vivere dignitosamente. Al di fuori di questa impostazione, ci sono gli immigrati clandestini del sottoproletariato, che non passano davanti agli italiani nell’accesso alle prestazioni sociali, ma fanno la fortuna del caporalato, della criminalità (organizzata e non) e anche dei politici che additano tutti gli immigrati, indistintamente, come la causa dei mali del paese.

Non tutti gli immigrati vengono dopo

Prima gli italiani disegna una geografia errata, perché non sono solo gli immigrati extracomunitari a potere scavalcare gli italiani nell’accesso alle prestazioni sociali agevolate. È sufficiente scorrere le norme o i bandi che regolano l’accesso agli asili nido, alle case popolari e ad altri servizi pubblici per costatare che i cittadini degli altri Stati dell’Unione europea hanno gli stessi diritti degli italiani e, perciò, possono passare davanti a loro, se sono più bisognosi dei nostri concittadini; così come succede che gli italiani residenti in Francia o in Germania usufruiscano degli stessi servizi pubblici dei francesi o dei tedeschi, se in possesso dei requisiti e in regola con le norme europee in materia di soggiorno.

Per rispecchiare l’effettiva situazione di priorità nel diritto di accesso ai servizi, lo slogan ingannevole prima gli italiani dovrebbe essere, perciò, sostituito con quello più aderente alla realtà di prima gli europei, o per essere ancora più precisi prima i comunitari. La geografia corretta dello slogan contrasta, però, con gli interessi dei politici che, per ragioni elettorali, trovano conveniente alimentare l’avversione dell’opinione pubblica Italiana verso l’Unione europea.

Non tutti gli italiani vengono prima

L’applicazione degli strumenti e delle procedure alle quali si ricorre per frenare l’accesso degli stranieri alle prestazioni dello stato sociale finisce per discriminare anche gli italiani. Succede quando, tra gli altri requisiti per accedere a un determinato servizio pubblico, è richiesta anche una certa anzianità di residenza in Italia o nel territorio sotto la giurisdizione dell’autorità che lo offre.

Per ottenere il reddito di cittadinanza, oltre a soddisfare altre condizioni, è necessario anche essere “residente in Italia per almeno 10 anni, di cui gli ultimi due in modo continuativo”. Nelle intenzioni di chi l’ha introdotto, questo requisito dovrebbe ostacolare l’accesso a questo sussidio dei soli stranieri. Di fatto, però, danneggia anche tutti gli emigrati italiani rimpatriati da meno di due anni.

Ancora più ampia è la quota di italiani colpita dell’inserimento, nelle normative regionali, dell’anzianità di residenza tra i criteri di eleggibilità per l’assegnazione delle case popolari. In Piemonte, per semplificare, è richiesta un’anzianità di residenza di non meno di 5 anni nel territorio regionale, con almeno tre in quello dell’ente emanante il bando di assegnazione. Il che significa che al bando del comune di Torino, non solo non possono partecipare i cittadini italiani trasferitisi in Piemonte da meno di un quinquennio, ma anche i piemontesi che non siano residenti nell’ambito territoriale del capoluogo della Regione da almeno tre anni. Tutte le altre Regioni dalla Toscana in su richiedono il soddisfacimento del requisito di un’anzianità di residenza, senza distinzione di colore politico delle amministrazioni regionali. Tra una Regione e l’altra vi sono, ovviamente, differenze circa la sua durata e gli ambiti territoriali di maturazione dell’anzianità richiesta. Resta, però, per tutte, il fatto che una misura pensata per proteggere gli italiani dalla concorrenza degli immigrati nell’accesso ai servizi pubblici si ritorce anche contro una parte di connazionali.