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Brevi note sull’emigrazione italiana verso il Venezuela

Antonio Cortese

Il Venezuela, a seguito della crisi politica ed economica che sta attraversando, ha attratto l’attenzione dei mass media in tutto il mondo. Non tutti sanno però che questo paese del Sudamerica in passato ha attratto numerosi migranti italiani. Antonio Cortese racconta la storia di questa migrazione dalla fine dell’Ottocento agli anni Sessanta del Novecento.

La crisi che attanaglia il Venezuela, ha riportato alla memoria l’esistenza di una discreta presenza italiana nel paese latino-americano. Vale perciò la pena di riservare brevi cenni a questo specifico flusso emigratorio.

Per quello che è stato definito “the largest exodus of people ever recorded from a single nation” (tra il 1876 e il 1976 circa 26 milioni di nostri connazionali hanno lasciato la loro terra e la condizione di disagio nella quale vivevano) si è soliti individuare tre fasi. La prima giunge sino alla prima guerra mondiale: ad un iniziale periodo nel quale gli espatri si sono ripartiti in maniera pressoché uguale fra le due correnti, continentale e transoceanica, con due emigranti su tre che provenivano dalle regioni settentrionali, ne seguì un secondo, quello della cosiddetta “grande emigrazione” (quasi 10 milioni di espatri con la corrente transoceanica che registrò un eccezionale sviluppo grazie al preponderante contributo delle regioni del Mezzogiorno). Nell’intervallo tra le due guerre si registrò un contenimento delle migrazioni verso l’estero: ci fu la “chiusura” decisa da alcuni dei tradizionali paesi “ospitanti” e l’avversione manifestata nei confronti dell’emigrazione dal regime fascista. Dal 1946 sino alla metà degli anni Settanta – siamo nella terza fase – il flusso in uscita tornò a rafforzarsi. Le migrazioni verso i paesi europei economicamente più favoriti furono quelle che ebbero un ruolo preminente ma ci fu anche una ripresa, sia pur transitoria, verso le destinazioni transoceaniche.

L’emigrazione italiana verso il Venezuela assunse un certo peso negli anni del secondo dopoguerra: oltre il 90 per cento degli italiani che vi si trasferirono (285.259 emigranti), partì dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale. In particolare, come evidenzia la tabella 1, è soprattutto negli anni che vanno dal 1949 al 1960 che si concentra il flusso generato dal nostro paese. Tra le mete transoceaniche, oltre gli Stati Uniti che rilassarono solo brevemente la loro legislazione restrittiva. l’esodo cercò altre destinazioni. La stessa sorte del Venezuela toccò a paesi come il Canada e l’Australia che sino ad allora erano stati destinazioni piuttosto secondarie per la nostra emigrazione.

Grazie all’esplosione della sua economia petrolifera e mineraria, il Venezuela divenne una metà preferita alla stessa Argentina. Le aree di provenienza dei nostri emigranti furono soprattutto quelle meridionali, dando vita a una diffusa presenza non solo nella piccola e media industria manifatturiera, ma anche nelle grandi imprese italiane che realizzarono complessi siderurgici e petroliferi, e nel settore delle costruzioni, soprattutto a Caracas. Fra il 1950 e il 1960 la città passò da 700 mila a 1,4 milioni di abitanti. L’edilizia esercitò in questo senso un ruolo di primo piano e costituì l’attività prevalente degli italiani: negli anni Cinquanta la maggioranza degli edifici di Caracas fu opera di imprese italiane.

Il Venezuela degli anni Cinquanta consentì a molti italiani di costruirsi una nuova vita, lasciandosi alle spalle miseria e macerie del dopoguerra. Nel successivo decennio si registrò una diffusa presenza italiana anche in campo rurale. I dati iniziano però a raccontare una storia diversa poiché declinò il numero degli immigrati in conseguenza dell’apertura e del consolidamento di nuove “rotte” migratorie verso l’Europa e, all’interno, verso il nostro triangolo industriale. Sulla contrazione della presenza italiana pesarono inoltre, sul fronte venezuelano, l’introduzione di misure restrittive e un’ondata di violenze e saccheggi. I rimpatri hanno un picco nel 1958 (quasi 17 mila), poi decrescono, ma in misura tale da rendere il saldo migratorio prossimo allo zero. Va ricordato che il 23 gennaio 1958 cade la dittatura di Marcos Pérez Jiménez e si interrompe la condizione di particolare sintonia tra il suo governo e i maggiori rappresentanti della collettività italiana.

Si è accennato al crollo degli espatri verso le mete transoceaniche “tradizionali” (Stati Uniti, Brasile e Argentina) e alla forte crescita di “nuove” mete transoceaniche (Canada, Venezuela e Australia). I dati riportati nella tabella 2 mostrano come nel secondo dopoguerra il peso dei due gruppi sia risultato molto equilibrato: 1.112.826 emigranti nel primo caso e 1.058.124 nel secondo.

Per saperne di più

  1. Audenino e M. Tirabassi, Migrazioni italiane. Storia e storie dall’Ancien régime a oggi, Bruno Mondadori, Milano 2008
  2. D’Angelo, Gli italiani in Venezuela tra sogno, delusioni e paura, Rapporto Italiani nel Mondo 2017, Fondazione Migrantes, Tau Editrice, Todi (PG)
  3. Sowell, Ethnic America. A History, Kindle Edition, New York 1981

 

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