L’Italia del Sì e l’Italia del No. Dietro il voto referendario*

Fabio Bordignon, Luigi Ceccarini, Ilvo Diamanti

All’indomani di ogni appuntamento elettorale si moltiplicano gli interrogativi sulle spiegazioni del risultato, sulle motivazioni dei votanti, su “chi ha votato cosa”. A maggior ragione dopo un passaggio cruciale, caricato di una molteplicità di significati, come indubbiamente è stato il Referendum costituzionale del 4 dicembre 2016.

Il profilo dei votanti è diventato una delle chiavi di lettura dell’esito elettorale: non solo l’identità politica di quanti si sono recati alle urne è stata al centro del dibattito pubblico, ma anche i tratti socio-demografici dei diversi elettorati. L’età, in particolare, è stata una delle variabili largamente discusse prima e dopo il Referendum, al fine di cogliere le ragioni del risultato.

La rincorsa del No

Osservando i dati rilevati dall’Osservatorio elettorale LaPolis-Demos, raccolti durante i dieci mesi precedenti l’appuntamento referendario sembrano emergere tre specifiche fasi nelle intenzioni di voto.

1) La prima riguarda la partenza della lunga campagna referendaria. Il No, in quel momento, appariva ampiamente minoritario (Fig 1). Solo un cittadino su tre (32%), tra quanti all’inizio del 2016 avevano già chiara la propria scelta di voto, era orientato ad esprimersi contro la Riforma costituzionale.

2) La fase intermedia della campagna, ovvero il periodo a cavallo dell’estate, coincide con un momento di maggiore stabilità. A giugno, il No era già salito di 12-13 punti rispetto alle rilevazioni di inizio anno, arrivando al 44-45%. Tale valore rimarrà stabile almeno fino a settembre, per poi riprendere il proprio trend ascendente.

3) Nella fase finale, quando la campagna entra nel vivo, il No supera la metà dei voti. A ottobre, infatti, il 53% dei cittadini si schiera contro la Riforma. Il No raggiunge il 58% nel mese di novembre. Due settimane dopo, il giorno del voto, questa tendenza si concretizza nel 60% fatto registrare dall’esito elettorale.

Dunque, la campagna elettorale, giocata in prima persona dal Presidente del Consiglio e dagli esponenti dei vari comitati per il Sì e per il No, ha via via mobilitato un ampio numero di elettori che hanno poi partecipato alla consultazione. Alla fine si conterà che il 68,5% degli aventi diritto al voto si è recato alle urne. Ma la drammatizzazione dei toni della campagna sembra aver sollecitato in modo particolare quanti avevano un orientamento contro la Riforma, finendo così per ingrossare le fila dei votanti.

L’età e il voto

Le caratteristiche socio-demografiche dei votanti sono state, più che in altre occasioni, al centro del dibattito elettorale. Basti ricordare, a titolo di esempio, le dichiarazioni di Massimo D’Alema – dal fronte del No – nel mese di ottobre 2016: «Gli anziani votano Sì perché…». Oppure le affermazioni dello stesso Matteo Renzi, quando, due settimane dopo il voto, intervenendo all’Assemblea nazionale del proprio partito, ha affermato di avere «straperso», non solo perché non ha saputo coinvolgere il Sud, ma anche perché non è riuscito ad intercettare il consenso dei giovani. Considerando l’età degli elettori, il trend mostrato nelle diverse rilevazioni offre una dinamica interessante. Nel mese di febbraio, non si rilevano differenze di particolare rilievo tra le diverse fasce di età: circa tre persone su dieci, indipendentemente dal fattore anagrafico, si dichiarano propense al No (Fig. 2). In particolare, la categoria dei più giovani, fino a 29 anni, e coloro che hanno oltre 64 anni mostrano lo stesso orientamento a favore del No – 36% -, mentre le altre classi di età si collocano di poco sotto tale soglia.

Questo tipo di orientamento inizia a cambiare a ridosso dell’estate, per poi assestarsi e prendere forma nel corso dell’autunno. Nei mesi di ottobre e novembre, le classi di età centrale consolidano la propria inclinazione verso il No. Il voto contro la Riforma si rileva maggiormente nella fascia fra i 30 e i 54 anni, presso la quale sono circa due elettori su tre a negare il proprio sostegno al progetto di revisione costituzionale.

