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Tunisia: crisi, migrazioni e buon vicinato

Massimo Livi Bacci

Il 14 gennaio del 2011, con la fuga di Ben Alì, iniziava la transizione politica della Tunisia, approdata il 24 dicembre scorso con la costituzione del nuovo governo, guidato da Hamadi Jebali, segretario generale del partito islamico Ennahda, uscito vincitore dalle elezioni politiche. Il governo è sostenuto da una coalizione nella quale gli esponenti di Ennahda tengono i ministeri-chiave: tra i quali quelli degli Esteri, degli Interni e della Giustizia. Il 18 e il 19 gennaio, come membro della missione parlamentare del Comitato bicamerale Schengen, guidata da Margherita Boniver, ho incontrato i Ministri dei tre dicasteri sopra indicati – Rafik Abdessalem, Ali Laaridh e Samir Dilou, oltre ai Sottosegretari con deleghe agli affari europei ed alla emigrazione. Come funzionano le relazioni tra Italia e Tunisia in tema di migrazione? Quali sono le preoccupazioni e le aspettative del Governo tunisino? Quali prospettive si aprono per il nostro Paese? I colloqui, molto franchi e interessanti, sono avvenuti a poco più di tre settimane dall’insediamento del nuovo esecutivo, i cui esponenti, per lo più nuovi alle esperienze di governo, debbono misurarsi con la grave crisi economica del paese, con l’instabilità del vicino Libico, con la necessità di accreditare il  proclamato moderatismo religioso agli occhi internazionali.
Una profonda crisi e la centralità delle migrazioni
La Tunisia – il paese più avanzato del Maghreb sotto il profilo sia del reddito pro-capite sia di altri indicatori sociali – è in profonda crisi. Il flusso turistico è dimezzato – ed è più che dimezzata la componente italiana, non estranea la pessima gestione della crisi di Lampedusa e la pubblicità negativa – catastrofica per la Tunisia – che ne è derivata. Secondo la Banca Centrale, le riserve sono diminuite del 20 per cento in un anno; la produzione e l’esportazione dei fosfati sono paralizzate dagli scioperi che, tra l’altro, frenano molte attività, particolarmente nel sud e nell’est del paese; l’industria manifatturiera, particolarmente quella tessile, ha ridotto i ritmi produttivi per la caduta delle esportazioni verso l’Europa; la disoccupazione è cresciuta da meno di 500.000 unità prima della rivoluzione ad oltre 700.000. E la situazione è aggravata dal rientro precipitoso dalla Libia di oltre 100.000 lavoratori che non si azzardano a rientrare in un  paese instabile, ancora turbolento e poco sicuro. Gli aiuti dalla Unione Europea e dagli Stati Uniti arrivano col contagocce, sovrastati dall’impegno finanziario del Qatar che desta però qualche preoccupazione di natura politica. 
Nell’economia della Tunisia l’emigrazione giuoca un ruolo centrale. I Tunisini residenti all’estero, nel 2008, erano oltre un milione (1,058 mila), secondo le rilevazioni consolari, dei quali 578.000 in Francia, 142.000 in Italia, 83.000 in Germania, 153.000 nei paesi Arabi, in gran parte in Libia. Questa diaspora – pari ad un decimo della popolazione – origina un flusso di rimesse cospicuo, che nel 2010, secondo le stime della Banca Mondiale, ha sfiorato i due miliardi di dollari (1.960 milioni), pari al 5,3 per cento del PIL. Si consideri che, nello stesso anno, il valore netto dell’aiuto allo sviluppo (ODA, Official Development Assistance) è stato pari a 1,15 miliardi di dollari (3,1% del PIL): per ogni 100 dollari di rimesse, appena 59 di aiuti. E nel 2008 il rapporto era stato ancor inferiore, e pari al 40 per cento. Insomma, le rimesse pesano il doppio dell’aiuto sborsato dai paesi ricchi, e vanno direttamente a sostenere i consumi delle famiglie più povere – cibo, salute, istruzione, casa – od a stimolare attività artigianali o di piccola impresa. In questa fase storica, le migrazioni hanno una funzione strategica per l’equilibrio e lo sviluppo del Paese: e i suoi governanti lo sanno bene.
La gestione della migrazione irregolare
