MENUMENU
  • i nostri esperti
  • temi trattati
      • Italia

      • geodemos

      • mondo

      • migrazioni e stranieri

      • famiglie fecondità e welfare

      • anziani, salute e mortalità

      • giovani, istruzione e lavoro

  • pubblicazioni
      • Geodemografia 2018. Tredici scritti per meglio comprendere il mondo

      • I suoi primi quarant’anni. L’aborto ai tempi della 194

      • Verso la metà del secolo: un’Italia più piccola?

      • ius soli e ius culturae. Un dibattito sulla cittadinanza dei giovani migranti

      • I tre giganti, Cina India e Stati Uniti

      • tutte le pubblicazioni

La popolazione italiana è ufficialmente in calo. Dobbiamo preoccuparcene?*

Alessandro Rosina

Stiamo forse uscendo dalla crisi economica ma non da quella demografica. Al primo gennaio 2016 i residenti nel nostro paese risultano essere 60 milioni 665 mila, con una perdita di 142 mila abitanti rispetto ad inizio 2015 secondo i dati del Bilancio demografico Istat. Dopo una lunga fase di crescita, ora siamo ufficialmente in declino. Dobbiamo preoccuparcene? La risposta è sì, non tanto per il semplice fatto di essere in calo, ma per ciò che sta alla base di tale diminuzione e per le implicazioni che produce.

Poniamo allora la domanda nel seguente modo: se anziché poco più di 60 milioni, fossimo 55 milioni o 65 milioni cosa cambierebbe? Queste due ultime cifre non sono indicate a caso. Corrispondono alla popolazione che approssimativamente avremmo oggi in due diverse ipotesi: la prima in assenza di immigrazioni consistenti dagli anni Ottanta in poi; la seconda se avessimo seguito un percorso di sostegno alle nascite simile alla Francia.

Schermata 2016-06-13 a 17.15.41Cinque milioni in più o in meno di per sé non sembrano dirci molto sulla possibilità di vivere meglio o peggio in questo paese nei prossimi anni e decenni. In realtà dipende da dove si mettono o si tolgono tali abitanti. Ed allora è bene tener presente che nel declino sono soprattutto i giovani che perdiamo, come si può apprezzare in figura 1. In particolare, il divario delle curve tra l’Italia complessiva e quella senza stranieri ci dice che l’immigrazione negli ultimi decenni non ha per nulla inciso sulla popolazione tardo adulta e anziana, ha invece contribuito a compensare, seppur solo in parte, la riduzione dei giovani e dei giovani-adulti italiani. Detto in altre parole, potremmo essere oggi 5 milioni in meno se non ci fosse stata l’immigrazione, ma con conseguenti maggiori squilibri nel rapporto tra generazioni a svantaggio della popolazione potenzialmente più attiva e produttiva.

Il divario delle curve tra Francia e Italia è invece utile per apprezzare come la nostra maggiore denatalità abbia prodotto una erosione dal basso, rendendo via via sempre meno consistenti le nuove generazioni. I due paesi presentano, infatti, un numero non dissimile di residenti dai 40 anni in poi. La differenza diventa rilevante sui trentenni e si allarga in modo esorbitante nelle età ancora più giovani. Non aver fatto negli ultimi trent’anni il numero di figli realizzato dai francesi ci porta oggi ad avere oltre 5 milioni di abitanti in meno, ma con una perdita tutta concentrata, di nuovo, sulla popolazione potenzialmente più attiva e produttiva.

Il declino demografico non è quindi solo una questione di calo della popolazione, ma ancor più di squilibri tra generazioni con le implicazioni sociali ed economiche che ne derivano. Il dato negativo del 2015 ci dice che il “degiovanimento” (riduzione dei giovani) è addirittura più forte dell’invecchiamento (aumento degli anziani): ovvero perdiamo più giovani di quanti anziani guadagniamo.

Cosa fare per non subire, o comunque limitare, le conseguenze negative sul nostro benessere futuro? Favorire la ripresa delle nascite è condizione necessaria (e urgente) ma non sufficiente. Anche se, per pura ipotesi, raggiungessimo nel giro di pochi anni i livelli della Francia (salendo da un figlio e un terzo a valori più vicini a due figli per donna), rimarrebbe in ogni caso il deficit dei nati negli ultimi trent’anni. In particolare, i 10-20enni di oggi sono già nati e sono molti di meno degli attuali 50-60enni. Quando avranno 30-40 anni e saranno al centro della vita produttiva e sociale (immaginatevi la curva di figura 1 che si sposta verso destra), il paese potrà crescere solo se li avremo nel frattempo rafforzati quantitativamente e qualitativamente.

Per farlo è necessario agire in tre direzioni contemporaneamente: migliorare la formazione di base e l’acquisizione di competenze avanzate nelle nuove generazioni; investire in politiche in grado di migliorare la possibilità di essere attivi e solidamente inseriti nel mercato del lavoro; gestire flussi di entrata funzionali al nostro modello economico e bilanciati rispetto alla possibilità di integrazione dinamica nel nostro modello sociale.

Su tutti e tre questi punti dobbiamo dimostrare di saper fare meglio e di più se non vogliamo condannarci ad un irreversibile declino, non solo demografico.

*articolo pubblicato anche su Lavoce.info

image_pdfimage_print