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Venezuelani in fuga

Steve S Morgan
venezuelani in fuga

Fonti attendibili valutano in quasi tre milioni i venezuelani fuori del paese, per lo più usciti in numeri crescenti negli ultimi tre anni. Steve Morgan descrive le cause e le conseguenze di questo esodo, senza precedenti in America Latina, provocato dalla crisi sociale, economica e politica del regime, che invano tenta di occultarne la portata.

Il Puente Internacional Simón Bolívar è una modesta struttura, lunga 300 metri e larga 7, che unisce le due rive del fiume Táchira (Figura 1), e segna il confine tra la Repubblica Bolivariana del Venezuela e la Colombia, nelle Ande orientali. Un fiume quasi a secco per buona parte dell’anno, ma impetuoso nella stagione delle piogge. Sul ponte sono transitate centinaia di migliaia di venezuelani, che nella prima fase della crisi cercavano nel paese vicino generi di prima necessità, oramai introvabili in patria. Ma in seguito il flusso è diventata un’ondata di piena, composta da migranti in fuga da un paese che sta sempre di più sprofondando in una crisi umanitaria, per il diffondersi della estrema povertà, della malnutrizione e della fame, della discriminazione.

Una crisi migratoria senza precedenti in America Latina

Il ponte sul Táchira è uno dei luoghi di transito terrestri verso la Colombia, che oramai accoglie un milione di espatriati dal paese vicino; i transiti a sud verso il confinante Brasile sono adesso militarizzati e controllati, mentre quelli verso est, nella confinante e povera Guyana, sono assai pochi. Le stime che circolano sui venezuelani espatriati variano da 1,6 a 4 milioni, cifre assai lontane tra loro, conseguenza della debolezza delle rilevazioni e dalla tipologia delle stesse migrazioni, che includono i lungo-residenti all’estero, i richiedenti asilo e coloro che hanno ricevuto altre forme di protezione, i migranti temporanei, gli irregolari. Negli ultimi tempi, fonti autorevoli stimano i venezuelani espatriati tra i 2,5 e i 3 milioni, dei quali un terzo in Colombia, seguito da Perù, Brasile, Ecuador e Cile. L’esodo di massa dal Venezuela è stato definito come la più grande crisi migratoria mai verificatasi nella storia dell’America Latina, una crisi che le stesse organizzazioni internazionali apparentano – per lo meno nelle sue dimensioni – a quella siriana. Il parallelo è solo quantitativo, per fortuna, perché la migrazione non è la conseguenza (almeno per ora) di una guerra, di una guerriglia, o di una sistematica persecuzione, ma della profondissima crisi economica, sociale e politica.

L’ondata prende forza

Il Venezuela ha avuto un’evoluzione demografica non diversa da quella degli altri paesi dell’America Latina: aveva 5 milioni e mezzo di abitanti nel 1950, ne ha oggi circa 32; alla metà del secolo scorso il tasso annuo d’incremento era al vertiginoso livello del 4%, ridotto a poco più dell’1% negli ultimi anni, e ciò in conseguenza del rapido declino della natalità¹. Ancora negli anni ’60 le donne venezuelane generavano un numero medio di figli pari a 6, sceso a 2,2 negli ultimi tempi. Contrariamente ai paesi del Cono Sud – Argentina, Uruguay e Cile – il Venezuela ha una storia di modesta immigrazione, con eccezione degli anni ’50, durante i quali il paese attrasse un forte flusso – circa un milione – di immigrati Europei, dei quali circa un quarto italiani. Le Nazioni Unite stimano che l’apporto migratorio al netto delle ripartenze, fu di circa un terzo di milione durante quel decennio. In seguito, fino alla fine del secolo, il bilancio migratorio è stato praticamente nullo; dall’avvento di Chávez nel 1998 si è invece formata una corrente di emigrazione che è diventata un fiume in piena negli ultimi anni. Mentre nella prima fase partivano soprattutto professionisti, tecnici e quadri qualificati, negli ultimi tempi sono i ceti medi e quelli popolari a costituire la grande maggioranza dei flussi².

Appoggiandoci alle stime informate della Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, il numero dei venezuelani che vivono all’estero (Figura 2) è cresciuto da meno di mezzo milione nel 2005 a 1,6 milioni nel 2017, e a questi vanno aggiunte le molte centinaia di migliaia – alcuni sostengono più di un milione – del recentissimo esodo. Un’idea ancor più realistica dell’accelerazione del fenomeno negli ultimissimi tempi si può desumere dalla Figura 3, che riporta l’andamento delle domande di asilo dei venezuelani in altri paesi: nei primi 9 mesi del 2018 sono state quasi 200.000, contro poco più di 100.000 nell’intero 2017. Le rilevazioni aggiornate a fine di Settembre 2018 informano che a quella data sono circa 350.000 i venezuelani all’estero che fruiscono dell’asilo, mentre altri 850.000 beneficiano di altre forme di soggiorno legale³. Questi conteggi ufficiali non includono però gli irregolari o comunque gli espatriati con visti turistici rimasti nel paese di arrivo, che costituiscono una componente altrettanto numerosa dell’esodo.

