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Un’Italia sempre più straniera e con sempre più rumeni

Corrado Bonifazi

I risultati definitivi della rilevazione dell’Istat sulla popolazione straniera residente[1] hanno sostanzialmente confermato le anticipazioni contenute nel Rapporto annuale dell’Istituto di Statistica[2], pubblicato prima dell’estate. Nel corso del 2007 gli stranieri regolarmente residenti sono aumentati di quasi 494 mila unità, portando il totale a 3,4 milioni pari al 5,8% dell’intera popolazione del paese. In termini assoluti siamo in presenza dell’aumento più elevato mai registrato in Italia da quando sono iniziati ad arrivare i primi flussi di immigrazione straniera. In termini relativi, invece, la crescita del 16,8% avvenuta nello scorso anno risulta inferiore sia a quella del 2004 (20,7%) che a quella del 2003 (28,4%), i due anni in cui nelle anagrafi comunali si sono iscritti gli stranieri che si erano avvalsi delle regolarizzazioni che avevano accompagnato la Bossi-Fini.

I fattori della crescita della popolazione straniera
Considerando le diverse poste che hanno portato a questo risultato, si può notare come  le iscrizioni dall’estero di stranieri siano state nel complesso 515 mila e le cancellazioni 20 mila, con un saldo migratorio di quasi 495 mila unità, un valore poco più elevato dello stesso incremento totale. Ciò perché l’altra posta attiva del bilancio demografico della popolazione straniera, costituita da un surplus di nascite sui decessi di 60 mila unità, è stata più che assorbita dalle acquisizioni di cittadinanza (45 mila) e dal saldo negativo di 16 mila unità per “altre poste”, una voce che comprende anche le cancellazioni per irreperibilità.
Dietro all’aumento delle naturalizzazioni, oltre alla crescita della platea degli aventi diritto, stanno anche le maggiori risorse destinate a queste pratiche amministrative che hanno permesso di sbrigare un numero più elevato di domande e di recuperare parte dell’arretrato che si era accumulato negli anni precedenti[3]. Per quanto riguarda le cancellazioni per irreperibilità bisogna, invece, considerare che tutte le statistiche migratorie basate sui registri di popolazione, come quelle dell’Istat che stiamo analizzando, tendono a sottostimare i flussi in uscita. Di conseguenza, per migliorare la qualità di questa fonte statistica e renderla uno strumento veramente efficace anche a fini politico-amministrativi, sarebbe necessario impegnare risorse significative per individuare e mettere in pratica strumenti che assicurino una maggiore rispondenza tra situazione anagrafica e reale presenza nel paese.

Crescono i rumeni e le altre collettività dell’Europa centro-orientale
Questo nuovo forte aumento della popolazione straniera presenta però caratteristiche specifiche, che lo differenziano da quelli che hanno seguito le diverse regolarizzazioni. Oltre il 57% di tutto l’aumento, infatti, è attribuibile alla sola comunità rumena, che è ormai diventata la più importante, superando di gran lunga, con le sue 625 mila unità, le collettività albanese (402 mila) e marocchina (366 mila). Un altro 7,4% dell’incremento è attribuibile alle altre comunità provenienti dai paesi entrati nell’Unione in questi ultimi anni e un altro 12,8% è, invece, riferibile a stati dell’Europa centro orientale non appartenenti all’Unione. In totale, quindi, più dei tre quarti dell’incremento registrato riguarda collettività immigrate da quest’area geografica.

Considerando i livelli di incremento registrati nel 2007 (Fig. 1), i valori più elevati si sono avuti nella comunità rumena e in quella bulgara, che evidentemente hanno beneficiato dell’ingresso dei due paesi nell’Unione europea e delle nuove e più favorevoli regole relative al soggiorno dei cittadini comunitari nel nostro paese. E’ molto probabile che questo cambiamento abbia permesso a molti immigrati presenti in Italia da tempo di regolarizzare la propria posizione.
Al di sopra della media anche l’incremento per polacchi (24,5%) e moldavi (22,9%). Le altre collettività principali presentano invece ritmi di incremento più bassi e inferiori alla media nazionale. Tali valori riflettono una dinamica sicuramente vivace, specie in un paese dalla demografia stagnante come il nostro, ma sostanzialmente fisiologica se teniamo conto che la domanda di lavoro straniero continua ad essere sostenuta, che i ricongiungimenti familiari determinati dall’ultima regolarizzazione (del 2002) non si sono ancora esauriti e che la giovane struttura per età dell’immigrazione favorisce un ritmo sostenuto d’incremento naturale.
 
Aumenta il peso dell’immigrazione dall’Unione europea
La conseguenza principale di questi diversi ritmi di incremento è stata la forte crescita del peso dell’immigrazione proveniente dall’Europa centro-orientale sul totale: un valore che è, infatti, passato dal 26,3% dell’inizio del 2000 al 47% attuale. L’allargamento a Est dell’Unione ha anche comportato una crescita del peso dell’immigrazione comunitaria: nel 2004, l’UE a 15 rappresentava il 6,7% del totale, l’UE a 27 costituisce oggi il 27,2%. Un peso quattro volte maggiore e un cambiamento tutt’altro che formale, dato che i cittadini comunitari hanno più diritti dei non comunitari e gli stati di provenienza, come ha già sperimentato il nostro governo, hanno margini di intervento molto più ampi nel difendere la posizione dei propri concittadini che vivono e lavorano nel nostro paese. Non solo, questi immigrati hanno anche una maggiore possibilità di articolare i propri percorsi migratori in base a scelte ed esigenze personali, grazie ai meno stringenti vincoli normativi. Con esiti non prevedibili a priori, visto che questa situazione può, da un lato, favorire la stabilizzazione in Italia ma, dall’altro, può anche permettere lo sviluppo di una sorta di pendolarismo migratorio, basato sull’alternarsi di periodi di soggiorno in Italia e nel paese d’origine.
Era dai primi anni settanta che all’interno dell’Unione non coesistevano paesi d’immigrazione e paesi d’emigrazione. Una situazione che, visti i tassi di crescita economica e la situazione demografica dei nuovi entrati[4], non appare destinata a durare a lungo ma che sicuramente ha influenzato e influenzerà nei prossimi anni l’evoluzione del fenomeno. Sinora la forte crescita della collettività rumena è entrata nel dibattito pubblico soprattutto per i riflessi reali o presunti sull’ordine pubblico e la sicurezza. Un approccio più meditato permetterebbe di metterne in luce anche gli aspetti positivi e, tra questi, la minore distanza culturale e la comune appartenenza all’Unione non sono certo i minori.


[1] Istat, La popolazione straniera residente in Italia al 1° gennaio 2008 in http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20081009_00/
[2] Istat, Rapporto annuale. La situazione del Paese nel 2007 in http://www.istat.it/dati/catalogo/20080528_00/, vedi anche C. Bonifazi, Il Rapporto Istat aggiorna il quadro sull’immigrazione , in Neodemos
[3] Ministero dell’Interno (2007b), Concessione della cittadinanza italiana. Nel 2006 più di 35.000 stranieri hanno ottenuto lo ‘status civitatis’, in www1.interno.it.
[4] M. Livi Bacci, La demografia debole della Romania in Neodemos

 

 

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