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E se nemmeno gli Italiani volessero più vivere in Italia?*

Cinzia Conti
italiani

La grande preoccupazione dei mass media è l’invasione dell’Italia da parte dei migranti. In questi giorni in Tv e sui giornali si susseguono interminabili dibattiti sulla necessità di respingere i flussi, di costruire i muri, di stabilire soglie di entrata. Forse però questo dibattito, spesso imbastito su numeri inattendibili, devia l’attenzione da problemi reali del Paese, sfide che, per molti versi, spingono in senso opposto. L’Italia è sempre di più un Paese di emigrazione in cui la popolazione non solo non cresce, ma diminuisce, nonostante l’immigrazione. La fuga di cervelli rischia sempre più di trasformarsi in una fuga e basta.

Non bastano il sole e il mare per voler vivere in Italia

Quest’anno il nostro Paese ha registrato una rilevante inversione di tendenza: la popolazione rispetto all’anno precedente è diminuita (-139 mila unità). Dal 1952 ad oggi la popolazione italiana aveva continuato a crescere, si tratta quindi di un campanello d’allarme importante. Certo il picco della mortalità ha avuto un ruolo determinante nel calo, ma è anche vero che le donne italiane fanno sempre meno figli, pensano sempre meno che l’Italia sia un luogo dove ci siano le condizioni per far crescere dei bambini. Il nuovo record negativo della fecondità la dice lunga su questo atteggiamento che ormai si protrae da anni. La diminuzione della popolazione abitualmente dimorante sarebbe ancora più evidente se le fonti attualmente disponibili non sottovalutassero le migrazioni verso l’estero. È noto infatti che le cancellazioni anagrafiche sottostimano gli spostamenti, specie quelli dei giovani che lasciano il nucleo familiare (i genitori) in Italia, per trasferirsi – spesso per diversi anni – in altri paesi. E anche gli stranieri sembrano ormai pensare meno all’Italia come alla “terra promessa”. Non solo, infatti, nel 2015 si è registrato un contenuto aumento della popolazione straniera residente (circa 39 mila unità), ma sono diminuite le nascite da madre straniera di circa 5.000 unità rispetto all’anno precedente (anno in cui già si era registrata una diminuzione). Tutti segnali che dicono che il nostro Paese non è più un buon posto dove vivere e far vivere i propri figli.

Niente più ci lega a questi luoghi

Rispetto a questo i giovani sembrano avere le idee chiare. L’Istat ha pubblicato il 15 marzo i dati dell’indagine sull’ “Integrazione delle seconde generazioni” che è stata condotta nel 2015 e cofinanziata da Unione europea e Ministero dell’Interno attraverso il Fondo europeo per l’integrazione di cittadini di paesi terzi (FEI). La ricerca ha coinvolto le scuole secondarie di primo e secondo grado con almeno 5 alunni di cittadinanza straniera, in cui gli iscritti stranieri nel 2015 ammontano rispettivamente a 148mila e a 157mila.

Dall’Indagine emerge che i ragazzi con background migratorio (nati in Italia da genitori stranieri o immigrati dall’estero in giovanissima età) in meno del 32% dei casi da grandi vogliono vivere in Italia. Si potrebbe pensare che si tratta di nostalgia di “casa”, ma non è così. In realtà solo il 22% dei giovani vuole tornare nel paese in cui è nato o in quello dei genitori, molti di più (46,5%) vogliono andare in altri paesi come gli Stati Uniti e il Regno Unito.

E non sono solo i ragazzi con background migratorio che desiderano lasciare l’Italia da grandi. Anche il 42,6% dei ragazzi italiani dichiarano di voler vivere all’estero da grandi.

Certo si tratta dei desideri, dei sogni, di ragazzi adolescenti, ma forse, considerati insieme agli indicatori demografici diffusi di recente, ci dicono che il problema odierno e futuro del nostro Paese non è tanto l’“invasione” degli stranieri, quanto il fatto che l’Italia rischia di trasformarsi di nuovo in paese di emigrazione, in cui ad emigrare non sono più solo i “cervelli”, persone cioè altamente qualificate in cerca di lavori più stimolanti, ma in generale giovani in cerca di un’occupazione qualsiasi. E, a differenza, degli anni ’50 e ’60 a sostenere questa migrazione non ci sarebbe nemmeno un alto tasso di natalità.

*Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autrice ma non coinvolgono l’istituzione di appartenenza

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