Il nuovo Governo si dichiara convinto sostenitore degli accordi con l’Italia in tema di migrazioni; sostiene di essere pronto a contrastare l’emigrazione irregolare e disponibile a riammettere i cittadini arrivati irregolarmente in Italia; afferma di aderire alle convenzioni internazionali circa i diritti dei rifugiati e richiedenti asilo. Ed effettivamente il controllo dell’emigrazione irregolare sembra funzionare, e viene sollecitato il completamento del programma di aiuto stipulato con l’Italia, che è ragguardevole. Già sono state consegnate 4 motovedette, e presto saranno fornite altre dodici imbarcazioni e 600 veicoli 4 x 4, oltre a materiale informatico e alla organizzazione di attività di formazione del personale di frontiera. Per quanto riguarda i 25.000 immigrati sbarcati sulle coste italiane prima del 6 aprile dello scorso anno, fu apprezzata la concessione del permesso temporaneo di sei mesi, scaduto lo scorso ottobre, e rinnovato (a circa 5.000 di loro) per altri mesi. C’è però preoccupazione per la scadenza del permesso che avverrà all’inizio di aprile, e se ne richiede una ulteriore estensione di sei mesi, oppure la trasformazione in permessi per ricerca di lavoro. Non è chiaro cosa sia avvenuto degli irregolari (quasi 20000) che non hanno richiesto l’estensione del permesso, ma si ritiene che gran parte di questi si siano “dispersi” negli altri paesi europei, presso familiari ed amici della diaspora. Per gli irregolari arrivati dopo il 6 aprile, i tunisini non hanno ostacolato la loro “riammissione” avvenuta, all’inizio, anche con due voli giornalieri, ed ancora in corso con voli settimanali. Le autorità tunisine, inoltre, chiedono collaborazione per diverse centinaia di persone (si sta faticosamente compilando una lista) che, dopo la partenza dalla Tunisia, risultano disperse. Una collaborazione che il Governo italiano sta fornendo, ma che deve venire rafforzata. La mancanza di contatti può essere dovuta a diverse cause, dalle più tragiche – la scomparsa in mare – ad un deliberato taglio dei ponti con i familiari. Ma i “dispersi” potrebbero essere internati nei CIE ed aver dato generalità false e pertanto non risultano identificati; oppure essere reclusi in carcere (ma ancora non esiste una lista nominativa accurata dei detenuti tunisini). Infine preoccupa le autorità tunisine – e l’opinione pubblica – la condizione degli immigrati trattenuti nei CIE (Centri di Identificazione e Espulsione), sono numerose le proteste in proposito. Si dimostra così che i CIE, per le condizioni lamentevoli della detenzione – oltreché per la loro disfunzionalità – debbono essere oggetto di profonda riforma ad evitare – tra l’altro – di compromettere i buoni rapporti con paesi amici.
Migrazione, demografia e sviluppo        
In vetta alle preoccupazioni dei nuovi Governanti c’è la crisi economica e la gravissima disoccupazione. L’accordo sulla gestione delle migrazioni significa meno emigrazione e meno rimesse; c’è timore per ulteriori restrizioni all’emigrazione verso i paesi forti della diaspora (Francia, Germania, Italia – che sembra orientata a seguire il proposito del precedente Governo di non attivare un decreto flussi per il 2012); c’è diffidenza per un’Europa che tiene tirati i cordoni della borsa per quanto riguarda la cooperazione; si paventa un difficile e lento ritorno alla normalità della Libia, che ritarda  il rientro in Libia della manodopera tunisina. Ci si attende dall’Europa – e dall’Italia in particolare – molto, molto di più.
Una postilla, per concludere. Sotto il profilo demografico, la Tunisia è oramai un paese maturo: la natalità è bassa, con una media di due figli per donna (2005-10), è ai livelli dell’Italia degli anni ’70 (Tabella 1). La speranza di vita, a 74 anni, è pari a quella italiana degli anni ’80. La piramide di età, nei prossimi anni, andrà restringendosi alla base e la crescita della popolazione in età attiva sta rapidamente attenuandosi. Insomma la spinta, quella demografica, all’emigrazione è destinata presto ad allentarsi, ma occorre che la molla economica non si carichi troppo.

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