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Un compleanno importante: i 25 anni degli albanesi in Italia

Aferdite Shani

“Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” diceva Gesù per evitare di essere preso in fallo durante i suoi sermoni. In Italia però, quando si parla di immigrazione, si rischia sempre la confusione tra immigrato e criminale, i toni si fanno allarmistici e si riduce la possibilità di comprendere la complessità del fenomeno.

L’emergenza legata agli sbarchi, così come trattata dai media, non lascia molto spazio per riflettere su quello che sta avvenendo sotto la superficie, e che potrebbe essere molto più importante di quel che appare: la trasformazione degli immigrati di più lungo corso in una componente stabile, e ben integrata, della società italiana che cerca la propria nuova identità.

Un’indagine effettuata tra gennaio e giugno del 2014, su 846 articoli di giornale (La Repubblica, Il Corriere della Sera e Il Sole 24 Ore) ha rivelato che nell’informazione sull’immigrazione prevalgono, nell’ordine, i seguenti temi: sbarchi illegali, cronaca (per lo più nera), criminalità e proteste politiche¹. Ne consegue una percezione distorta anche verso le comunità straniere in Italia più grandi e più consolidate, il che, nell’immaginario del lettore, si traduce in un basso livello di apprezzamento. E l’assenza dei diretti interessati dai dibattiti pubblici che li riguardano alimenta ancor più questa mancanza di fiducia nei loro confronti.

Non c’è allora da stupirsi se gli Albanesi, su una scale tra 1 e 100 di “onestà”, “competitività” e “minaccia” sono valutati solo 33. Un po’ meglio invece per Marocchini, Senegalesi e Cinesi, rispettivamente 36, 41 e 45.

Quali sono le nuove caratteristiche che non dobbiamo sottovalutare per dosare bene ciò che è di Cesare?

L’immigrazione è oggi un fenomeno complesso e strutturale della società italiana. Ricordiamo alcuni numeri²: al 1° gennaio 2015 si raggiungevano già oltre 5 milioni di residenti stranieri, con i nati stranieri che nel 2014 hanno costituito il 15% del totale (per non parlare dei nati da copie di nazionalità mista). 3.5 milioni di lavoratori stranieri, nel 2012, hanno dichiarato 45 miliardi di euro al fisco, pagando imposte per circa 16.5 miliardi di euro alle finanze italiane, e cioè circa l’8.5% del totale dichiarato in Italia³. Incidentalmente, queste cifre smentiscono il preconcetto per cui l’immigrazione graverebbe sulle tasche degli Italiani. È vero il contrario: tra la spesa pubblica a essi indirizzata e le entrate che essi generano vi è un saldo positivo (per lo Stato italiano) di quasi 4 miliardi di euro (2012).

Dicevamo che si tratta di una immigrazione strutturale. Infatti, molti sono quelli che vorrebbero divenire cittadini italiani: ci sono riusciti quasi 325 mila non comunitari nel quadriennio 2011-2014, con un trend in crescita (121mila nel solo 2014[4]. In uno scenario futuristico (ma non troppo) per il 2050 le previsioni dall’Istat parlano di una componente straniera che rappresenterà un quinto della popolazione totale, mentre oggi ci fermiamo a meno di 1 su 10 (Fondazione Leona Moressa, 2015).

Ultimo concetto da confutare è la comunicazione stereotipata legato al contributo per l’economia italiana in termini di competenze e valore aggiunto per l’economia. I dati elaborati da Unioncamere e InfoCamere fanno emerge che a fine settembre 2015 il numero delle imprese capitanate da stranieri è arrivato a quota 546 mila. Sono il 9% del totale degli imprenditori, e cioè una fetta molto importante dell’imprenditoria italiana, che ha vissuto un vero boom negli ultimi tempi (ad esempio, negli ultimi tre anni l’aumento è stato del 19%). Tra gli stranieri, un’impresa su quattro ha al comando un under 35, contro il 10% del totale delle aziende italiane. Insomma: a credere di più nell’attività imprenditoriale sono proprio gli stranieri, cui si deve il 19% delle aziende nate nel 2014 (Comunicato stampa Unioncamere, novembre 2015)[5].

