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Stranieri sovra-qualificati: un fenomeno strutturale?

Gian Carlo Blangiardo

Nel 2011 i lavoratori stranieri occupati in Italia svolgerebbero nel 43% dei casi mansioni non adeguate rispetto al titolo di studio acquisito, mentre tra gli italiani l’analoga quota non si spingerebbe oltre il 21% dell’insieme corrispondente. Il fenomeno dell’overqualification coinvolgerebbe sia uomini sia donne, sebbene queste ultime ne siano colpite in misura superiore: il 51,2% contro il 36,7%. A questi risultati, resi noti da una recente ricerca condotta dal CNEL (Cnel), se ne aggiungono altri a testimonianza della persistente presenza di un mercato del lavoro (duale e segmentato) dove gli uomini e le donne straniere trovano maggiori spazi di inserimento nei settori meno qualificati, garantiti e retribuiti dell’economia nazionale.
Il caso della Lombardia
Anche in Lombardia, alla luce dei dati dell’Osservatorio Regionale per l’integrazione e la multietnicità relativi al 2007, quando si era ancora lontani dalle prime avvisaglie della crisi che ha investito le economie mondiali, il processo di brain waste cui è sottoposta la forza lavoro straniera appariva come un dato di fatto incontrovertibile. Il fenomeno sembrerebbe dipendere non tanto dalle condizioni economiche di contesto quanto piuttosto da una domanda di lavoro immigrata prevalentemente orientata verso le occupazioni dequalificate dell’industria e dei servizi. I casi di (grave o moderata) inadeguatezza tra livello di istruzione e professione svolta riguardavano, infatti, il 53% delle donne e poco meno della metà degli uomini. Se si entra nel dettaglio delle diverse classi di età, si osserva come le donne ultra 45enni risultino maggiormente esposte al rischio di sotto inquadramento: tra coloro che hanno più di 55 anni la probabilità di svolgere una professione non adeguata rispetto alle credenziali formative acquisite riguarderebbe quasi i due terzi del collettivo femminile, mentre tra le 20-24enni l’analoga quota si ridurrebbe al 49% dei casi. Tra gli uomini, la mancata corrispondenza tra istruzione e qualificazione professionale sembra caratterizzare maggiormente i 25-34enni, il 49% dei quali risulta sovra-qualificato. Riguardo al tempo trascorso in Italia, si osserva come la discrasia tra formazione raggiunta e professione svolta tenda a decrescere con l’aumentare della permanenza nel paese di immigrazione: le donne, nei primi due anni di arrivo in Italia, ricoprono ruoli (gravemente o moderatamente) inadeguati sotto il profilo professionale nel 66% dei casi (per gli uomini si scenderebbe al 58%); mentre tra coloro che hanno maturato un’anzianità migratoria ultradecennale l’analoga quota riguarda il 46% in entrambi i collettivi. Indicatori di questo tipo non solo misurano la “qualità” dell’occupazione svolta, ma costituiscono anche, più in generale, misure di integrazione sul piano economico-lavorativo. In tal senso, vanno interpretate le recenti disposizioni  approvate in ambito europeo sul tema dell’integrazione degli immigrati nei diversi contesti nazionali e, in particolare, il sistema di indicatori adottato a Saragozza (Eurostat, 2011) che include, tra le diverse misure utili per monitorare l’inserimento degli stranieri nei contesti di accoglienza, anche quello relativo all’overqualification.
Per saperne di più
Blangiardo G.C., Mirabelli S.M. (2013), Il lavoro, in G.C. Blangiardo (a cura di), L’immigrazione straniera in Lombardia. La dodicesima indagine regionale. Rapporto 2012, Fondazione ISMU, Regione Lombardia, Osservatorio Regionale per l’integrazione e la multietnicità (in corso di pubblicazione).
Cnel (2012), Il ruolo degli immigrati nel mercato del lavoro italiano, Roma, 19 novembre.
Eurostat (2011), Indicators of Immigrant Integration. A pilot study. (http://epp.eurostat.ec.europa.eu)
 

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