Un disastro invano occultato dal regime

Questa emigrazione di massa è la prova più evidente del disastro economico e sociale del paese, che Maduro e il suo governo tentano invano di occultare. La crisi – dicono – è grandemente esagerata e comunque è la conseguenza del “blocco finanziario capitanato dagli Stati Uniti” e delle manipolazioni del capitalismo internazionale. Nelle ultime settimane si è dato grande rilievo propagandistico al “Plan de vuelta a la patria”, cioè un piano che aiuta i venezuelani emigrati a rientrare nel paese. Vittime, secondo Maduro, di una sorta di complotto internazionale, ordito per giustificare un intervento militare nel paese. Gli espatriati sarebbero vittime di discriminazioni, di sfruttamento, di abusi e di vere e proprie campagne xenofobe (sicuramente avvenuti, ma quanti di più ne hanno sofferti nel loro paese?). I pochi voli di “rientro” sono naturalmente esaltati dalla macchina propagandistica del regime.

Politiche migratorie generose sotto stress

Assai interessante è la situazione giuridica nella quale si trovano gli emigrati venezuelani. Nella tradizione latino americana c’è sempre stata molta tolleranza nei confronti dei flussi transfrontalieri. Un forte ruolo è giocato dalla (relativa) unità di lingua, religione e cultura, che rende gli immigrati dai paesi del continente meno “stranieri” di quanto avvenga in altre regioni del mondo. Quasi tutti gli Stati dell’America Latina non solo hanno sottoscritto la Convenzione di Ginevra del 1951, ma sono firmatari anche della Dichiarazione di Cartagena del 1984 che ha esteso il diritto alla protezione alle vittime di violenze, di conflitti interni, di violazione massiccia dei diritti umani o di altre situazioni di grave disturbo dell’ordine pubblico. Cosicché, secondo molti esperti, agli emigrati venezuelani può adattarsi la definizione di rifugiato[4].

Come già detto, alla fine dello scorso settembre l’UNHCR censiva circa 350.000 rifugiati e 850.000 venezuelani soggiornanti in base a “forme alternative di soggiorno legale”. Alternative rispetto all’asilo, ma che permettono ai migranti di vivere, lavorare, e accedere ai servizi sociali nel paese che li ospita, per uno o due anni. La normativa varia da paese a paese, ed è passibile di essere modificata sotto la spinta degli eventi.

Orizzonti tempestosi

Quale possa essere l’evoluzione futura è difficile a dirsi. Da un’indagine dello scorso aprile si desume che l’80% della popolazione vive in stato di povertà, e che varie centinaia di migliaia di venezuelani sono severamente malnutriti e a rischio fame. L’ inflazione è inarrestabile, incamminata verso il traguardo del milione per cento, ed ha spinto il governo ad inverosimili acrobazie monetarie. La nuova moneta creata dal governo è “appoggiata ad una presunta criptomoneta governativa, che è come costruire un castello di carte sopra le sabbie mobili”[5]. Le esportazioni sono al minimo. La maggioranza dei giovani è orientata ad abbandonare il paese. Ma il regime al potere, che ha i militari dalla sua parte, è ancora in piedi. La crisi umanitaria continuerà a spingere i venezuelani verso i paesi vicini, sempre che le politiche generose di accoglienza sviluppate dagli anni ’90 in poi, non vengano mutate. Tuttavia, sotto la pressione dei flussi crescenti, le strutture di accoglienza vengono sopraffatte; i servizi sociali, spesso inadeguati per le stesse popolazioni autoctone, sono sotto grave stress, il mercato del lavoro informale offre salari ridottissimi ai nuovi arrivati in competizione al ribasso con i lavoratori nazionali; gli episodi di conflitto e intolleranza si moltiplicano. Il Brasile, militarizzando i confini, ha iniziato a respingere i migranti, e, al suo interno, lo stato di Roraima ha decretato uno stato di “emergenza sociale”. Ecuador e Perù, dall’inizio dell’anno, ammettono solo i venezuelani provvisti di regolare passaporto; la Colombia ha apportato modifiche alla normativa assai generosa in senso più restrittivo dallo scorso febbraio. La situazione resta tuttavia assai fluida, né esiste un orientamento comune tra i paesi mèta dell’esodo, assai divisi nella loro politica verso il regime di Maduro.

Note

¹ Dati desunti da United Nations, World Population Prospects. The 2017 Revision,

² Luisa Feline Freier and Nicolas Parent, A South American Migration Crisis: Venezuelan Outflows Test Neighbors’ Hospitality, 18 luglio 2018, Migration Policy Institute

³ UNHCR, Venezuela Situation, 11 ottobre 2018,

[4] Freier e Parent, South American, cit

[5]Kenneth Rogoff , Los costes de la crisis venezolana, El Pais, 16 settembre 2018,

Fonte figura 1El cooperante

 

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