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Perché l’economia del Nord Italia assorbe pochi laureati?

Una delle anomalie delle regioni italiane più sviluppate rispetto ad aree simili di altri paesi europei è la presenza di un minor numero di occupati con istruzione terziaria e più disoccupati fra i laureati.  Dall’analisi di Luciano Abburrà emerge che una parte rilevante del mismatch fra offerta e domanda di laureati in Italia può essere attribuita alla minor qualificazione della domanda industriale e, soprattutto, al minor peso che nel nostro sistema occupazionale hanno le opportunità di lavoro offerte dai servizi e dalle amministrazioni pubbliche, strutturalmente connotate da qualità più elevata o almeno da requisiti di istruzione superiori.

Comprendere meglio quali attività o settori possano spiegare i divari nella domanda di lavoro di persone laureate fra regioni europee può servire a spiegare le differenze e, soprattutto, a fornire indicazioni su quali direzioni di sviluppo favorire al fine di valorizzare meglio la qualificazione dell’offerta di lavoro in Italia.

Diverse opportunità di lavoro per i laureati nelle regioni europee

Un contributo utile può venire da uno studio comparativo svolto dalla European Foundation di Dublino1, mirante ad approfondire i cambiamenti nella struttura occupazionale delle diverse regioni comprese all’interno di 9 Paesi europei, con riferimento al periodo 2002-2017: un quindicennio di cambiamenti davvero cruciali per tutti i territori considerati.

Per delineare lo sfondo della comparazione è utile richiamare le dinamiche complessive della popolazione e dell’occupazione di un selezionato gruppo di regioni2 di quattro fra i più grandi paesi europei. Con una sola eccezione (la Lorena, in Francia), in tutte le regioni messe a confronto popolazione e occupati sono aumentati nel periodo, ma con forti differenze d’intensità. Nelle regioni del nord Italia, in particolare, l’occupazione è cresciuta generalmente meno della popolazione, mentre altrove la prima è aumentata molto più della seconda. Le difficoltà specifiche dei giovani più scolarizzati nelle regioni del nord si sono collocate dunque in un quadro occupazionale generale meno dinamico, anche rispetto a regioni con dinamiche demografiche simili. Meno opportunità, dunque più concorrenza per coglierle.

Si sa poi che la terziarizzazione dell’economia e dell’occupazione – con i servizi che svolgono un ruolo tendenzialmente espansivo, mentre l’industria perde capacità di crescita occupazionale – ha assunto diversa intensità in diverse regioni europee. Ora, la quota di occupazione detenuta dall’industria, resta nelle regioni del nord Italia fra le più elevate. Ma è abbastanza simile a quella delle grandi regioni tedesche del sudovest. Il peso dell’industria nel quindicennio va in tutti i casi a diminuire, benché in Italia e Germania meno che altrove. Il differenziale fra regioni che si rileva per l’industria si ritrova ovviamente rovesciato nel peso relativo dei servizi sull’occupazione. Anche da questo lato, la struttura occupazionale delle nostre regioni risulta più simile a quella di alcune grandi regioni tedesche, che però hanno mostrato dinamiche occupazionali molto più vivaci, nel quindicennio esaminato. Le differenze dunque non sono soltanto di composizione settoriale. Se introduciamo nel confronto indicatori di qualità professionale dell’occupazione, le differenze si amplificano anche nei confronti delle stesse regioni europee a noi più simili per struttura settoriale.

Ad esempio, gli occupati appartenenti alle categorie professionali definite “colletti bianchi ad alta qualificazione”3 presentano un peso decisamente inferiore nelle regioni italiane del centro nord, non solo rispetto alle altre regioni europee più terziarizzate ma anche rispetto a quelle tedesche industrializzate più o meno quanto noi (Fig. 1).

Con un indicatore più focalizzato sul livello d’istruzione, le differenze si fanno ancora più evidenti e decisamente più univoche. Confrontando la quota di occupati dotati di un livello di istruzione terziario, le regioni italiane del centro nord, pur avendo registrato incrementi elevati nel quindicennio, mostrano incidenze percentuali più basse di quelle delle altre regioni europee di confronto, comprese quelle tedesche a cui più assomigliano per composizione settoriale (Fig. 2).

Pertanto, le nostre regioni non solo hanno saputo creare meno occasioni di lavoro delle altre europee, ma mantengono e accentuano nel tempo differenze rilevanti di qualità delle opportunità di lavoro disponibili, a svantaggio particolarmente di quelle per livelli di qualificazione o di istruzione più elevati. 

Le origini delle differenze fra le regioni nella domanda di laureati

È necessario approfondire le ragioni, o almeno le origini, di tali divari nella composizione delle opportunità di lavoro disponibili. Una delle ragioni del paradosso nelle nostre regioni più avanzate (meno giovani laureati ma più laureati disoccupati) può essere legata al fatto che le differenze nella composizione della domanda di lavoro restano più consistenti di quelle nella composizione qualitativa dell’offerta, in particolare giovanile.

