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Voto giovane, voto da ponderare? (*)

Alessandro Rosina, Paolo Balduzzi
E’ nato il Governo Monti. Un premier di 67 anni guida un Consiglio dei Ministri nel quale il più giovane ha 56 anni. Il Presidente stesso ci ha tenuto a far notare che ben tre donne sono state inserite in posizioni chiave. Nessun problema invece per l’esclusione di giovani?
Perché giova includere i giovani
Ma perché poi dovremmo preoccuparci allo stesso modo di carenza nell’Esecutivo di persone con gli occhi chiari piuttosto che scuri, o che praticano uno sport anziché un altro, o di vegetariani rispetto a chi apprezza la carne? Se la questione della generazione di appartenenza e dell’età è considerata generalmente più rilevante è per il suo essere tendenzialmente legata alle implicazioni che le scelte prese oggi hanno su un orizzonte molto più lungo rispetto al presente. Avere più vita davanti o alle spalle condiziona il modo di porsi rispetto al cambiamento, condiziona la propensione a lasciare qualche sicurezza del passato per guadagnare qualcosa di più per il futuro.
Il tema ha però portata ancora più generale. Le grandi democrazie sono nate in un’epoca in cui il peso elettorale delle giovani generazioni era consistente e crescente. Si trovano ora a gestire un mutamento strutturale che vede una sempre più preponderante presenza di popolazione anziana, tendenzialmente più interessata alle condizioni immediate che ad investire su quello che verrà dopo. Quindi anche più propensa a riconoscere il valore degli schemi interpretativi del passato che ad adottare soluzioni nuove. Questo è del resto quanto generalmente si ritiene sia accaduto negli ultimi decenni nel nostro paese: il debito pubblico, la riforma pensionistica e quella del mercato del lavoro hanno tutelato risorse e diritti esistenti scaricando i costi maggiori sulle generazioni successive. Tutto questo è certamente figlio della miopia di una certa classe politica; ma sarebbe troppo sbrigativo liquidare la questione come “colpa dei politici di cattiva qualità”. I politici sono attori fin troppo razionali che ben sanno come mantenere il potere e quanto sia importante soddisfare un elettorato che ha gli strumenti per premiarli o per punirli. Se dunque l’elettorato è in modo crescete composto da persone che per età sono più attente al bene di oggi che alle prospettive del domani, il politico razionale sarà portato a fare gli interessi di tale crescente componente della popolazione.
Come aumentare il peso del futuro
Dare più peso al futuro significa dare più consistenza a quella componente della popolazione che al futuro è più interessata, ovvero chi vivrà maggiormente le conseguenze, positive o negative, delle scelte prese oggi. Questa componente è costituita dalle giovani generazioni, il cui peso si è ridotto però nel tempo.
Una proposta coerente con questa impostazione è quella di eliminare i vincoli anagrafici che la Costituzione pone per l’accesso al Senato, in cui è eleggibile solo chi abbia compiuto i quarant’anni (www.lavoce.info/articoli/pagina2826.html). Un’altra possibilità è quella di allargare i confini dell’elettorato attivo, ovvero dare la possibilità di votare anche a chi ha meno di diciotto anni (Si veda articolo “Sedici anni, l’età per votare”). Una terza proposta molto discussa in ambito internazionale è quella di dare ai genitori voti (o quote aggiuntive di voto) per ogni figlio minore (articolo E se votassero anche i minorenni (tramite i genitori)?).
La proposta più radicale che riprendiamo e sviluppiamo in questo contributo è però quella che scardina completamente l’idea del “voto uguale” per tutti (Recentemente ripresa anche da Fubini e Taino sul Corriere della sera). L’idea è di attribuire a ogni elettore (a partire dai diciotto anni ma anche a partire da età inferiori) un voto il cui peso dipenda dall’aspettativa di vita. Questo appare il modo più efficace per riequilibrare una situazione che, a causa l’invecchiamento della popolazione, risulta fatalmente squilibrata a favore delle generazioni meno interessate al futuro.
