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Andarsene per poi tornare: un disegno di legge contro il “brain drain” (*)

Alessandro Rosina

Il disegno di legge
In questi giorni la  Camera dei Deputati ha dato il via libera al disegno di legge che prevede incentivi fiscali per il rientro dei giovani che lavorano all’estero. La norma prevede una detassazione del reddito imponibile per tutti i lavoratori (non solo dipendenti) e semplificazioni di natura procedurale e burocratica nella fase del rimpatrio.

Il diritto a tali benefici è limitato agli under 40 (precisamente i nati dal 1969 in poi). E’ esteso a tutti i cittadini dell’Unione europea (quindi anche ai non italiani) in possesso di titolo di laurea che abbiano vissuto almeno due anni continuativi in Italia e negli ultimi due anni si trovino per studio o per lavoro in un paese diverso sia da quello di origine sia dall’Italia.

Si tratta di una buona notizia, per l’utilità del provvedimento, che costituisce un segnale positivo nella direzione di dare maggior peso e riconoscimento al capitale umano delle nuove generazioni, ma anche perché ha ottenuto larghissima condivisione tra i parlamentari di tutti gli schieramenti (tutti a favore, tranne sei astenuti).

 

Alcuni dati

Questo disegno di legge nasce come risposta al preoccupante divario tra i tanti giovani qualificati italiani che se ne vanno all’estero e i corrispettivi che dal resto del mondo sviluppato vengono attratti nel nostro territorio. La proposta ha il pregio di non essere un freno alla fuoriuscita di giovani, ma semmai di incentivare congiuntamente sia l’uscita che il rientro.

Che l’uscita senza rientro sia in crescita è testimoniato da varie fonti. Ad esempio, secondo i dati AlmaLaurea, l’emigrazione d’elite risulta più che raddoppiata dalla fine degli anni ‘90 ad oggi. La quota di laureati che a un anno dalla laurea lavorano all’estero è pari al 2,2%. A cinque anni di distanza è pari al 3% (alta soprattutto al Nord). Ma vanno aggiunti poi quelli che studiano all’estero e poi rimangono fuori confine.

Ad andarsene per motivi familiari sono poco più di un quarto, la netta maggioranza se ne va alla ricerca di migliori opportunità di lavoro. Guadagnano circa il 50% in più rispetto a chi rimane. Altro dato importante: solo poco meno del 40% dice di essere disposto a tornare in tempo breve (entro 3 anni). Gli altri in tempi lunghi o sono comunque poco interessati. I sicuri di tornare sarebbero appena il 17%.

Un dato, questo, che suggerisce come, senza adeguati incentivi a tornare, rischiano di essere una risorsa definitivamente persa per il nostro paese.

 

 

Ma non bastano gli incentivi

Non bastano, certo, gli incentivi a tornare. E’ cruciale agire, nel contempo, anche sulle condizioni per rimanere con successo. Il che implica la riduzione degli squilibri che spingono all’uscita, come ad esempio investire di più, anche in ricerca e sviluppo, migliorare e potenziare le infrastrutture, migliorare le retribuzioni e renderle più legate alle effettive capacità e alla produttività, aumentare la trasparenza nelle prospettive di carriera, ridurre le inefficienze, ecc.

Certo non si può chiedere ad una singola legge di intervenire su tutto questo. Ma è importante tener conto che, oltre alla positiva azione dello specifico provvedimento, il successo nel favorire il rientro e la permanenza definitiva in Italia dipende, anche, da un quadro più generale di cambiamenti per la modernizzazione del Paese che consentano di potenziare e valorizzare adeguatamente il capitale umano. Le stesse grandi sfide poste dalla globalizzazione e dall’invecchiamento della popolazione incentivano ad andare in tale direzione.

 

La presentazione del disegno di legge alla Camera:

http://webtv.camera.it/portal/portal/default/Assemblea?NumeroLegislatura=16&NumeroSeduta=326&IdIntervento=223268

 

(*) Articolo presente anche su www.nelmerito.com

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