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Stranieri in patria. D’altri.*

Gustavo De Santis, Salvatore Strozza

Alle questioni demografiche è difficile guardare con il distacco e con la memoria storica che pur sarebbero necessari per capire meglio i problemi, le possibili soluzioni e i loro tempi, comunque lunghi. E, nell’ambito delle questioni demografiche, le migrazioni costituiscono forse il nervo più scoperto, almeno in tempi moderni, probabilmente perché riguardano il nostro sentimento di appartenenza, e quindi anche il senso stesso della nostra esistenza, e perché riflettono la nostra istintiva paura dell’ignoto e del diverso. Ma anche, diciamocelo, perché c’è chi queste paure le alimenta, per fini politico-elettorali.

Prendiamoci allora un momento di riflessione per capire meglio il fenomeno, il che significa però, lo anticipiamo subito, riconoscerne la complessità: i contorni del problema sono sfumati e cambiano continuamente, e le semplici dicotomie (noi-loro; dentro-fuori), se mai hanno avuto un senso, lo stanno perdendo sempre più.

Uno sguardo d’insieme

Le migrazioni sono sempre esistite, e sono sempre state forti: le Americhe (non solo quella del nord), si sono popolate, dal ‘500 in poi, per l’arrivo e l’insediamento degli europei; le città hanno sempre avuto un saldo naturale negativo (più morti che nati), ma nonostante questo sono molto cresciute, e assorbono oggi più della metà della popolazione mondiale, per il continuo afflusso di migranti, a breve e a lungo raggio; guerre, persecuzioni e sconvolgimenti naturali (tellurici, climatici, …) hanno sempre avuto una coda di fughe di massa, con riallocazioni, a volte temporanee ma spesso definitive, di larghe porzioni di popolazione.

Cos’è cambiato, dunque, in questi ultimi anni? Intanto, l’informazione: sappiamo prima e più facilmente che cosa avviene, in Italia e nel resto del mondo; e il resto del mondo sa di noi. Sa in particolare che siamo ricchi, con un Pil pro-capite che, rispetto ai paesi di provenienza può facilmente essere 10 o 20 volte più alto, e può rapidamente stimare i potenziali vantaggi economici di una migrazione.

Poi sono cambiati i mezzi di trasporto: con minor spesa, sarebbe possibile oggi muoversi rapidamente e con facilità da un punto all’altro del continente. Qui il condizionale è però d’obbligo, perché di fronte a un’accresciuta facilità “tecnica” della mobilità si trova invece un’accresciuta difficoltà “politica”: i controlli alle frontiere, nati all’ingrosso un secolo fa, con lo scoppio della prima guerra mondiale, sono da allora diventati sempre più capillari e stringenti.

Poi è cambiato il mondo: non ci sono più spazi vuoti da occupare più o meno liberamente. (Invero, si è trattato più spesso semi-vuoti, che sono stati occupati a danno di popolazioni indigene sparsamente insediate e poco organizzate). Il miliardo di abitanti del pianeta del 1800 (circa) si è moltiplicato per sette, e in tutti i paese del mondo, o quasi, prevale ormai la sensazione del “siamo già troppi così, non c’è posto per altri”. Questo cambiamento è stato causato dalla “transizione demografica”, ossia dalla riduzione della mortalità e, successivamente, della fecondità, che, in tutto il mondo, ha prodotto intanto la crescita del numero di abitanti, e poi, tipicamente un’ondata di ringiovanimento della popolazione, seguita però, a una cinquantina d’anni di distanza, dall’invecchiamento e, in prospettiva, dal decremento demografico. Solo che queste ondate non sono state sincrone nei vari paesi: per l’Italia e l’Europa nel suo complesso, la fase di invecchiamento e potenziale declino è già iniziata; il vicino oriente, l’America Latina, l’Africa mediterranea, e quasi tutta l’Asia sono di qualche decennio indietro rispetto a noi, e la loro popolazione in età attiva è ancora in crescita, sia pur rallentata; l’Africa sub-sahariana è in piena espansione.

Infine, i tempi dei cambiamenti sono accelerati: le crisi economiche e politiche possono colpire quasi da un giorno all’altro, e nuove emergenze (economiche o umanitarie) appaiono ormai spesso, e all’improvviso.

L’emergenza umanitaria

Schermata 2015-11-05 a 18.15.59L’emergenza umanitaria degli ultimi due anni (2014-2015), ad esempio, è stata particolarmente forte, con un totale di circa 300 mila sbarchi sulle nostre coste, e migliaia di morti in mare (figura 1). Per trovare una crisi internazionale di proporzioni simili bisogna risalire ai primi anni ‘90 e alla guerra civile nella ex Iugoslavia. Ma lì gli spostamenti sono stati prevalentemente terrestri, e l’Italia ha avuto un ruolo solo marginale nell’accoglienza dei profughi.