Per non rimanere sull’astratto, proviamo a vedere come potrebbero essere i pesi e quale potere di riequilibrio potrebbero avere. Varie scelte sono possibili. Qui, con obiettivi solo esemplificativi, costruiamo la ponderazione su una trasformata dell’aspettativa di vita residua corrispondente a ciascuna età a partire dai dati più recenti pubblicati dall’Istat, riferiti al 2008. In base a tali dati un ventenne ha mediamente davanti altri 59 anni (le scelte sbagliate di oggi possono quindi compromettere un’intera vita), mentre un settantacinquenne poco più di 10 (preferirà quindi massimizzare sul presente che investire sul domani). Sembra però eccessivo prevedere che un giovane abbia un peso sei volte maggiore rispetto ad un anziano. La scala logaritmica ammorbidisce tale divario. Se ricalibriamo poi i valori facendo in modo che il peso pari ad 1 corrisponda ai 65enni (più in generale si potrebbe prendere l’età di riferimento per l’entrata in pensione), otteniamo un peso per un ventenne pari a 1,42 contro un peso di 0,82 per gli ottantenni (vedi grafico 1). Cosa succede alla consistenza elettorale delle varie età? Attualmente essa corrisponde semplicemente alla consistenza demografica delle varie coorti. Applicando il nostro sistema di ponderazione otteniamo, ad esempio, sui dati Istat della popolazione prevista per il 2031 e per il 2051, quanto riportato nei grafici 2 e 3. Nel 2031 i 65enni sono i nati nel periodo del baby boom, particolarmente favoriti dalla demografia. Il sistema di ponderazione compensa in parte rilevante il ridimensionamento delle generazioni più giovani. L’effetto diventa via via più rilevante nel tempo. Nel 2051 il sistema di ponderazione sposta l’apice del peso elettorale dai settantenni ai trentenni-quarantenni. Da tener presente che nel 2051 per motivi demografici la consistenza elettorale degli elettori under 50 sarebbe minoritaria, pari a poco più del 42%, mentre con i pesi salirebbe al 52% (gli under 40 passerebbero dal 28 al 35%).
Questa simulazione è applicata alla popolazione maschile. Dato che le donne hanno una speranza di vita maggiore rispetto agli uomini il loro peso, adottando un sistema congiunto, ne risulterebbe leggermente enfatizzato.
Alcune possibili critiche
La critica per cui il voto ponderato sarebbe inaccettabile sulla base del principio di “una testa, un voto” è facilmente confutabile. A ben vedere, infatti, il voto ponderato esiste già: il peso del voto alla Camera è nullo sotto i diciotto anni e vale uno sopra; al Senato, il peso “zero” si applica addirittura fino a venticinque anni.

Inoltre, l’aspettativa di vita sembra una via ormai comunemente accettata per l’assegnazione di un diritto-dovere. Non lo diciamo noi: lo dice la riforma delle pensioni del 1995, per cui le giovani generazioni (quelle cioè che non avevano ancora cominciato a lavorare al 31/12/1995) avranno una pensione il cui ammontare dipenderà non solo dall’entità dei contributi versati ma anche dall’aspettativa di vita all’età della pensione. Noi crediamo che questa sia una scelta ragionevole (sarebbe stata, anzi, con più coraggio da applicare per tutti sin da subito).
Come ulteriore critica, qualcuno potrebbe sostenere che gli elettori più giovani non siano poi così più lungimiranti degli anziani. La differenza fondamentale è però il fatto che i giovani pagheranno responsabilmente per le proprie scelte sbagliate, mentre gli elettori più anziani no.
Infine, più deboli sembrano le critiche di chi reputa questo meccanismo difficilmente implementabile nella pratica: come pesare un voto senza rinunciare alla segretezza dello stesso? Il voto ponderato può naturalmente applicarsi in prima battuta per fasce di età, utilizzando schede di colore diverso per fasce di età diverse. In prospettiva, con il voto elettronico, questi problemi sono destinati ad essere del tutto superati.
Uno dei meriti di questo sistema è che responsabilizza elettori e  candidati di tutte le età. I secondi perché  dovranno rispondere a tutti i propri elettori, non solo quelli numericamente più consistenti. I primi, perché non avranno quote o riserve garantite. De Tocqueville descriveva la democrazia come dittatura della maggioranza sulla minoranza. Oggi in effetti la democrazia in Italia è una prevalenza degli anziani sui giovani, che rischia di essere una dittatura del presente e del passato sul futuro. Il sistema di ponderazione può quindi essere visto come un “bonus futuro” assegnato alle componenti meno staticamente vincolate al presente e più dinamicamente interessate a inglobare il benessere di domani nelle scelte dell’oggi. Il vero limite di questa proposta è forse il fatto che è troppo rivoluzionaria rispetto al sistema attuale di “una testa, un voto”, è quindi suscettibile di forte diffidenza in una popolazione che sta diventando sempre più vecchia, tanto più nei confronti di una innovazione che redistribuisce potere verso i meno anziani.
(*) Articolo presente anche su www.lavoce.info
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