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Verso i 10 miliardi, in un mondo disuguale

Massimo Livi Bacci

Nell’ultima uscita prima delle vacanze estive, Neodemos ha commentato i risultati delle ultime proiezioni della popolazione rese pubbliche dalle Nazioni Unite il 29 Luglio scorso (World Population Prospects. The 2015 Revision). Facciamo qui un rapido esame delle ipotesi assunte per delineare il futuro della popolazione fino al 2050, un periodo di tempo – circa una generazione – per il quale è lecita un’analisi prospettiva. Se ci si limita a qualche decennio, il peso del passato – cioè dello stock della popolazione e delle tendenze consolidate ed ancora in atto – è molto rilevante, e la valutazione sugli andamenti futuri relativamente affidabile. Andare oltre – fino al 2100, come nell’attuale proiezione – è utile solo per disegnare possibili scenari. Aggiungiamo che il merito delle proiezioni delle Nazioni Unite sta, oltre che nel rigore delle metodologie, nell’utilizzo di una base dati continuamente aggiornata ed in una visione completa del panorama demografico mondiale. Ci basiamo ancora sulla cosiddetta “variante media” della proiezione, considerata in genere (anche se ufficialmente la parola è bandita) una vera e propria “previsione”.

Frena, meno delle aspettative, la crescita della popolazione mondiale
Nel 2050 la popolazione del mondo toccherà – secondo le proiezioni – 9,725 milioni di abitanti, 174 milioni in più della proiezione del 2012 (9,551 milioni) e 415 milioni in più della proiezione del 2010 (9.310 milioni). La proiezione del 2015 implica un tasso d’incremento in diminuzione, da 1,18 % del 2010-15 a 0,57 % del 2045-50. Quest’ultimo dato è in crescita rispetto sia a quello stimato nel 2012 (0,51%) che a quello stimato nel 2010 (0,43%). Su base annua, su una popolazione dell’ordine di 9 miliardi, il tasso d’incremento dello 0,57% significa un aumento annuo di 51 milioni di abitanti, contro 39 milioni per un tasso di 0,43. Insomma, se l’ottimismo si identifica con una sostenuta frenata dell’incremento demografico mondiale, l’umore degli esperti, nel 2015, è meno ottimista di cinque anni prima. E questo proprio nell’anno nel quale le Nazioni Unite, nell’Assemblea generale dei prossimi giorni, annuncerà al suono della fanfara i nuovi Obbiettivi dello Sviluppo del Millennio, ben 17 obbiettivi con 167 goals: ma in questa congerie disordinata di buone intenzioni la questione demografica si è persa per strada.

Cambia la gerarchia dei paesi
Schermata 2015-09-21 a 18.10.21Un quadro significativo si ottiene esaminando le tendenze dei 13 paesi più popolosi del mondo, più altri due (R.D. Congo e Egitto), che nel 2015 non sono tra i primi 15, ma lo saranno nel 2050 (Tabella 1). Questi paesi contengono il 60% della popolazione mondiale, e sono adeguatamente distribuiti per continente. Nel 2050, la graduatoria sarà significativamente diversa da quella del 2015: l’India scavalca la Cina al primo posto, la Nigeria sale dal settimo al terzo posto; Etiopia e R.D. Congo salgono dal 19° e dal 16° posto, al 10° e al 9°. Cambia dunque la geo-demografia della “potenza” demografica; salgono i paesi africani, sprofondano nella gerarchia– salvo gli Stati Uniti – i paesi ricchi del primo mondo. L’Italia (riportata per curiosità di bandiera), decima nel 1950, è scesa al 23° posto nel 2015, e scenderà al 38° nel 2050. Colpisce poi l’enorme variabilità nella dinamica demografica dei paesi più popolosi: il Giappone perde un sesto della popolazione, ma la R.D. del Congo la moltiplica per due volte e mezzo! Dei 16 paesi, tre saranno in declino; sei avranno un incremento moderato (inferiore al +32% previsto per la popolazione mondiale), cinque un incremento forte (ma inferiore al raddoppio), due un aumento fortissimo ben superiore al raddoppio. Queste disuguaglianze avranno un peso assai notevole sulle modalità di sviluppo dei vari paesi, sulle loro capacità di produrre e consumare, sull’impatto ambientale della loro crescita.

