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Fermi davanti al Mar Rosso: l’emancipazione bloccata dei giovani italiani

Alessandro Rosina

L’ultimo Rapporto sulla coesione sociale, pubblicato dall’Istat a fine 2013, riportava tra i molti dati interessanti, anche quello della permanenza dei giovani nella famiglia di origine. Nulla di nuovo, solo la conferma delle difficoltà dei giovani a lasciare la casa dei genitori. Un dato ben noto da tempo, che la crisi non poteva che inasprire. Ma i giornali vanno pur riempiti e quindi ecco che a distanza di oltre un mese il dato viene rispolverato e messo in bella mostra con tanto di titoloni che immancabilmente scivolano sui logori stereotipi dei giovani bamboccioni (“Sono sempre di più i trentenni che preferiscono gli agi della casa d’origine alle difficoltà di doversi  gestire da soli”, la Repubblica 10 febbraio 2014,  p. 25) e schizzinosi (“genitori dovrebbe impegnarsi a spendere la loro influenza per far sì che i figli, anche se laureati, non rinuncino alle occasioni di lavoro che capitano. Anche se si tratta di posizioni molto distanti per profilo professionale/status/retribuzione dagli obiettivi che ci si era dati”, Il Corriere della Sera 10 febbraio 2014, p. 11) .

E’ bene allora, sinteticamente, precisare due punti chiedendoci: E’ vero che i bamboccioni sono la maggioranza di quelli che vivono con i genitori? E’ vero che sono schizzinosi e che si muovono solo quando trovano il lavoro dei sogni?

Bamboccioni?

Non esiste una definizione scientifica della categoria dei “bamboccioni”. Presumendo che siano quelli che vivono felicemente alle dipendenze dei genitori, cerchiamo di capire quanti sono attraverso i dati Istat. La percentuale di chi dichiara “sto bene così, conservo la mia libertà” è scesa dal 40,6% del 2003 al 31,4% del 2009 (indagine “Famiglia e soggetti sociali”), mentre chi indica come motivo le difficoltà economiche è aumentato dal 34% al 40,2% (il complemento a 100 sono gli studenti).

Del tutto coerente con il fatto che le oggettive difficoltà economiche siano diventate prevalenti sui fattori culturali è anche il sorpasso del Sud rispetto al Nord sui tempi di uscita dalla famiglia di origine. Tradizionalmente a vivere a lungo con i genitori erano soprattutto i giovani delle regioni centro-settentrionali, non è un caso che ora invece la posticipazione risulti più accentuata dove le opportunità di occupazione giovanile sono più basse e le politiche di attivazione sono più carenti (Figura 1).

Schizzinosi?

E’ vero che i giovani nemmeno ci provano? Che non si adattano a quanto il mercato offre? I dati dell’indagine “Rapporto giovani” promossa dall’Istituto Toniolo evidenziano come sia larga la quota di chi, pur di lavorare, accetta un lavoro sottoinquadrato, scarsamente remunerato (46%), non pienamente in linea con il proprio percorso di studi (47%). Sempre secondo tale indagine circa due giovani su tre dopo aver lasciato la famiglia di origine per studio o lavorano si son trovati a dover ribussare alla porta dei genitori. 

Dati che indicano come la voglia di provarci e mettersi in gioco ci sia. Troppo spesso, e più che in altri paesi, questa disponibilità si scontra però con le difficoltà e i fattori di scoraggiamento di un welfare inadeguato e di un mercato del lavoro inefficiente. Il vero dato di fatto è che su tutti gli strumenti che negli altri paesi funzionano nel rendere attive le nuove generazioni noi cronicamente investiamo di meno (Linkiesta: La scelta razionale di andarsene dall’Italia, la sfida di cambiarla) e nessuna reale inversione di tendenza si è ancora vista.

E’ bene ed è giusto incoraggiare i giovani a trovare il coraggio di buttarsi di più e affrontare anche il deserto, pur di arrivare alla terra promessa. Ma, come insegna anche il racconto biblico, se davanti a passaggi come quello del mar Rosso ci si trova abbandonati a se stessi non si può andar lontano.

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