L’identikit del votante

Rapportando, con adeguate procedure statistiche, il dato delle ultime intenzioni di voto rilevate all’effettivo risultato referendario è possibile stimare i tratti salienti dell’Italia del Sì e dell’Italia del No (tab. 1).

Da questa operazione emerge che il 62% degli uomini (vs. 58% delle donne) ha votato No, così come il 64% di quanti hanno conseguito un titolo studio elevato (vs. il 56% di quanti hanno un grado di scolarizzazione medio-basso). Rispetto alla condizione socio-economica, si distinguono per il loro favore al No i lavoratori indipendenti (76%) e i disoccupati (72%), ma anche gli operai (66%) e gli impiegati (62%).

Una particolare attenzione merita, ancora una volta, l’analisi per classe d’età. A questo proposito, i votanti più giovani – categoria cruciale nel dibattito post-elettorale – sono stati suddivisi in tre distinti gruppi anagrafici: 18-24 anni, 25-34 anni e 35-44 anni.

Andando a scomporre i millennials – cioè coloro che hanno meno di 35 anni – in due gruppi, emerge come i giovani presentino comportamenti di voto piuttosto diversificati al loro interno. Gli elettori la cui età è compresa tra 18 e 24 anni hanno contribuito al No in misura minore rispetto alla media: 57 vs. 60%. Al contrario, il sostegno al No cresce in modo molto più deciso tra i giovani fra i 25 e 34 anni: 72%. Si tratta di un dato tutto sommato non troppo diverso da quello delle due categorie successive, riconducibili alla cosiddetta generazione X: 35-44 e 45-54 anni. In quasi sette casi su dieci (rispettivamente 67 e 68%) le persone appartenenti a queste fasce anagrafiche hanno votato contro la Riforma costituzionale.

Le classi di età successive – quelle riconducibili ai baby boomers e ai veterans – hanno espresso invece orientamenti di voto al di sotto della media per quanto riguarda il sostegno al fronte del No. Ma se nella classe 55-64 anni i contrari alla Riforma rimangono maggioritari (56%) è tra gli over-65 che gli equilibri si invertono: è il Sì che prevale con il 56%.

Dietro il NO dei giovani-adulti

I dati sottolineano come il No sia meno ampio presso i giovanissimi mentre ha raggiunto il livello più elevato tra i “fratelli maggiori”, fra 25 e 34 anni. I “giovani adulti”, come vengono spesso definiti. Per sottolineare la “difficoltà” di affrancarsi dai vincoli della giovinezza. In particolare, dalla dipendenza dalla famiglia, sotto il profilo economico, ma anche “domestico”. Due su tre, fra loro, vivono ancora con i genitori. Il doppio rispetto ai coetanei francesi e tedeschi. Fra loro si osservano i picchi di incertezza nel futuro (62%), ma anche la convinzione generalizzata della necessità di “emigrare” all’estero, per fare carriera (73%) (fig. 3). Inoltre, la maggioranza di essi (63%) è consapevole che difficilmente riuscirà a raggiungere la posizione sociale dei genitori¹.

Ha concluso gli studi, oppure li prosegue, per non sentirsi “disoccupato”. Così, non è difficile comprendere le ragioni del No.

La “promessa” di rottamare per dare più spazio ai più giovani si è infranta nella cornice di una lunga e interminabile crisi globale. E i “giovani adulti” vivono sospesi, in attesa. Non più giovani e non ancora adulti. Hanno votato No perché non vedono il futuro. Ma senza futuro anche la famiglia diventa una prigione. Anche l’Italia. E a loro non resta che la speranza di “fuggire” da questo paese.

*Questo contributo si basa su saggio degli autori pubblicato nel volume Pritoni A., M. Valbruzzi e R. Vignati (a cura di) (2017), La prova del No. Il sistema politico italiano dopo il referendum costituzionale; Soveria Mannelli (CZ): Rubbettino disponibile in libreria dal 30 gennaio 2017.

Note

¹ Per un approfondimento sugli orientamenti dei giovani si vedano i contribuiti nel dossier Demos-Coop su «Il capitale sociale degli italiani»: I. Diamanti, La solitudine dei trentenni, e L. Ceccarini, Ma abbiamo scongiurato lo scontro tra padri e figli in «La Repubblica», 12 dicembre 2016, disponibile al seguente indirizzo:

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