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La demografia debole della Romania

Massimo Livi Bacci
Con 21,7 milioni di abitanti, la Romania si pone al sesto posto tra i 27 paesi dell’Unione Europea (tra la Polonia con 38 milioni e l’Olanda con 16). La natalità è attualmente bassissima (TFT pari a 1,29 figli per donna nel 2004, inferiore a quella italiana) ed ha una storia da “manuale”. La Romania nel dopoguerra sposò politiche analoghe a quelle dei paesi del blocco comunista, sostenendo attivamente la limitazione delle nascite. Per l’arretratezza sociale e l’inefficienza del sistema di prevenzione sanitario, questa si realizzò con un ricorso considerevole all’interruzione volontaria della gravidanza, resa legale (1956) dal regime. Nel 1965, il TFT era sceso sotto il livello di rimpiazzo (1,9 figli per donna). Ma la rotta cambiò improvvisamente perché, per la nuova politica populista, la bassa natalità era indice di debolezza. Nel 1966 l’aborto indotto venne dichiarato reato penale, e, per contraccolpo, le nascite quasi raddoppiarono di numero (da 275.000 nel 1965 e nel 1966, a 525.000 nel 1967 e nel 1968, come è evidente dalla forma della piramide per età). Solo alla fine degli anni ’80 la natalità è tornata ai bassi livelli toccati alla metà degli anni ’60, e il declino è proseguito fino ad oggi, come negli altri paesi dell’Europa orientale. Dal 1992, il numero dei decessi è superiore a quello delle nascite.

La sopravvivenza è assai più bassa della media dell’Unione: nel 1965, la speranza di vita alla nascita dei maschi rumeni era quasi pari a quella degli italiani (66 contro 67 anni), ma oggi è di 10 anni inferiore (67 contro 77); migliore la situazione delle donne, che qualche progresso l’hanno compiuto durante lo stesso quarantennio (da 70 a 75 anni), ma la forbice con l’Italia (speranza di vita cresciuta da 73 a 83 anni) si è fortemente allargata.

Bassa natalità ed invecchiamento sostenuto – anche se questo, grazie alla ripresa delle nascite successiva al 1966, è sensibilmente inferiore a quello degli altri paesi UE – implicano un’ulteriore regressione demografica. Tra il 1960 e il 1990, la popolazione era cresciuta da 18,3 a 23,1 milioni (+26%), ma dopo il 1990 una sostenuta emigrazione ed il deficit di nascite hanno prodotto una sensibile diminuzione ( 21,7 nel 2005, -9 %). Si stima che nell’ultimo quindicennio il saldo migratorio sia stato negativo per circa 90.000 unità all’anno; se dovesse continuare invariato, la popolazione rumena scenderebbe attorno a 19 milioni nel 2020. Questa regressione fa ritenere che le potenzialità migratorie di lungo termine siano deboli: si pensi, del resto, che tra il 2005 e il 2020 i giovani tra i 20 e i 30 anni (quelli che più emigrano) si ridurranno di un terzo, da 3,5 a 2,3 milioni. Tuttavia nei prossimi 5-10 anni il divario di reddito pro capite (quello della Romania è un settimo di quello medio della UE) continuerà a spingere all’emigrazione flussi non inferiori a quelli del recente passato. Germania, Italia e Nord America, dove vivono le comunità rumene più numerose, saranno le destinazioni di elezione. Maggiori preoccupazioni – per le modalità di vita marginali – desta l’eventuale aumento dell’emigrazione Rom che rappresenta oggi la minoranza più numerosa del paese (circa 1 milione di persone).
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