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Il bilancio demografico della crisi: l’Italia nel 2014

La Redazione
bilancio demografico

I dati sul bilancio demografico dell’Italia nel 2014, rilasciati dall’Istat il 15 Giugno scorso, riflettono i comportamenti demografici al culmine della crisi, e confermano quanto già in larga parte noto. Le nascite hanno toccato il minimo storico, rimanendo di un capello sopra il mezzo milione (la metà dei livelli raggiunti alla metà degli anni ’60); i morti hanno superato le nascite di quasi 100.000 unità ; il saldo migratorio con l’estero è risultato positivo, ancorché in discesa rispetto agli anni precedenti, con ingressi che hanno superato le uscite per 140.000 unità; è scesa la mobilità interna, in sintonia con l’accrescersi della disoccupazione; sono fortemente accresciute le acquisizioni della cittadinanza italiana da parte di cittadini stranieri (130.000). Interessante è scomporre il saldo migratorio con l’estero (+140.000) nelle due componenti: quella dei cittadini italiani (-60.000, in robusta crescita) e quello dei cittadini stranieri con l’estero (+200.000, in diminuzione). Va inoltre osservato che le nascite, in presenza di riproduttività invariata, continueranno a diminuire in futuro per l’assottigliarsi dei contingenti di donne in età feconda.

Non sappiamo quali potranno essere le risposte alla crisi nel lungo termine, e quali possibili modifiche non transitorie possa subire il sistema demografico italiano. Possiamo però avanzare alcune congetture, che solo col passare del tempo potranno essere verificate. Per quanto riguarda le migrazioni, un’ipotesi è che il calo della domanda di lavoro straniero possa favorire, come avvenuto in altri paesi, ulteriori restrizioni, ed un passaggio a una politica migratoria più selettiva, nel tentativo di attrarre migranti più qualificati o, come si usa dire, con migliore capitale umano. E ancora, la crescita delle migrazioni di italiani, soprattutto verso altri paesi europei, potrebbe tradursi in un flusso permanente dopo la crisi, segno di una maggiore apertura delle nuove generazioni alle esperienze lavorative all’estero dopo un periodo, lungo almeno una generazione, di chiusura e ripiegamento all’interno.

Per quanto riguarda l’ordinamento e l’organizzazione familiare si potrebbe auspicare che la fine della crisi provochi un’inversione della tendenza che negli ultimi due decenni di ristagno e di recessione ha ritardato l’uscita dei giovani dalla famiglia di origine. E ancora, che la crisi dei matrimoni, che ha anche cause economiche per il costo che la “forma” corrente della cerimonia matrimoniale ha assunto, possa rendere più frequenti le unioni, meno costose oltreché meno vincolanti. Rendendole, eventualmente, una normale forma di convivenza dei partner. Infine, per quanto riguarda la natalità, si può congetturare che alla fine della crisi possa seguire un ritorno ad un’autonomia giovanile più precoce, un anticipo delle scelte di vita e delle scelte riproduttive, oggi eccezionalmente tardive, con una ripresa della fecondità delle coppie, già abbozzata nel primo decennio di questo secolo e interrotta dalla crisi.

Sotto il profilo dello sviluppo della popolazione, è noto che in assenza di migrazioni, e con gli attuali parametri demografici, questa imboccherebbe la strada del declino che, alla lunga, provocherebbe rilevanti conseguenze negative. Dai 61 milioni attuali, la popolazione scenderebbe a 45 nel 2050, percorrendo una insostenibile discesa. Si pone allora un dilemma: una società articolata e complessa come l’Italia, in quale misura, e a quali condizioni, può “sostituire” i figli con i migranti? La bassissima riproduttività italiana, in quale misura è la conseguenza di un eccessivo investimento (monetario, affettivo, psicologico) sui figli, per i quali si ricerca la migliore “qualità” a discapito della “quantità”? Più viene ristretto il numero dei figli, e maggiore sarà (alla lunga) la domanda di migranti, ammessi come forza di lavoro generica per la quale non si richiede grande “qualità”, in termini di conoscenze, cultura o professionalità. Va aggiunto che queste tendenze – alti investimenti sui figli, scarso capitale umano dei migranti – procedono a forbice, approfondendo il solco tra la comunità migrante e quella autoctona.

Le politiche sociali, nei sistemi nei quali i comportamenti sono guidati dalle scelte individuali, hanno un compito difficile. In primo luogo perché le risorse pubbliche, in questa fase storica, sono sottoposte quasi ovunque ad una dieta dimagrante. Ma soprattutto perché le politiche non possono influire direttamente sulle scelte, e debbono limitarsi a predisporre incentivi e disincentivi, o mutamenti di contesto, nella speranza che conseguano gli effetti sperati. Ma che fare se questo non avviene, o non avviene in misura sufficiente per correggere tendenze, che a livello “macro” sembrano non sostenibili, e dannose per le generazioni future? In democrazia le scelte dei governi riflettono le opinioni degli elettori – solo che, sl piano demografico almeno, né gli uni né gli altri sembrano rendersi conto dei profondi cambiamenti strutturali che sono in atto, e che modelleranno il nostro paese per i prossimi decenni.

 

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