Prendendo a riferimento proprio la quota di occupati con livelli d’istruzione più elevati – che fa segnare i differenziali più ampi fra regioni italiane ed europee –  si può vedere che il suo peso non risulta strettamente correlato alla composizione settoriale dell’occupazione Se nel confronto con le regioni francesi e britanniche al minor peso dell’occupazione industriale fa da pendant un netto maggior peso dei laureati, nella comparazione con le regioni tedesche questa apparente regolarità sembra venire meno: in Baden-Württenberg e Baviera il peso dell’industria sull’occupazione totale resta elevato quanto il nostro, ma la quota di occupati con un’istruzione di terzo livello risulta ben più alta, e più vicina a quella delle regioni più terziarizzate della Francia o più deindustrializzate del Regno Unito. Più in generale, i livelli di terziarizzazione dell’occupazione nelle diverse regioni sono tutti cresciuti parecchio negli ultimi 15 anni e si sono avvicinati fra di loro più di quanto non fossero prima. In modo altrettanto generalizzato sono cresciuti i livelli di istruzione della popolazione. Però i divari nella composizione qualitativa degli occupati nelle diverse regioni sono rimasti elevati. Mettendo insieme i due riscontri emerge che non è un elevato livello di industrializzazione a tenere bassa la composizione qualitativa della domanda di lavoro. Allo stesso modo, non è un livello elevato di terziarizzazione che garantisce di per sé una domanda di lavoro più qualificato, o almeno più istruito, e tale da assorbire tutta l’offerta resasi disponibile dall’aumento della scolarizzazione .

L’unico indicatore di composizione dell’occupazione il cui livello relativo riesca ad approssimare in modo stretto, sistematico e univoco la quota che in ciascuna regione la domanda di lavoro riserva a persone con livelli d’istruzione terziaria superiore è la quota degli occupati assorbiti dai servizi pubblici (Fig. 3). Dalla Francia alla Germania, dal Regno Unito all’Italia, la diversa entità della domanda dei servizi pubblici fa e spiega buona parte delle differenze complessive fra le regioni nella capacità di assorbimento di occupati con livelli d’istruzione più elevati.

La domanda d’istruzione elevata differenzia di più di quanto non faccia la domanda di figure professionali ad alta qualificazione, i white collars high skilled dello studio Eurofound: questi comprendono anche molte persone non laureate, provenienti da carriere interne alle diverse professioni. Il loro peso relativo sull’occupazione risulta ben più alto di quello dei servizi pubblici e meno differenziato fra le regioni: la quota di occupati nelle alte qualificazioni professionali può essere ugualmente elevata in regioni diversamente terziarizzate (o industrializzate), come le francesi o le tedesche.

Se dovessimo dunque sintetizzare quali fattori spiegano maggiormente perché in altre importanti regioni europee le quote degli occupati ad alto livello d’istruzione sono superiori alle nostre, potremmo dire che i principali sono: 1) una domanda di lavoro industriale più orientata su figure professionali più qualificate, in funzione di specializzazioni produttive più sofisticate e di modalità organizzative più complesse, rispetto a quelle prevalenti da noi; 2) una domanda di lavoro terziario in cui, oltre ad uno sviluppo maggiore dei servizi privati più avanzati, hanno maggior peso le opportunità di lavoro offerte dai servizi e dalle amministrazioni pubbliche, strutturalmente connotate da qualità più elevata o almeno da requisiti di istruzione superiori.

Quest’ultima proposizione potrebbe suonare non in linea con un senso comune e una pubblicistica convenzionale che in Italia guarda con poca considerazione all’occupazione pubblica, rappresentata come pletorica, se non parassitaria. Invece se guardiamo agli altri grandi paesi europei e alle loro regioni più avanzate sul piano economico, quello che emerge è in primo luogo una nostra specifica minor dotazione di occupati nei servizi pubblici più importanti e nelle amministrazioni pubbliche centrali e periferiche (Fig. 4).

Naturalmente tali riscontri non significano che tutte le critiche al funzionamento organizzativo o alla qualità degli outcome dei servizi pubblici italiani siano immotivate. Inducono però a prendere atto che i nostri servizi pubblici sono prima di tutto sottodimensionati nei confronti con i nostri omologhi paesi europei: ciò che può perlomeno concorrere a spiegare anche alcune debolezze delle loro performance. Di ciò abbiamo avuto alcuni sgradevolissimi riscontri recenti nella nostra minor capacità di rispondere ad una domanda straordinaria di prestazioni di cura e di educazione, oltre che di capacità operativa pubblica in generale, clamorosamente evidenziata dall’emergenza pandemica Coronavirus.


1 Eurofound, European Job Monitor 2019: Shifts in the employment structure at regional level, Luxembourg, 2019

2 Le regioni messe a confronto sono state scelte da noi in base a ragioni di comparabilità con le regioni italiane del Centronord, oltre che di capacità esemplificativa di diversi contesti territoriali dei paesi di appartenenza. In dettaglio, si tratta di Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Rhöne-Alpes, Provence S.C.A., Lorraine, Alsace, Baden-Württenberg, Bayern, Bremen, Hamburg, East Midlands, West Midlands, Wales, Scotland.

3 Al raggruppamento dei “White collars high skilled” vengono ricondotte, dallo studio Eurofound da cui provengono i dati, le figure professionali appartenenti ai codici 1, 2 e 3 della classificazione internazionale delle professioni: in specifico, si tratta di “Managers”, “Professionals” e “Associated professionals”

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