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Una catastrofe caraibica. Haiti e Malthus

Massimo Livi Bacci

Sul far della sera del 12 gennaio, uno spaventoso terremoto di magnitudo 7 della scala Richter ha colpito Haiti, con epicentro nelle prossimità della capitale Port-au-Prince. I media hanno mostrato a tutto il mondo gli effetti catastrofici del sisma; il numero delle vittime si conta oramai a centinaia di migliaia; la devastazione delle abitazioni e delle infrastrutture è immane; la lacerazione del tessuto economico e sociale profonda. E’ triste legge che il costo umano, sociale ed economico di una catastrofe sia proporzionale al grado di povertà del paese e Haiti – qualsiasi sia il metro utilizzato – è agli ultimi posti in tutte le graduatorie mondiali. Haiti è una tragica testimonianza del costo della crescita demografica incontrollata che, nel caso dell’isola caraibica, è causa prima della profonda povertà. Su appena 27000 chilometri quadrati – poco più del Piemonte – vivono 10 milioni di Haitiani, un numero che si è quasi triplicato in mezzo secolo, costretti in un territorio in buona parte montuoso e profondamente degradato dal progressivo disboscamento per la ricerca di nuovi spazi da coltivare.

 

Il traguardo dei 10 milioni

            Secondo le stime delle Nazioni Unite (tabella 1) nel 2010 Haiti avrebbe superato il traguardo dei 10 milioni di abitanti, di cui quasi un quarto nell’agglomerato della capitale. Quando Colombo prese terra, nel dicembre del 1492, dove attualmente sorge Môle Saint Nicolas, sulla costa settentrionale, l’intera isola di Santo Domingo (allora battezzata Hispaniola, oggi divisa in Repubblica Dominicana e Haiti) ospitava un paio di centinaia di migliaia di Taino, un’etnia che lo sciagurato sfruttamento prima e le malattie dopo portarono all’estinzione in poco più di mezzo secolo. L’importazione di schiavi dall’Africa e l’introduzione delle piantagioni di canna da zucchero costruirono una nuova base demografica. Nel 1804, quando la parte haitiana dell’isola conseguì l’indipendenza (dai Francesi, che erano subentrati agli Spagnoli) la popolazione, quasi totalmente di origine africana, contava mezzo milione di abitanti, cresciuti poi ad oltre 3 milioni nel 1950 ed ai 10 attuali. Il tasso di crescita annuale, dal 1950 in poi, ha sfiorato costantemente il 2 per cento all’anno, moderandosi solo dopo il 2000. Nei prossimi quarant’anni, scontando un consistente abbassamento della natalità e una continua emigrazione, il tasso di crescita si attenuerà secondo le previsioni, ma la popolazione crescerà di più della metà rispetto al 2010 (15,8 milioni nel 2050, +55%).

Haiti fatica ad abbandonare gli indici demografici propri del regime dell’arretratezza: la transizione demografica è in forte ritardo anche rispetto agli altri paesi caraibici. Il numero di figli per donna, alla metà del trascorso decennio, era ancora pari a 4 contro 1,6 di Cuba, 1,8 di Porto Rico, 2,5 di Giamaica, 2,8 della confinante Repubblica Dominicana. Alla stessa data, la speranza di vita alla nascita toccava appena 60 anni ad Haiti, contro ben 78 anni a Porto Rico, 77 a Cuba, 72 nella Repubblica Dominicana, 71 a Giamaica. Insufficiente è la proporzione dei bambini vaccinati (il 37% non lo sono contro il tetano),  alta la proporzione dei bambini sotto peso o in ritardo di crescita; solo un quarto dei parti avviene in presidi sanitari o con l’assistenza di personale sanitario.

 

Tab.1. Demografia di Haiiti, 1950-2050

 

Anno Popolazione Tasso d’ incremento % nel quinquennio precedente % giovanissimi sotto i 15 anni Numero di figli per donna (TFT) Speranza di vita alla nascita Mortalità infantile (per 1000)
1950 3221 39,6 6,3 37,6 220
1960 3869 1,8 40,3 6,3 43,6 171
1970 4713 2,0 41,8 5,6 48,0 135
1980 5691 1,9 41,1 6,2 51,4 121
1990 7108 2,2 43,1 5,2 56,2 108
2000 8648 2,0 40,3 4,0 59,6 74
2010 10188 1,6 35,9

Nota: I valori delle ultime tre colonne si riferiscono al quinquennio che inizia alla data indicata

