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La caduta delle trentenni che inguaia la demografia italiana

Alessandro Rosina

La durata media di vita delle donne è in estensione continua da una generazione alla successiva. Chi oggi ha 30 anni ha compiuto solo un terzo della sua storia di vita, ha molti più anni da vivere rispetto al passato, ma molti meno per realizzare in pieno i propri obiettivi riproduttivi. Questo perché tutte le tappe di transizione alla vita adulta sono slittate in avanti, ma l’età media alla menopausa è rimasta pressoché ferma attorno ai 50 anni.

Le biografie femminili hanno visto negli ultimi decenni un forte investimento nella formazione del capitale umano e sulla sua spendibilità nel mercato del lavoro. Si inizia quindi a formare una propria famiglia e progettare di avere un figlio in età meno giovani, per lo più dopo i 30 anni. L’età alla nascita del primogenito, evento che conclude definitivamente la transizione alla vita adulta, e iniziale per la formazione della famiglia, per la prima volta nella storia del nostro paese ha superato i 30 anni nel 2008 ed è oggi vicina ai 31. Di fatto, quindi, la fase centrale della vita riproduttiva è concentrata nella fascia 30-34 anni, con possibilità di recupero dopo i 35 che espone però a forte rischio di rinuncia.

Oltre ad essersi ristretto, lo spazio strategico di entrata nella maternità è diventato sempre più congestionato per il concomitante intenso impegno in altri fronti e in particolare nella carriera professionale.

Ci troviamo così ad essere uno dei paesi avanzati in cui si arriva più tardi alla decisione di avere un figlio ma anche, come ben noto, uno di quelli più carenti di strumenti per la conciliazione tra lavoro e famiglia. La conseguenza di tutto questo è che più facilmente ci si trova a rinunciare ad avere figli o a limitarsi ad un figlio solo.

Schermata 2016-05-12 a 16.24.40Fino a qualche anno fa, tuttavia, la consistenza numerica delle trentenni era ampia e questo ha limitato la caduta del numero delle nascite nel Paese. Stiamo però ora entrando in una nuova fase, in cui le potenziali madri sono esse stesse in riduzione perché provengono dalle generazioni nate dopo il 1985, quando la fecondità italiana è precipitata ai livelli tra i più bassi al mondo. Più precisamente la fascia 30-34 anni, che contava oltre 2 milioni e 300 mila donne nel 2000, è scesa oggi sotto 1 milione e 800 mila. Di fatto significa una perdita di oltre una donna su cinque. Viceversa è cresciuto il numero di donne nella fase conclusiva del periodo fertile (figura 1).

Si tratta di un processo anticipato da vari studi e ricerche ma che ora risulta pienamente in atto, mostrando anche come l’immigrazione non sia riuscita a compensarlo se non in parte limitata.

L’Italia sta quindi scivolando in una spirale demografica negativa in cui i pochi figli del passato determinano una progressiva riduzione delle madri, vincolando così al ribasso le nascite di oggi e di domani.

Come uscire allora da questa trappola? Soprattutto togliendo le donne stesse dalla condizione di crescente costrizione nella quale si trovano e consentendo, in tempi meno tardivi e alla più alta espressione, la realizzazione delle loro scelte professionali e di vita. Più tardiamo ad agire in questa direzione più pesanti saranno i costi futuri.

 

Per approfondimenti:

  1. Lutz, V. Skirbekk, M.R. Testa, “The Low Fertility Trap Hypothesis: Forces that may lead to further postponement and fewer births in Europe.” Vienna Yearbook of Population Research: 167-192, 2006.
  2. Mencarini, D.Vignoli, “Sempre meno mamme, sempre meno bambini”, InGenere, 2014.
  3. Rosina, A. De Rose, Demografia, Egea, 2015
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