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Trentenni che vivono con i genitori: tutti “mammoni”?

Alessandro Rosina
Gli italiani fanno pochi figli, ma i figli rimangono figli più a lungo. All’età di 25 anni in gran parte d’Europa solo una minoranza dei giovani non hanno ancora conquistato una propria autonomia. Nel nostro paese è invece considerato normale rimanere nella famiglia di origine fino ai 30 anni. Alla base di questa particolarità della situazione italiana vi sono senz’altro motivi culturali, ma negli ultimi anni hanno acquisito sempre più peso anche fattori di ordine economico.
Le nuove caratteristiche del fenomeno
Un chiaro segnale in questo senso è il cambiamento della geografia del fenomeno. Per tutto il Novecento, la protratta permanenza nella casa dei genitori è stata un fenomeno tipico dell’Italia settentrionale, ma negli ultimi anni la situazione si è capovolta, tanto che attualmente (indagine Multiscopo Istat sulle Famiglie – anno 2005) la quota di uomini di età 25-34 anni ancora residenti nella famiglia di origine risulta pari circa al 50% nel Centro-Nord e al 57% nel Mezzogiorno (per le donne i valori sono rispettivamente pari al 33 e al 37%).

Interessante è anche l’analisi per titolo di studio. E’ vero che sono i laureati a posticipare maggiormente l’uscita dalla casa dei genitori, soprattutto rispetto a chi ha un titolo intermedio. Se però si tiene conto anche dell’istruzione del padre, a parità di altri fattori, si nota come a rimanere più a lungo sia soprattutto chi raggiunge un titolo di studio elevato partendo da condizioni sociali più basse. I requisiti all’uscita, a parità di aspirazioni, richiedono probabilmente più tempo per essere realizzati per chi parte da una situazione più svantaggiata.

Trovare un lavoro che consenta di mantenersi
Sul versante del lavoro, tra i trentenni che vivono con i genitori, non solo è decisamente minore la quota degli occupati ma, tra gli occupati, è anche considerevolmente più elevata la percentuale di chi possiede un lavoro a tempo determinato. Ciò è ancora più vero se si considerano i giovani con titolo di studio elevato. Ad esempio, tra i giovani uomini laureati del Sud, oltre il 30% degli occupati ancora nella famiglia di origine possiede un lavoro a tempo determinato contro meno del 15% di chi è già uscito.
E’ infine interessante notare che, come prerequisito all’uscita, l’esigenza di un miglioramento della propria situazione economica attuale è dichiarata non solo dalla netta maggioranza di chi ancora non possiede un’occupazione, ma anche da una quota molto rilevante di giovani occupati (Tab. 1).
Tabella 1 – “La decisione di uscire dalla casa dei genitori, quanto dipende da…?”

(Persone di 30-39 anni che vivono con i genitori)

Non occupati

 

Occupati

 

Uomini

 

Donne

 

Uomini

 

Donne

 

Situazione economica

 

Molto/Abbastanza

 

65.6

 

69.0

 

40.6

 

44.7

 

Poco

 

18.2

 

14.9

 

26.8

 

29.2

 

Per niente

 

16.2

 

16.1

 

32.6

 

26.1

 

Totale

 

100

 

100

 

100

 

100

 

Situazione lavorativa

 

Molto/Abbastanza

 

62.4

 

63.8

 

35.6

 

39.0

 

Poco

 

16.9

 

16.2

 

28.6

 

29.8

 

Per niente

 

20.7

 

20.0

 

35.8

 

31.2

 

Totale

 

100

 

100

 

100

 

100

 

Fonte: Indagine “Famiglia e soggetti sociali”, Istat – 2003/04.

Oltre uno su tre dei trentenni occupati che vivono con i genitori dichiara del resto di guadagnare un reddito insufficiente a creare una propria autonomia e formare una famiglia. (si veda anche Rosolia e Torrini, Il divario generazionale).
Se si mette assieme la quota di non occupati e la quota di occupati “insoddisfatti” (cioè con basso reddito e/o scarsa stabilità dell’impiego), si ottengono percentuali molto alte, tra i trentenni ancora in casa con i genitori, addirittura oltre la metà nel Mezzogiorno. Questi dati, nel loro complesso, suggeriscono come, al di là del facile stereotipo dei giovani italiani “mammoni”, i problemi economici ed occupazionali esercitino un peso molto rilevante sulla lunga permanenza nella famiglia di origine, e in particolare nel Sud Italia, dove, non a caso, il rallentamento all’uscita è risultato negli ultimi anni particolarmente accentuato.
E’ stato detto che “protetti dal welfare si può osare di più”. La minore protezione sociale di cui godono i giovani italiani fa percepire come più elevati, a parità di altre condizioni, i rischi di uscita nell’area mediterranea. Ciò significa anche che in molti casi si rinuncia ad un lavoro instabile, preferendo attendere opportunità (quantomeno un po’) migliori rimanendo disoccupati nella famiglia di origine (Figura 1). La mancanza di adeguati ammortizzatori sociali contribuisce quindi a rendere meno dinamico il mercato e relativamente bassa l’occupazione, e penalizza quindi nel complesso lo sviluppo economico e sociale del paese.
 
Le difficoltà del presente condizionano il futuro
Un’ultima considerazione. La riforma delle pensioni, con il sistema contributivo e la necessità di una previdenza complementare, rendono particolarmente importanti sia i tempi di ingresso nella prima occupazione, sia il salario percepito. Ma questo significa che le difficoltà che molti giovani incontrano nella prima fase del percorso occupazionale avranno poi anche una diretta ricaduta sul trattamento pensionistico futuro. Il rischio, in breve, è quello di un circolo vizioso, per i giovani italiani, di progressivo abbassamento del proprio tenore di vita. E’ urgente quindi intervenire per interrompere tale spirale. Non possiamo quindi che auspicare che l’attuale Governo, dopo tanto sbandierate buone intenzioni, passi finalmente anche ad impegni concreti.
Per approfondimenti
Rosina A., Micheli G.A., Mazzuco S. (2007), “Vulnerabilità all’uscita dalla famiglia di origine”, Rivista delle Politiche sociali, n. 3 (in corso di pubblicazione).
Rosina A., Billari F., Livi Bacci M. (2006), “Famiglia e figli”, in Fondazione Giovanni Agnelli e GCD-SIS (eds), Generazioni, famiglie, migrazioni. Pensando all’Italia di domani, Edizioni Fondazione Giovanni Agnelli, Torino.
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