Poco prima di allora, nel 1991, fortissima è stata l’ondata migratoria arrivata dall’Albania, con le navi cariche di migranti attraccate nei porti di Brindisi e di Bari. Ma si trattava, in quel caso, di quelli che oggi definiremmo migranti economici. Complessivamente arrivarono in 40-50 mila, una parte fu distribuita tra le province italiane, un’altra parte rimpatriata. In migliaia richiesero lo status di rifugiato che solo in pochissimi casi fu concesso. Ma il flusso non si arrestò e annualmente continuarono ad arrivare decine di migliaia di albanesi, un’immigrazione silenziosa, lontana dal clamore delle cronache, che a seguito delle ripetute regolarizzazioni ha portato la comunità albanese residente in Italia a sfiorare le 500.000 persone e a collocarsi al secondo posto nella graduatoria delle nazionalità straniere residenti in Italia.

La figura 1 evidenzia una correlazione piuttosto stretta tra il numero di sbarchi e il numero di richiedenti asilo, anche se questi ultimi sono quasi sempre numericamente inferiori ai primi. Nel 2014 si contano ad esempio, 170.000 sbarcati e solo 63.000 richiedenti asilo. Complessivamente, dal 1997 al 2014, sono stati registrati oltre 600 mila stranieri sbarcati in Italia, un po’ meno di 400 mila richiedenti asilo e un totale di 145 mila riconoscimenti (33 mila rifugiati, 77 mila protezioni umanitarie e 35 mila protezioni sussidiarie), su 342 mila casi esaminati.

Quelli degli ultimi due anni sono numeri alti, per carità. Ma l’Italia non è il solo paese ad affrontare questi problemi, e non è neppure la più colpita da essi. Nel periodo 2010-14, ad esempio, ai paesi dell’UE28 sono arrivate quasi 2 milioni di domande di asilo, di cui meno di 160 mila in Italia (8% circa). Finora i richiedenti asilo si sono rivolti prevalentemente ad altri paesi europei e in Italia negli ultimi 18 anni abbiamo accolto appena 8.000 persone all’anno, tra rifugiati e beneficiari di protezione umanitaria o sussidiaria.

Più immigrazione “normale” che sbarchi e rifugiati

Schermata 2015-11-05 a 18.16.47Gli immigrati che arrivano sulle carrette del mare sono giustamente oggetto di un’attenzione continua da parte dei mass media. Rischiano la loro vita per raggiungere l’Europa, e già in migliaia sono morti nel Mediterraneo. Spesso sono richiedenti asilo ed hanno bisogno di aiuto ed assistenza immediati. Sbarchi e richieste di asilo, nonostante la grande copertura mediatica che viene loro riservata, non sono però i fenomeni numericamente prevalenti, nel quadro migratorio complessivo. La figura 2 ci aiuta a capire che non sono la componente più importante neppure oggi, in questo periodo di emergenza, e meno ancora lo sono stati negli ultimi 10 o 20 anni. La maggioranza degli immigrati non è arrivata via mare sui barconi degli scafisti, ma a piedi attraversando i confini terrestri, in pullman, in treno o in aereo. L’immigrazione che sempre ha prevalso, e che ancora prevale, è quella che segue altre vie: la più tipica delle quali è quella o dei cittadini comunitari, ad esempio dalla Romania o dalla Polonia, che hanno ormai da anni diritto di muoversi liberamente sul nostro territorio, oppure degli “overstayers”, persone cioè che sono entrate in Italia con un visto temporaneo (ad esempio per studio o per turismo) e che poi sono rimaste, per cercare di costruire qui la loro vita. Favorite in questo dal nostro frequente ricorso a sanatorie e cambi di legislazione, come in parte ricordato nella stessa Figura 2.

è dal 1973 che l’Italia, che per un secolo era stata un importante paese di emigrazione, si è trasformata (anche) in un paese di immigrazione. Ma all’inizio prevalevano i ritorni degli italiani precedentemente emigrati, soprattutto in Europa, ed espulsi dal mercato del lavoro con la crisi dei primi anni ’70, e poi, poco a poco, hanno preso il sopravvento gli arrivi di stranieri. La novità del fenomeno ha creato anche non poche difficoltà di misurazione, che sono state però progressivamente affrontate e (quasi) superate, benché le varie fonti parlino ancora linguaggi diversi.

Schermata 2015-11-05 a 18.17.05
Schermata 2015-11-05 a 18.17.21Se ci riferiamo all’anagrafe, si contano oggi oltre 5 milioni di stranieri iscritti, che corrispondono a più dell’8% del totale dei residenti (figura 3). Non è poco, ma non è un record in Europa: ci battono non soltanto due “fuoriclasse” come Lussemburgo (45% di stranieri) e Svizzera (24%), ma anche paesi comparabili a noi per dimensione demografica, come Spagna e Germania (figura 4). Schermata 2015-11-05 a 18.17.52Ma questi numeri non dicono tutto: la tabella 1, ad esempio, ci aiuta a comprendere che gli stranieri in Italia sono un po’ più dei 5 milioni dell’anagrafe. Ci sono ancora circa 400 mila stranieri con regolare permesso di soggiorno, ma non iscritti in anagrafe, e ci sono pure gli irregolari, il cui numero è ignoto per definizione, ma che si possono stimare nell’ordine dei 400 mila (ISMU, 2015).

