Verso la metà del secolo. Un’Italia più piccola?

Neodemos

Venerdì 24 Novembre, Neodemos festeggerà i dieci anni di attività con l’incontro intitolato “Verso la metà del secolo. Un’Italia più piccola?”. Per la verità, l’interrogativo potrebbe anche essere tolto, perché un declino demografico, nei prossimi trent’anni, è sicuro. Non a caso le proiezioni dell’Istat, come quelle delle Nazioni Unite (nella variante media, di “consenso”), danno la popolazione italiana in declino di diversi milioni di unità verso il 2050, nonostante l’ipotesi, assai ottimista, di una ripresa della fecondità e la prospettiva di intensi flussi di immigrazione. Va detto alto e forte che le dinamiche demografiche attuali sono insostenibili e soprattutto incompatibili col perdurare del buon livello di vita di cui ancora gode la nostra popolazione. L’immigrazione può solo in parte risolvere i problemi dell’invecchiamento e del declino dei giovani nella forza di lavoro, ma il clima politico italiano – come quelli europeo e mondiale – è poco favorevole all’arrivo di flussi consistenti. La natalità segue appiattita su storici bassi livelli, ma l’opinione pubblica non sembra preoccuparsene troppo. Né il mondo politico sembra voler dare priorità a politiche sociali dirette ad incoraggiare le frustrate propensioni riproduttive delle giovani coppie. Troppo incerti e dilazionati gli effetti, troppo immediati i costi.

E’ allora urgente riportare al centro del dibattito la questione demografica, spesso trascurata da un’opinione pubblica costretta in orizzonti di breve periodo dalle scadenze politiche ed elettorali, dagli impegni economici, dagli shock esterni. L’esperienza storica non aiuta: dalla Rivoluzione Industriale in poi, nessun paese (tranne l’Irlanda) ha sperimentato un sostenuto declino demografico, dal quale trarre spunti per valutarne gli effetti nel periodo storico nel quale viviamo. Nel passato, molti studiosi delle scienze sociali hanno considerato marginali gli effetti del cambio demografico sull’economia, sulla società, sulla politica. Stiamo però traversando un eccezionale periodo di turbolenze che hanno investito non solo i paesi in via di sviluppo, ma anche il mondo ricco, e l’Italia in particolar modo. E’ dunque necessario spingere il nostro sguardo lontano, oltre i brevi spazi della congiuntura, o del ciclo, e discutere le implicazioni delle attuali tendenze per il Paese. Qualche esempio.

Consideriamo i rapporti internazionali. Un esempio vicinissimo: nel 1991, Francia e Italia avevano lo stesso numero di abitanti, ma nel 2050 (proiezioni UN) la Francia avrà 15 milioni (27%) di abitanti in più. Sarà questo ininfluente sui rapporti tra i due paesi? Non si tratta qui del confronto tra un paese povero e un paese ricco, ma tra due paesi ricchi e maturi, “cugini”, come goffamente si usa dire.

Consideriamo alcuni aspetti di rilevanza sociale, economica e politica. Nel 2050, ci saranno tante donne di 90 anni quante bambine di 10. Dato assai impressionante, che riassume lo stravolgimento dei rapporti tra generazioni, in un

paese nel quale l’età mediana sarà superiore ai 51 anni, i giovani pochissimi e i vecchi tantissimi. Nel quale le famiglie sono più esili e fragili, le generazioni più lunghe, i ruoli sempre meno coincidenti con quelli tradizionalmente ascritti dall’età.

In campo economico preoccupa parecchio la graduale erosione del normale rapporto tra attivi e non attivi ed il prevalere dei lavoratori anziani su quelli giovani. Preoccupano poi le conseguenze del rapido invecchiamento sulla produttività e sull’innovazione; sulle necessarie modifiche nei trasferimenti tra una generazione e l’altra e tra il pubblico e il privato, sulla necessaria trasformazione della composizione della spesa pubblica; per gli effetti sul mercato del lavoro. E come reagirà la politica, chiamata a gestire le conseguenze del cambio demografico e che dovrà mettere in campo le azioni correttive rispetto alle tendenze avverse? Che sarà influenzata da un corpo elettorale sempre più sbilanciato verso le età anziane?

Infine, è necessario riflettere sulle conseguenze delle tendenze in corso sull’identità del paese, sulla coesione sociale e sulla solidarietà tra i gruppi sociali; sulla capacità di aprirsi all’immigrazione in opposizione agli impulsi di chiudersi agli apporti esterni. E poiché il Paese non mancherà di attrarre nei prossimi decenni intensi flussi di immigrazione, occorrerà discutere su quali siano le politiche più idonee a far sì che l’immigrazione risulti un gioco a somma positiva, contribuendo all’arricchimento dell’identità della società senza comprometterne i fondamenti.

Sono questioni gravi e molto complesse, da affrontare senza pregiudizi ed ipoteche ideologiche. Questioni sulle quali Neodemos ragiona da oltre dieci anni, nello sforzo di sottrarle all’isolamento nelle pubblicazioni scientifiche e alla disordinata e occasionale trattazione nei media.

 

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