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“Come può uno scoglio arginare il mare?” La recessione delle nascite e gli effetti del bonus bebé (*)

Alessandro Rosina

Nel 2013 in Italia ci sono state 514 mila nascite. Mai avevamo toccato un valore così basso dall’Unità in poi. Il minimo, prima del declino più recente, era stato osservato nel 1918, con 640 mila nascite, ma c’era allora la Grande Guerra.. Ora abbiamo la Grande crisi economica, meno drammatica certamente, ma con effetti congiunturali non trascurabili su una fecondità già da lungo tempo in sofferenza. Il numero medio di figli per donna è sceso per la prima volta sotto la soglia di due (che corrisponde al rimpiazzo generazionale) nel 1977. Nel 1984, esattamente 30 anni fa, tale dato è scivolato sotto un figlio e mezzo. Da allora non siamo più stati in grado di arrampicarci sopra tale valore, diventando il paese che da più lungo tempo si trova più vicino a un figlio medio per coppia piuttosto che a due1 .

L’effimera ripresina del 1995-2008

Prima della crisi economica abbiamo conosciuto una fase di moderata ripresa, in parte dovuta all’immigrazione ma in parte prodotta anche dal recupero delle nascite da parte delle coppie italiane. Una ripresa concentrata soprattutto nelle regioni del centro-nord (Rosina, Del Boca, “L’effimero boom delle nascite ”, favorita da una maggiore copertura ed efficienza dei servizi di conciliazione tra lavoro e famiglia.

Questo progresso si è bloccato proprio in concomitanza con la crisi. Dal 1995 al 2008 la fecondità è infatti salita in modo pressoché continuo a livello nazionale (ma con forte eterogeneità territoriale), dopodiché si è sostanzialmente fermata ed è anzi leggermente arretrata (Fig.1). Cos’è successo? Si sono ristretti i fondi a favore dei servizi di conciliazione; sono cresciute le coppie in difficoltà economica; i giovani fanno fatica a trovar lavoro e a formare nuovi nuclei familiari; ma oltre ai motivi economici e strutturali, è aumentata l’incertezza verso il futuro e non si percepiscono all’orizzonte segnali convincenti di miglioramento. La prostrante durata della crisi e l’incapacità del sistema paese di imboccare un sentiero promettente di sviluppo bloccano le scelte degli individui e delle famiglie.

Secondo i dati del Rapporto giovani dell’Istituto Toniolo2 – ottenuti da un’indagine di approfondimento condotta a luglio 2014 a livello nazionale sui 18-30enni – quasi il 60 percento degli intervistati è poco o per nulla convinto che tra tre anni la propria situazione sarà migliorata, e si sale fino al 68% se la domanda è riferita alla propria generazione in generale. Ma bassa è soprattutto la fiducia che tra tre anni l’Italia sarà complessivamente in condizioni migliori di oggi: il 71% pensa che non riuscirà ad agganciare i livelli di crescita medi degli altri paesi sviluppati.

Se questa è l’opinione dei giovani italiani, più oggettivamente nel rapporto Ocse “Society at a Glance 2014: The crisis and its aftermath” si trova scritto che:

·      l’Italia corre “crescenti rischi che le difficoltà economiche e le disuguaglianze diventino radicate nella società”;

·      “il ritardo dei giovani nel guadagnare la loro indipendenza dalle famiglie è uno dei fattori che contribuiscono al notevole ritardo nella formazione dei nuclei familiari”;

·      tale ritardo mantiene basso il tasso di fecondità e “aggrava ulteriormente l’invecchiamento della popolazione”.

Se 80 euro vi sembran pochi …

In questo quadro a cosa potrà mai servire il bonus di 80 euro al mese per i neo-genitori promesso dal premier? A ridurre significativamente la povertà delle coppie con figli? Ad aumentare sensibilmente le nascite? Non è chiaro. Le perplessità su questa misura sono già state ben illustrate da Maria Cecilia Guerra (Bebè? Non troppo Bonus, Neodemos 05/11/2014) si veda anche il dossier “meglio più nidi che bonus bebè. Ma in attesa di cambiamenti più strutturali e incisivi che richiedono per il Governo tempi più lunghi, questa misura con effetto immediato non va forse bocciata senza appello.

Prima di tutto perché si tratta di un segnale positivo verso le famiglie sul fatto che lo Stato – pur con limiti di bilancio e in attesa di provvedimenti più rilevanti – cerchi comunque nell’emergenza di aiutarle, soprattutto se hanno figli minori a carico.

In secondo luogo, al di là del fatto simbolico, per alcune famiglie meno abbienti quell’ammontare può davvero dare concretamente un po’ di respiro in più. Può inoltre dare la piccola spinta che serve alle giovani coppie incerte non tanto se avere figli, ma in bilico su averne ora o posticipare ulteriormente.

Ma tutto questo sarebbe interessante poterlo verificare predisponendo assieme al provvedimento anche un progetto di valutazione di impatto, sia sulla condizione economica delle famiglie che sulle scelte riproduttive. Tanto per non trovarci tra qualche anno con un altro Governo e la proposta di un nuovo bonus senza sapere l’esperienza passata cosa davvero ci ha insegnato.

(*) L’articolo è presente anche su www.lavoce.info

NOTE

1 A. Rosina, A. De Rose (2014), Demografia, Egea, Milano.   2 Istituto G. Toniolo (2014), La condizione giovanile in Italia. Rapporto giovani 2014, il Mulino, Bologna.

 

 

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