Il paradigma della “convergenza”. La fecondità
Schermata 2015-09-21 a 18.10.57Vediamo adesso quali siano state le ipotesi adottate nella preparazione delle proiezioni. La Tabella 2 ci permette di coglierne l’essenza: in essa sono contenuti i valori del TFT (numero medio di figli per donna) della speranza di vita alla nascita, e del saldo migratorio per i 15 paesi più popolosi: i valori riportati sono quelli osservati nel 2010-15 e quelli ipotizzati per il 2045-50. Si conferma – sia pure in modo più attenuato – la filosofia della “convergenza” che informa questo genere di previsioni – in particolare quelle fatte da istituzioni internazionali. Nella sua forma più estrema, l’ipotesi è che si vada verso la “fine della demografia”, e cioè che i processi di internazionalizzazione si traducano anche nell’attenuazione delle differenze economiche e sociali tra paesi, e quindi in una sorta di “convergenza” dei comportamenti demografici. La precedente proiezione del 2012 aveva portato all’estremo questo principio: per quanto riguardava i saldi migratori tra paesi se ne ipotizzava la graduale riduzione fino all’azzeramento verso la fine del secolo.

Per quanto attiene alla fecondità, il numero medio di figli per donna (TFT) è ipotizzato in ripresa nei paesi dove questo (oramai da tempo) è ben sotto il rimpiazzo (+12-13% in Cina e Russia, + 21% in Giappone). L’idea è che più in basso di così non si possa andare, e che una sorta di “mano invisibile” riesca a modificare i comportamenti riproduttivi che, se rimanessero costanti, genererebbero forti diseconomie. Si pensa perciò che si possano avviare politiche dirette a modificare il bilancio costi-benefici dei figli, rendendo più conveniente procreare. La fecondità invece sarebbe destinata a diminuire là dove oggi è sensibilmente superiore al rimpiazzo, con flessioni tanto più forti quanto più elevato è il livello di partenza (R.D. del Congo, Etiopia, Nigeria). Così, nel 2045-50 risulterebbero fortemente attenuate le disuguaglianze riproduttive, e i valori di fecondità risulterebbero compresi tra 1,7 e 3,6 figli per donna, mentre oggi (2010-15) sono invece compresi tra 1,4 e 6,0/1,4.

Si tratta, tutto sommato, di ipotesi ragionevoli, ma non è nemmeno da escludere che in qualche paese la bassa fecondità si avviti su se stessa, in una spirale di crisi. E che in alcuni casi l’alta fecondità faccia precipitare un paese nella “trappola maltusiana”, impedendo lo sviluppo e la modernizzazione dei comportamenti riproduttivi.

Sopravvivenza e migrazioni
Per la sopravvivenza prevale l’ottimismo, e si prevede un netto miglioramento ovunque. Anche il Giappone, il paese più longevo, guadagnerebbe ben cinque ulteriori anni di speranza di vita. Meno spiegabile il forte ottimismo per paesi come la Nigeria, l’Etiopia e la R.D del Congo che dovrebbero guadagnare più di 10 anni alla media di tre mesi e mezzo in più di speranza di vita per ogni anno di calendario. Disporranno questi paesi, così poveri, delle strutture sanitarie, dei presidi medici, dell’acqua potabile, necessari per fare questo balzo in avanti, mentre la popolazione cresce ancora rapidamente?

Infine, le ipotesi circa l’andamento dei saldi migratori sembrano –almeno a prima vista – poco convincenti. Nel complesso i saldi si riducono fortemente nei paesi esportatori netti di risorse umane, che sono in genere paesi poveri e in forte crescita demografica. Per esempio, nonostante che in Etiopia la popolazione raddoppi, il saldo annuo diminuirebbe da 160 a 60.000 unità. C’è insomma l’aspettativa che questi paesi generino un forte sviluppo interno. Speriamo che sia così. Per quanto riguarda i paesi sviluppati, sorprende l’ipotesi adottata che questi generino in futuro saldi migratori positivi (cioè: arrivi netti di migranti) molto ridotti rispetto ad oggi, come avverrebbe in Russia, con saldi dimezzati, e in Giappone, con saldi ridotti di un terzo.

 

 

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