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L’irresistibile ascesa degli oldest-old in Italia

Alessandro Rosina

Parlare di anziani oramai non basta più. Quando erano pochi e con contributo poco rilevante per la società, l’economia e la politica, potevano essere relegati in una categoria unica che comprendeva tutti gli over 60. Ora a 60 anni si è adulti maturi, mica anziani. Oltre i 65 anni diventa poi sempre più necessario distinguere tra “anziani giovani” e “grandi anziani” (oldest-old). La soglia usualmente posta è quella degli 80 anni. E’ questa infatti l’età in cui diventa prevalente la condizione di non piena autonomia, con il tasso di disabilità che sale oltre il 40%, mentre a 70-74 anni si mantiene ancora al di sotto del 10%.
Se quindi le politiche per gli “anziani giovani” devono mirare soprattutto a favorire un loro protagonismo attivo nella società (1), la crescita della componente dei “grandi anziani” fa invece aumentare soprattutto la domanda di cura e assistenza. L’aumento demografico degli oldest-old è quindi guardato con particolare attenzione nelle società tardo-moderne, essendo questa la faccia più problematica del processo di invecchiamento.
Gli over 80 fino a metà del XX secolo a malapena arrivavano all’1%. La soglia del 3% è stata superata in Svezia nel 1979 e in Italia solo dieci anni dopo. Il nostro paese negli ultimi decenni ha però superato tutto il resto del continente ed è stato il primo (ad inizio 2011) a superare il 6%. Un dato destinato a raddoppiare, secondo le previsioni Istat, prima della metà del secolo. In valore assoluto gli oldest-old italiani saranno più di 8 milioni e mezzo, arrivando a surclassare di slancio gli under 15. Prepariamoci.

http://epp.eurostat.ec.europa.eu/statistics_explained/index.php/Population_projections
(1) T. Treu (a cura di), L’importanza di essere vecchi. Politiche attive per la terza età, Il Mulino 2012.
 

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