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Povertà e Immigrazione

Andrea Brandolini
Il discorso del Presidente Barack Obama ha riportato la questione migratoria al centro del dibattito politico degli Stati Uniti. Obama ha insistito sulla necessità di definire un processo migratorio rigoroso, ma indirizzato alla piena integrazione degli immigrati nella società americana. Un indicatore utile a valutare questo processo è rappresentato dall’incidenza della povertà per nazionalità.
Negli Stati Uniti gli stranieri hanno un maggior rischio di povertà
Nelle statistiche del Census Bureau, la fonte ufficiale per la stima della povertà[1], si distinguono le persone nate negli Stati Uniti e in aree assimilate come Portorico, o nate all’estero ma da cittadini americani, dai nati all’estero da genitori stranieri. Gli stranieri per nascita sono a loro volta distinti in naturalizzati statunitensi e persone che hanno mantenuto la cittadinanza originaria: nel 2008, i primi rappresentavano il 5,1 per cento della popolazione totale e i secondi il 7,1, per una quota totale di nati all’estero pari a circa il 12,2 per cento (barre verde chiaro e scuro nella Figura 1). Per le modalità di selezione del campione dell’indagine, è plausibile che questi ultimi comprendano anche immigrati irregolari.
Nel 2008, l’incidenza della povertà era stimata al 13,2 per cento dell’intera popolazione. Tra i nativi tale quota scendeva al 12,6 per cento, mentre tra i nati all’estero raggiungeva il 17,8. Questa differenza è interamente ascrivibile agli stranieri senza cittadinanza americana, tra i quali la quota dei poveri sale al 23,3 per cento; tra quelli che l’hanno invece acquisita, la quota è pari al 10,2 per cento, un valore inferiore a quello riscontrato per i nativi (Figura 1). Ciò può indicare un efficace processo di integrazione, ma anche l’esistenza di pratiche selettive nella concessione della cittadinanza, che tendono a favorire i lavoratori relativamente più qualificati e quindi meglio retribuiti. Al di là delle oscillazioni cicliche, negli ultimi quindici anni la condizione degli stranieri senza cittadinanza sembra essere migliorata più che per il resto della popolazione.
E in Italia?
Com’è noto, l’Italia è un paese di immigrazione recente. Al 1° gennaio 2009 i cittadini stranieri regolarmente iscritti nelle liste anagrafiche raggiungevano il 6,5 per cento del totale dei residenti[2]. Sono quindi abbastanza numerosi per apparire nelle migliori rilevazioni campionarie. L’Indagine sui bilanci delle famiglie italiane della Banca d’Italia consente di stimare l’incidenza della povertà distinguendo le famiglie in base all’area geografica di nascita del capofamiglia. Nell’ultima rilevazione, effettuata nel 2009 con riferimento ai redditi del 2008, le persone che vivevano in famiglie di nati all’estero rappresentavano il 6,9 per cento del totale; la loro quota è in costante crescita dalla metà degli anni novanta (barre verdi nella Figura 2). Nel 2008, l’incidenza della povertà raggiungeva in questo gruppo di popolazione il 32,0 per cento, a fronte di un’incidenza del 12,0 per cento tra i nati in Italia e di una media nazionale del 13,4 per cento.
I dati per l’Italia non sono direttamente comparabili a quelli per gli Stati Uniti: da un lato, escludono per definizione gli immigrati irregolari; dall’altro, utilizzano una metodologia di calcolo diversa, in particolare per la definizione di povertà in termini relativi, rispetto allo standard di vita medio del paese, e non in termini assoluti, con riferimento alla spesa necessaria per acquistare un paniere minimo di beni di consumo. Ciò premesso, la Figura 2 indica che, nel quindicennio in esame, la quota di persone povere è leggermente diminuita tra i nati in Italia, mentre è in costante e rapida crescita tra i nati all’estero. Questa tendenza riflette sia la qualità dei flussi migratori che giungono in Italia sia il tipo di domanda di lavoro che vi viene espressa, concentrata nelle basse qualifiche[3]; è sintomo delle difficoltà del processo di integrazione. Questi dati ci ricordano che la questione migratoria è in Italia non meno rilevante che negli Stati Uniti.


[3] F. Cingano e A. Rosolia, “Non sono concorrenti, ma complementari”, Libertàcivili, n. 2, 2010, http://www.francoangeli.it/riviste/Scheda_Riviste.asp?IDArticolo=38873&Tipo=Articolo%20PDF&lingua=it.
Le opinioni qui espresse sono esclusiva responsabilità dell’autore e non riflettono necessariamente quelle della Banca d’Italia.
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