Fonte: United Nations, World Population Prospects. The 2008 Revision, New York, 2009

 

 

Un forte esodo migratorio

Ci fu un tempo, nei primi decenni dell’800, quando la nuova indipendente Repubblica haitiana attrasse un modesto ma significativo flusso d’immigrazione dagli Stati Uniti. Ma quel tempo finì presto e nel ‘900 l’isola è stata costantemente origine di flussi di emigrazione. L’infiltrazione nella vicina Santo Domingo è stata costante: negli anni ’30 il  neodittatore Trujillo praticò una feroce “pulizia etnica” massacrando inermi immigrati haitiani e chiudendo i confini. Nel dopoguerra, come dalle altre isole caraibiche, l’emigrazione è stata costante. Secondo le stime, l’emigrazione netta tra il 1950 e il 1970, è stata pari a -170.000 unità, cresciute a – 450.000 tra il 1970 e il 1990 e a -550.000 nel trascorso ventennio.  La destinazione privilegiata sono gli Stati Uniti, il Canada francofono, gli altri paesi dei Caraibi (Repubblica Dominicana in testa) e dell’America centrale. Tra il 1972 e il 1991, 55000 “boat people” sbarcarono in Florida. Oltre un milione di haitiani vivono all’estero, ed il censimento degli Stati Uniti enumerò 535.000 persone nate ad Haiti.

 

Un disastro ambientale

Le fotografie dal satellite rendono visivamente evidente il contrasto tra la degradata parte haitiana ed il resto dell’isola. Su 163 paesi ordinati da un indice di sostenibilità ambientale, Haiti si classifica (2010) al 155° posto. La storia del degrado è classica: alla metà del secolo scorso, la maggioranza della superficie dell’isola era coperta da foreste, contro appena il 4 per cento di oggi. La crescita demografica ha spinto la popolazione rurale ad estendere l’area coltivata, risalendo e disboscando le pendici delle colline e dei monti, erodendo gradualmente il manto boscoso. I terreni sono diventati vulnerabili alle inondazioni, che hanno causato ulteriore erosione e perdita di fertilità dei terreni. L’uso incontrollato di pesticidi ha determinato, soprattutto nelle valli e  nelle aree pianeggianti, enormi problemi di inquinamento delle acque. Gli uragani che hanno colpito per due volte nel 2004 e di nuovo nel 2008 hanno fatto migliaia di vittime. Il 70 per cento della popolazione sopravvive con un’agricoltura povera e di sussistenza e la debolezza di altre fonti di reddito fa sì che l’aumento della popolazione intensifichi la pressione ambientale.

 

Quale aiuto per Haiti?

            E’ opinione degli esperti dello sviluppo che solo un vigoroso aiuto dall’esterno potrà rimettere in piedi il paese. Ma quale aiuto? Come riportare minime tollerabili condizioni di vita? In che modo ricostruire le infrastrutture e favorire la nascita di un’economia vitale? E infine, e soprattutto, come evitare che l’aiuto esterno si dissolva nei rivoli dell’inefficienza e della corruzione?

Si ritiene che il milione o più di haitiani che vivono fuori dall’isola mandino tra 1,5 e 2 miliardi di rimesse, più di un quarto del PIL dell’isola e molto di più dell’aiuto allo sviluppo ricevuto. Michael Clemens ha calcolato che se gli Stati Uniti (e gli altri paesi sviluppati) accettassero –una tantum – 100.000 immigrati in più di quanti oggi non ne accettino (pari al triplo di quanti ne partano dall’isola ogni anno), questi genererebbero tra 150 e 200 milioni di rimesse, cioè più di quanto – in uno sforzo straordinario – gli Stati Uniti ne abbiano impegnati per la catastrofe: ma si tratta di un impegno una tantum, mentre le rimesse arriverebbero annualmente. L’emigrazione – per tanti Haitiani e tante altre povere popolazioni dei Caraibi e dell’America centrale – è stata la più efficiente via di uscita dalla povertà sia per chi è riuscito a partire sia per chi è rimasto in patria. E le rimesse vanno direttamente nelle tasche della povera gente e non in quelle dei burocrati, degli intermediari o della malavita come troppo spesso è avvenuto per gli aiuti allo sviluppo.

 

 

1 – Environmental Performance Index 2010, http://epi.yale.edu/

2 – Michael A. Clemens, To Help Haiti’s Earthquake Victims, Change U.S. Immigration Laws, The Washington Post, 24 gennaio 2010.

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