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Non solo confezioni: i cinesi di Prato alla prova dei processi globali

E’ vero che i cinesi di Prato sono un tutto indistinto definibile esclusivamente attraverso la coppia dicotomica sfruttati/sfruttatori nel manifatturiero? Da questo interrogativo, che domina da anni il dibattito pubblico, l’Osservatorio sociale della Regione Toscana ha promosso l’idea – realizzata da una equipe di ricerca dell’Università di Siena – di analizzare i processi di stratificazione e di mobilità sociale dei cinesi osservando due ambiti finora poco esplorati: il commercio al dettaglio (caratteristica principale di tutte le Chinatown nel mondo, ma non di Prato) e la propensione ai consumi. In effetti, oltre ad essere degli imprenditori capaci di sfruttare le diverse opportunità di mercato, cambiando i settori in cui riuscire a concludere buoni affari, i cinesi sono divenuti nel tempo anche dei consumatori formidabili, con ricadute evidenti sull’intero tessuto economico locale.

Flussi migratori e stratificazione sociale

Un primo aspetto che è necessario evidenziare riguarda il cambiamento della popolazione cinese sul territorio, dovuto per lo più a tre processi tra loro intrecciati: crisi economica, transnazionalismo produttivo e migratorio, cambiamenti valoriali e culturali (in Cina e tra i cinesi di Prato).

Innanzitutto, non sembra più possibile continuare a leggere l’immigrazione cinese solo sulla base del possesso o meno di risorse materiali e della capacità di fare impresa, come era evidente nelle prime fasi migratorie e nel successivo processo di consolidamento territoriale. Emergono differenze culturali e sociali che coinvolgono le giovani generazioni, nate e cresciute in Italia, e che affondano le loro radici nei processi globali. Ciò che sta succedendo in Cina condiziona e caratterizza ciò che succede a Prato in maniera profonda, cambiando l’immagine del migrante e la sua rappresentazione sociale, incentivando o meno processi di mobilità. Arrivano “nuovi” cinesi dal Fujian e dalla Manciuria (più poveri e con meno reti sociali) mentre in parallelo diminuisce il tradizionale flusso dal Zhejiang; questi flussi ad oggi hanno fornito per lo più la manodopera per le attività gestite dagli imprenditori provenienti dal Zhejiang, stabilendosi nelle fasce più basse della piramide sociale interna alla presenza cinese. Oltre a queste nuove ondate migratorie, continuerebbe il flusso dei ricongiungimenti familiari, alimentato da figli e genitori di chi è rimasto in Italia. Difficile prevedere gli esiti futuri.

Diversificazione economica e mobilità

In questo quadro generale registriamo una maggiore diversificazione delle attività produttive.  Mentre a livello nazionale è dal 2004 che le attività commerciali cinesi hanno superato quelle manifatturiere, a Prato ancora oggi quasi l’80% delle attività sono impegnate nelle confezioni (la ben nota specificità del caso pratese). Ciò nonostante, negli ultimi anni si è assistito ad una significativa crescita dei settori della ristorazione, dei servizi e del commercio, segnale di una tendenziale “terziarizzazione” dell’occupazione cinese; in particolare, l’aumento delle piccole attività commerciali (negozi più che ditte di import export o grossisti, bar più che ristoranti) sembra avere inevitabili ripercussioni sulle dinamiche di mobilità sociale e di integrazione (il ruolo sociale del negozio di prossimità). L’ambito del commercio al dettaglio analizzato ci ha mostrato un altro volto della presenza cinese, che potremmo definire “mediana” tra gli imprenditori nel manifatturiero e i tanti lavoratori dipendenti, mettendo in evidenza l’emergere di nuovi valori di riferimento, spesso di “rottura”, rispetto a quelli che la letteratura sui cinesi aveva finora mostrato. La crescita dei negozi di prossimità a titolarità cinese è figlia della crisi ma è anche un segnale di cambiamento culturale importante tra i cinesi rispetto alla voglia di differenziare le proprie attività produttive e lavorative.  Emerge una sorta di nuovo “patto del diavolo” (rispetto a quello “a monte” della migrazione): chi ce l’ha fatta ad emanciparsi dal debito migratorio – contratto per pagarsi il viaggio dalla Cina all’Italia – può scegliere anche di guadagnare meno a tutto vantaggio di un maggiore benessere psico-fisico e di una migliore qualità della vita. Seppure rappresenti ancora una minoranza, si nota quindi l’ascesa di una sorta di piccolo “ceto medio” composto da commercianti, professionisti, persone occupate nei servizi alle imprese, che potrebbe portare nel tempo all’affermarsi di una nuova presenza cinese con un sistema valoriale ibrido, ben radicata nella società ospite e portatrice di una cultura mista in discontinuità con quella finora al centro della comunità cinese.

