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A geriatric peace?

La Redazione

La procura di Roma sta procedendo, in questi giorni, a una novantina tra arresti e denunce a piede libero di (presunti) protagonisti delle violenze dell’ottobre 2011 a Roma, durante la manifestazione degli “indignati”: gli indiziati (e, in nove casi, i già condannati per direttissima) sono in prevalenza giovani e maschi.

Sarà un caso, ma è uscito in questi giorni l’Expert Paper  No. 2012/1 della Population Division delle Nazioni Unite, dal titolo A clash of generations? Youth bulges and political violence (“Scontro tra generazioni? Struttura per età con troppi giovani e violenza politica”), di Henrik Urdal, che, come si apprende nell’introduzione è “Senior Research Fellow at the Peace Research Institute Oslo (PRIO), Norway, and Research Fellow at the International Security Program, John F. Kennedy School of Government, United States of America”.

Leggiamo (e traduciamo liberamente) alcuni passi del nostro esperto

L’evidenza empirica suggerisce che una forte presenza relativa di giovani nella popolazione si accompagna spesso a un maggior rischio di violenza politica. I governi possono ridurre questo rischio, fornendo migliori opportunità per i giovani, in particolare nel settore dell’istruzione e dell’occupazione. Sono fondamentali entrambi, perché la sola espansione dell’istruzione superiore, senza un corrispondente aumento nelle opportunità di lavoro per i giovani più istruiti, potrebbe incrementare, anziché ridurre, l’instabilità politica. La violenza politica dovrebbe tendenzialmente diminuire nei paesi che stanno adesso sperimentando un calo della fecondità (e quindi, in prospettiva, una diminuzione del peso relativo dei giovani), ma i rischi restano relativamente elevati nei paesi del Medio Oriente, in Africa e in alcune parti dell’Asia, dove la fecondità è ancora sostenuta.

I giovani, soprattutto se maschi, sono spesso protagonisti di violenza, sia politica, sia criminale.

La forte presenza di giovani è una delle spiegazioni ‘popolari’ della recente instabilità politica del mondo arabo e della radicalizzazione della dottrina islamica, e spiegherebbe anche la relativa facilità di reclutamento [di giovani maschi – NDT] nelle reti terroristiche internazionali.

In realtà, precisa Urdal, perché la violenza scoppi occorrono anche altre cinque circostanze:

1) una significativa perdita di potere economico da parte delle generazioni più numerose (se i giovani si affacciano tutti insieme sul mercato del lavoro si fanno concorrenza tra di loro, e questo riduce il loro potere contrattuale, i solo salari e le loro possibilità di trovare lavoro),

2) un rallentamento nella crescita economica (o, peggio, stagnazione o recessione),

3) una mancata crescita del livello di istruzione (chi è più istruito ha più da perdere dalla partecipazione a una ribellione),

4) la mancanza di democrazia, e

5) l’urbanizzazione (che favorisce la concentrazione dei giovani in spazi ristretti, e anche, talvolta, la formazione di ghetti).

Peccato che l’articolo non riporti neppure un dato a sostegno della tesi enunciata – solo un rimando a un lavoro non pubblicato, e pure vecchiotto[1]. Forse non ce n’è bisogno, direte voi, visto che, ridotta all’osso, la tesi si situa al pericoloso incrocio tra la tautologia e la banalità:  “troppi giovani maschi nella popolazione sono un fattore di rischio, ma se le cose vanno bene (l’economia cresce, l’istruzione aumenta, la democrazia è garantita) il rischio si può tenere sotto controllo.” Non è chiaro poi cosa succeda quando ci sono solo alcuni di questi ingredienti, come in Cina, ad esempio, dove l’economia tira, ma la democrazia latita (e anche le donne, ormai, scarseggiano, dato che la politica del figlio unico combinata con la preferenza per i maschi ha portato a una forte carenza di giovani donne – v. ad esempio Claudio Giorgi, “Un mondo di maschi”, Neodemos, 15/09/2010 ).

E come si spiega l’importanza della democrazia (come fattore di prevenzione #4) e, contemporaneamente, l’adesione dei giovani a ideali radicali che di democratico hanno ben poco? Le teoria suona simile all’ipotesi di Easterlin[2], secondo la quale le generazioni più numerose sono relativamente svantaggiate per tutta la vita (e, tra le altre cose, fanno pochi figli), mentre le generazioni numericamente più scarse se la passano meglio – ma questa teoria non ha mai trovato un supporto empirico convincente, ed è oggi caduta un po’ nel dimenticatoio. Insomma, ci può essere un fondo di verità, nelle tesi di Urdal, ma la lettura dell’Expert Paper  No. 2012/1 è un po’ una delusione.

Ci consola, però, pensare che il processo di invecchiamento dell’Italia e anche (da non trascurare!) dei paesi a noi confinanti almeno un aspetto positivo ce l’ha: la “geriatric peace” che ci aspetta e che, per una volta, non fa pensare solo alla pace dei sensi.

 


[1] Urdal, Henrik and Bo Malmberg (2008). Demography and the changing global geography of internal armed conflict. Mimeo: PRIO, Oslo

[2] Ma per uno studio più approfondito si può leggere Fertility and the Easterlin Hypothesis: An Assessment of the Literature , di Diane J. Macunovich

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