Schermata 2015-11-05 a 18.18.00Forse si potrebbe però continuare a contare: eh già, perché è (relativamente) facile attribuire un’etichetta giuridica di italiano o straniero a una persona, ma la realtà è spesso assai più sfumata.Schermata 2015-11-05 a 18.19.02 Abbiamo anche circa un milione di italiani “per acquisizione” (in passato prevalentemente per matrimonio, ma ormai sono più numerose le acquisizioni per residenza ultradecennale, oltre che quelle dei minori per trasferimento della cittadinanza dai genitori diventati italiani e dei giovani neo-maggiorenni figli di stranieri ma nati e residenti da sempre in Italia; figura 5) e circa 400 mila figli di coppie miste, che sono italiani a tutti gli effetti legali, ma che sono nondimeno portatori di una certa parte di “innovazione”, o “alterità” a seconda di come la si vuol guardare (figura 6). E c’è anche un numero imprecisato di figli di coppie “non più miste”: coppie, cioè formate in origine da italiani e stranieri, ma nelle quali il partner straniero ha successivamente (anche grazie al matrimonio) acquisito la nazionalità italiana. 

Gli stranieri e noi

La pSchermata 2015-11-05 a 18.19.36resenza straniera in Italia ha moltissime facce, che non possono essere tutte trattate qui. Limitiamoci alle più evidenti. La prima è che l’arrivo degli immigrati ha in certa misura compensato la nostra bassa natalità e rallentato il processo di invecchiamento della popolazione italiana (Gesano e Strozza 2011). Ignorando la componente “intermedia” di cui si è parlato prima (italiani con origine straniera – che comunque, se considerati, rafforzerebbe le argomentazioni che stiamo qui portando, di contributo al minor invecchiamento) e limitandoci ai soli stranieri veri e propri, possiamo dare un’occhiata alla piramide per età dei residenti in Italia all’inizio del 2014 (figura 7). Ebbene, si vede chiaramente che la base sarebbe ancora più stretta, e l’ingrossamento nelle età adulte meno marcato, se non fosse per la presenza degli stranieri. La loro età media è infatti molto minore (33 anni, contro i 45 degli italiani “doc”), per la quasi assoluta mancanza (per ora) di stranieri anziani in Italia.

Per ragioni anagrafiche, quindi, gli stranieri praticamente non compaiono tra i pensionati (e, per ragioni legislative, sono comunque spesso destinati a perdere i soldi che hanno versato in contributi: v. INPS 2015), e sono poco presenti anche tra i beneficiari di cure mediche o ospedaliere, ma sono invece robustamente presenti, e in crescita, tra coloro che lavorano (e pagano tasse e contributi), anche se spesso in posizioni lavorative più deboli (a reddito più basso, e più precarie). Questa loro maggiore precarietà spiega anche la loro sovra-rappresentazione tra i disoccupati (figura 8).

Schermata 2015-11-05 a 18.19.26In ogni caso, il bilancio anche solo economico della loro presenza è per l’Italia largamente positivo: la Fondazione Moressa (2015), ad esempio, ha recentemente stimato, per il solo anno 2012, un saldo attivo per lo stato italiano di quasi 4 miliardi di euro attribuibile alla presenza straniera. Infatti, a fronte di circa 16,5 miliardi di entrate pubbliche (tra imposte, tasse e contributi), la spesa pubblica a favore degli stranieri (comprensiva di tutte le voci: sanità, scuola, servizi sociali, casa, giustizia, Ministero degli Interni e trasferimenti) è stata di “appena” 12,6 miliardi. Un bel business per noi – ma è un vantaggio di cui, a quanto pare, non sappiamo renderci pienamente conto.

*Articolo pubblicato anche su www.prometeia.it

Per saperne di più

De Rose Alessandra, Strozza Salvatore (a cura di) (2015) Rapporto sulla popolazione. L’Italia nella crisi economica, il Mulino, Bologna

Fondazione Moressa (2015) Rapporto 2015 sull’Economia dell’immigrazione

Gesano Giuseppe, Strozza Salvatore (2011) “Foreign migrations and population aging in Italy”, Genus, vol. LXVII, n. 3,

INPS (2015) L’INPS e le pensioni all’estero

ISMU (2015) Ventunesimo Rapporto sulle migrazioni 2015, FrancoAngeli, Milano

Istat, sito www.demoistat.it

Istat (2015), Cittadini non comunitari: presenza, nuovi ingressi e acquisizioni di cittadinanza, Statistiche report, 22 ottobre,

Livi Bacci Massimo (2007) Popolazione: storia ed evoluzione, Enciclopedia Treccani della Scienza e della Tecnica

Livi Bacci Massimo (2015), La quarta globalizzazione, Limes, 6/2015 “Chi bussa alla nostra porta”, http://www.limesonline.com/cartaceo/la-quarta-globalizzazione?prv=true

Neodemos (2015) L’integrazione delle comunità immigrate e l’imprenditoria straniera

 

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