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Studiare paga (anche in Italia)

Daniele Checchi
studiare

Studiare conviene, sia in termini di reddito (da lavoro e totale), sia in termini di probabilità di occupazione. Un osservatore “miope”, con un orizzonte temporale troppo corto (come potrebbe essere un ventenne che ragiona nell’arco dei successivi 10-15 anni) può ricavare l’impressione opposta, e quindi smettere troppo presto di studiare.Ma nel lungo periodo, come mostra Daniele Checchi, studiare è (ancora) un ottimo investimento.

In un contributo recente (Checchi, 2019) si è approfondito il tema del rendimento dell’istruzione, ovverosia se convenga ancora oggi investire tempo e risorse per acquisire titoli di studio più elevati. Se si utilizzano i dati raccolti dall’Indagine sui Bilanci delle Famiglie Italiane, condotta bi-annualmente su un campione rappresentativo della popolazione italiana, liberamente accessibile con finalità di ricerca¹, con riferimento al periodo 1993-2016 la risposta è ampiamente positiva. Titoli di studio più elevati si associano a migliori prospettive nel mercato del lavoro, sia in termini di riduzione del rischio di disoccupazione sia di maggiori redditi da lavoro (e di conseguenza maggiori redditi complessivi, maggior risparmio e maggior accumulo di ricchezza).

Studiare conviene, e non poco

Volendo fornire dei numeri di riferimento, sull’arco di tempo considerato si stima che un anno addizionale di istruzione sia associato a un reddito da lavoro (al netto di tassazione) maggiorato tra il 5% e il 7%, a seconda del metodo di stima. Questo significa che un laureato triennale si può mediamente attendere un reddito da lavoro più elevato di quello ottenuto da un diplomato della scuola superiore nell’ordine del 15-20%. Se alla laurea triennale fa seguito una laurea magistrale il premio retributivo cresce al 25-35%, variando ovviamente con l’area disciplinare in cui è conseguito il titolo e l’area geografica ove è occupato l’intervistato.

Una maggior istruzione è associata anche a una maggior probabilità di essere occupato, anche se tale probabilità risente degli andamenti ciclici e in particolare della recessione che ha colpito tutte le economie avanzate nel periodo 2009-2013. Fino al 2006, un anno di istruzione aggiuntivo era associato ad un incremento del 2.2% della probabilità di occupazione; lo stesso guadagno si azzera negli anni della recessione, salvo riprendersi e crescere di un ulteriore punto percentuale a partire dal 2010, suggerendo che la relazione tra occupabilità e scolarità si sia rafforzata in anni più recenti. A valori odierni un laureato triennale ha nove punti percentuali in più di probabilità di essere occupato rispetto ad un diplomato, e la differenza sale a quindici punti nel caso di un laureato magistrale.

Dai valori medi ai profili tipici nell’arco di una vita

Quanto abbiamo fino ad ora illustrato si riferisce agli effetti medi nell’arco della vita delle persone. Un aspetto invece meno evidenziato è quello relativo a come si dispiegano i vantaggi reddituali e occupazionali lungo l’intero arco della vita delle persone, fattore che induce differenze nella percezione della popolazione. Nelle figure 1 e 2 riportiamo una stima del profilo temporale rispettivamente dei redditi e della probabilità di occupazione, disaggregati per titolo di studio². Entrambe le figure sono coerenti con quanto ci aspetteremmo a partire dagli effetti medi indicati in precedenza: coloro che hanno investito maggiormente in istruzione (e quindi posseggono titoli di studio più elevati) lavorano con maggior probabilità e più a lungo (cioè lasciano il lavoro in età più tarda), al fine di massimizzare il rendimento ottenibile dal loro investimento (figura 2).

Per giunta, il profilo retributivo si differenzia significativamente tra persone con credenziali di istruzione terziaria e persone con istruzione secondaria o inferiore: per i primi il gradiente dei redditi totali è crescente fino all’età del presumibile pensionamento (che viene posticipato rispetto ai lavoratori con minor istruzione, plausibilmente a causa della minor onerosità e/o del maggior coinvolgimento professionale), mentre per i secondi la prospettiva di reddito diventa velocemente piatta dopo i quaranta anni, suggerendo l’assenza di prospettive di carriera (figura 1).

Guardare oltre il proprio naso…

Tuttavia immaginate di osservare questi grafici con gli occhi di un ventenne, che debba valutare se iscriversi all’università. Il giovane difficilmente prenderà in considerazione l’intero arco della vita futura, ma plausibilmente presterà attenzione ai dieci anni che si trova davanti, osservando quello che accade ai propri coetanei. Se restringiamo la finestra di osservazione entro i 35 anni (cui corrisponde la linea verticale tratteggiata) ci rendiamo conto di come un giovane possa non intravedere alcun vantaggio nel frequentare un corso universitario. I suoi coetanei che hanno abbandonato la carriera scolastica anche prima della maturità lavorano con maggior probabilità, e guadagnano cifre analoghe a quelle di un laureato.

Certamente se il giovane avesse la pazienza e l’accortezza di verificare quale sia la situazione a 40 o 50, si renderebbe conto che le prospettive di crescita retributiva (per via delle carriere interne o dei passaggi da azienda ad azienda) sono chiaramente differenziate³. Se il mercato del lavoro italiano permettesse dei percorsi di carriera più veloci alle persone più istruite, questi effetti di distorsione temporale si attenuerebbero o scomparirebbero, rendendo quindi più attraente la prosecuzione degli studi a livello universitario, e ci riavvicinerebbero alla situazione degli altri paesi europei, dove la quota di popolazione laureata nella fascia 25-35 anni supera il 40%.

Bibliografia

Checchi Daniele (2019) “La scuola come investimento” in Rapporto sulla popolazione. L’istruzione in Italia, a cura di Gustavo De Santis, Elena Pirani e Mariano Porcu, Mulino 2019.

¹Documentazione e dati sono reperibili al sito www.bancaditalia.it.

²Per maggior comparabilità tra indagini condotte nell’arco di un ventennio, abbiamo convertito i redditi totali a prezzi costanti (2016=100). I tassi di occupazione sono per definizione confrontabili intertemporalmente.

³Beninteso, questi profili temporali sono soltanto indicativi, in quanto il sistema formativo italiano non si è ancora assestato a una configurazione stabile: basti pensare che l’introduzione delle lauree triennali risale al 1999 e i primi laureati triennali al 2002. Immaginiamo costoro come ventiduenni: essi avranno 36 anni all’ultima indagine disponibile, e bisognerà quindi attendere almeno altri vent’anni per avere una stima più precisa del loro profilo retributivo. Nella figura, la linea relativa ai laureati triennali viene comunque identificata, grazie alle persone che hanno conseguito tale titolo successivamente al loro ingresso nel mercato del lavoro. Nei primi anni della riforma del 3+2 si ebbe infatti una esplosione delle iscrizioni di persone ultratrentenni, che utilizzarono la possibilità di uscita col titolo triennale per riprendere carriere universitarie precedentemente interrotte.

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