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Il miraggio della ripresa della fecondità in Italia

Margaret Antonicelli

La bassa fecondità in Italia perdura senza interruzioni ormai da molti anni: dalla seconda metà degli anni ’70. Dopo 35 anni di fecondità insufficiente al rimpiazzo delle generazioni (anzi, largamente inferiore a tale livello, pari a poco più di 2 figli per donna), speranzosamente si cerca in ogni piccolo incremento della serie storica (che era scesa fino a un minimo di 1,19 nel 1995) il segno di una significativa inversione di tendenza. Ma le speranze di ripresa continuano ogni anno a restare deluse. Prima, c’era il Mezzogiorno d’Italia a essere noto per la sua alta fecondità, in contrapposizione al Centro-Nord, ma già da alcuni anni, questo non è più vero: si fanno più figli in Valle d’Aosta (1,61) o in Emilia Romagna (1,50) che non in Campania (1,43), Sicilia (1,40) o Puglia (1,31).
Poi si è sperato negli immigrati. Ma anche la loro fecondità, del resto mai elevatissima, è da tempo in calo, ed è ormai anch’essa appena pari al livello di sostituzione (mentre cresce la loro età media al parto; tab. 1. V. anche Livia Ortensi, “La fecondità delle donne immigrate: temi emergenti ”, Neodemos, 12/09/2012, ).
Insomma, non si intravedono facili vie d’uscita dalle secche della bassissima fecondità in sembriamo essere incagliati. E se fare figli è visto dai potenziali genitori come un investimento (affettivo) a lungo termine, che richiede quindi un quadro di relative certezze (per la propria situazione economica, ad esempio; o per le prospettive di crescita del paese), il contesto attuale non induce a prevedere un’inversione di rotta in tempi brevi.

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