Verso un Italia fatta anche di immigrati: i 25 anni degli albanesi in Italia

Da un’emergenza ebbe inizio anche l’immigrazione albanese in Italia, esattamente il 7 marzo del 1991 (25 anni fa), con l’approdo sulle coste pugliesi dei cosìddetti “boat people” che segnò l’inizio di un lungo esodo albanese in Italia, che ha raggiunto oggi la quota di oltre mezzo milione di residenti. E 25 anni possono anche essere considerati un’età simbolica, che segna il passaggio all’età adulta e la fine dell’adolescenza. E infatti il fenomeno ha smesso di crescere, e anzi mostra i segni di una possibile inversione di tendenza. Al 1° gennaio 2015 gli albanesi erano “solo” 498.419, contro 502.546 di una anno prima. Il calo colpisce perché se si tratta, in larga misura (70%), di persone giovani (con saldo naturale che si attende positivo), e provviste di un permesso di soggiorno di lungo periodo. Ma la diminuzione si deve innanzitutto alla costante diminuzione dei nuovi ingressi (-4,3% nel 2013/2014) e poi all’aumento delle richieste di cittadinanza italiana, oltre 21mila nel 2014. Infine, comincia a notarsi anche un terzo elemento, quello degli albanesi che si trasferiscono fuori dall’Italia: oltre 2.200, sempre nel 2014.

albanesiBenché la crisi abbia peggiorato la situazione economica e reddituale, portando la disoccupazione intorno al 22%, un valore sensibilmente superiore a quello rilevato tra i migranti dei gruppi di confronto (7 punti percentuali)[6], la comunità nel complesso continua a rimanere dinamica. Spicca in particolare l’elevato numero di artigiani di cittadinanza albanese, 32.782, che rappresentano più di un quarto degli artigiani non comunitari. Il reddito medio annuo, circa 13mila euro, superiore ai 1000 euro al mese, è un valore superiore di circa 12 punti percentuali a quello registrato sul complesso dei lavoratori non comunitari.

Merita infine citare altre due caratteristiche che ben evidenziano il grado di integrazione delle comunità straniere in Italia: la preferenza della cucina italiana per un totale di tre quarti dei presenti, che diviene così parte integrante della tradizione in un contesto di meticciato culinario, e il sempre più efficace uso dei servizi finanziari. Rispetto agli italiani, il livello di integrazione finanziaria degli stranieri al 2013, poteva essere valutato al 75% circa, e quello degli Albanesi intorno al 72%. (Rapporto sulla comunità albanese, 2015)

Schermata 2016-03-11 a 10.30.42In definitiva, stiamo assistendo a una trasformazione degli Albanesi in Italia: i vecchi immigrati diventano i nuovi cittadini, ma i nuovi immigrati si scontrano con un clima ostile, e non solo economicamente. Comunità come quella albanese, ben inserita nel tessuto economico e sociale, da una parte mostra una certa dinamicità imprenditoriale, grazie anche alla maggiore confidenza con l’ingarbugliato quadro normativo del paese, ma dall’altra si scontra con un’economia in affanno e un contesto culturale progressivamente meno aperto. L’immaginario confuso e stereotipato dell’immigrazione presentato dai media italiani rischia di portare a processo Gesù per non aver saputo dare a Cesare ciò che era di Cesare chiudendo così le porte ad un futuro di opportunità reciproche. Opportunità che, come i numeri dimostrano, conviene considerare con maggiore attenzione.

Intanto, però, per i vosti primi 25 anni, auguri a voi, Albanesi/Italiani!

 

¹ “Il Valore dell’immigrazione”, Fondazione Moressa, gennaio 2015. V. Anche Enrico Di Pasquale, Stefano Sbalchiero, Chiara Tronchin: “Immigrazione e carta stampata: rappresentazione e stereotipi in Italia” (Neodemos, 2015; )

² Presi dal citato rapporto della Fondazione Moressa e dai siti Istat.

³ Il tesoro degli stranieri d’Italia: pagano tasse per 45 miliardi. “una risorsa per il paese”

[4] “La Comunità albanese in Italia: Rapporto Annuale degli Immigrati”, Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (2015).

[5] west – welfare società e territorio

[6] “La Comunità albanese in Italia: Rapporto Annuale degli Immigrati, Min. del Lavoro e delle Politiche Sociali (2015).

 

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