Consumi

Ai processi di differenziazione economica evidenziati sopra si affiancano altri significativi processi di differenziazione culturale riconducibili  al classico “Consumo, dunque sono”, ricordato da Bauman: i consumi servono anche alla costruzione di un sé individuale e sociale. Anche i cinesi non sembrano sfuggire a queste dinamiche, tanto più adesso che la Cina è divenuto uno dei principali artefici di incentivazione al consumo capitalistico. La definitiva trasformazione dei cinesi in consumatori locali (in alcuni settori “sostitutivi” agli italiani) contribuisce alla circolazione del denaro sul territorio, superando l’immagine dei cinesi interessati solo ad inviare rimesse in Cina.  I consumi hanno una ricaduta diretta sul territorio in termini di ricchezza diffusa, coinvolgendo nelle dinamiche tra consumatore e venditore anche la popolazione autoctona, affrancandosi dal puro consumo etnico, che rimane invece legato ai vecchi processi di insediamento incentrati intorno al perimetro territoriale nel quale si è concentrata la migrazione cinese.

L’analisi di una serie di interviste ai commercianti italiani ci consegna un quadro conoscitivo originale, anche perché si tratta di un ambito finora mai esplorato. I risultati possono essere interpretati attraverso una “doppia” chiave di lettura: da una parte, la classica differenziazione tra chi ha possibilità di spesa e chi invece ne ha poca, presente in maniera trasversale in tutte le aree di consumo indagate (grande distribuzione alimentare e non alimentare; ambito del consumo di lusso; consumo di loisir; banche e agenzie immobiliari); dall’altra, una sostanziale omogeneità nei confronti dei modelli di consumo presi in considerazione, trasversale oltre che ai settori, anche al genere e all’età.  Le differenze economiche spingono i più benestanti verso alcune tipologie di consumo (il lusso, ovviamente, ma anche buona parte del loisir, nel quale il denaro viene letteralmente “giocato”) e la fruizione di alcuni luoghi particolari al posto di altri, ad esempio i superstore e i centri commerciali invece dei supermercati di zona e i negozi etnici, frequentati dai più poveri.

Ciò che appare interessante non è tanto la possibilità di acquisto quanto l’acquisto “distintivo”. I benestanti, infatti, comprano gioielli, vino pregiato, beni da regalare al loro ritorno in patria per differenziarsi dai più poveri, i quali, non potendolo fare sempre e comunque, tendono ad emularne le gesta (e l’atteggiamento verso il consumo) andando anche, seppur con minore frequenza, negli stessi luoghi di “moda” dei più ricchi.

Il consumo come simbolo di status ci consente di sottolineare un altro aspetto emerso dalla ricerca, soprattutto analizzando le giovani generazioni. L’acquisto di un bene di marca (e di moda) comunica verso l’esterno una condizione sociale ed economica agiata, il “successo” del progetto migratorio, l’appartenenza ad una comunità di consumatori globali.  Le ricadute di questi processi e atteggiamenti di consumo sul commercio locale sono notevoli: cambiamenti e novità merceologiche per venire incontro ai loro gusti; nuove strategie di marketing per raggiungere e facilitare gli acquisti; personale di origine cinese assunto per superare le difficoltà di comunicazione.

Quali politiche?

Alla luce delle considerazioni fatte finora, non sembra più possibile considerare il tema delle politiche in materia come è stato fatto in passato. E’ chiaro, infatti, che le politiche sociali, da sole, non possono più essere sufficienti. Oggi l’obiettivo diviene quello di promuovere sul territorio azioni integrate tra loro.

Una parte della popolazione cinese manifesta esigenze vicine a quelle di un ceto medio italiano e costituisce, sia per quanto riguarda la propria spesa pro-capite in termini di consumo sia per quanto concerne la presenza attraverso esercizi commerciali, una ricchezza per il territorio. Da questo punto di vista è sintomatico come possa cambiare la stessa percezione degli italiani sui cinesi a Prato: non più solo le allarmistiche preclusioni su una presenza scomoda e ingerente, ma anche il riconoscimento della loro “utilità” sociale ed economica, come sintetizza uno degli intervistati: “fortunatamente vendo ai cinesi!”.

Torna così di grande attualità la tematica del “riconoscimento”, da noi ancora poco sviluppata a causa dei molti malumori suscitati dai fenomeni migratori ma che nei prossimi anni potrebbe dare un nuovo imprinting alle politiche migratorie.

 

Per saperne di più

F. Berti, V. Pedone, A. Valzania (a cura di) “Vendere e comprare. Processi di mobilità sociale dei cinesi di Prato”, Pisa, Pacini Editore, 2013.

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