Stranieri in Italia: vince il modello familiare tradizionale?

I migranti portano con sé cultura, valori, giudizi e pregiudizi, e non potrebbe essere diversamente. Tuttavia, questi si modificano man mano che aumenta la loro “anzianità migratoria”. Simona Maria Mirabelli offre
alcuni spunti sul variare delle opinioni degli immigrati, secondo provenienza e durata di permanenza in Italia, circa il ruolo della donna e dell’uomo nella famiglia.

Molte variabili entrano in campo nella costruzione dei modelli familiari adottati dagli stranieri: le trasformazioni del mercato del lavoro, i cambiamenti demografici della società; anche altri aspetti strettamente connessi al vissuto degli immigrati in un diverso contesto temporale e spaziale giocano un ruolo importante sulla percezione dei modelli familiari di riferimento e sulla complementarità delle funzioni (maschili e femminili) cui essi sottendono. Al riguardo, l’indagine ISTAT sulla “Condizione e Integrazione Sociale dei Cittadini Stranieri” fornisce alcuni dati dai quali emerge che le opinioni sull’assegnazione dei ruoli familiari e delle responsabilità che ne derivano all’interno del proprio nucleo, secondo una visione tradizionale della famiglia, mutano nel corso del tempo trascorso nel nuovo contesto di insediamento.

Uomini e donne: opinioni a confronto

«Deve essere l’uomo a mantenere la famiglia». Secondo l’opinione prevalente espressa dalla componente maschile sembrerebbe di sì, a prescindere dalla durata di permanenza in Italia: i tre quarti degli intervistati concordano “molto o abbastanza” con l’affermazione in questione, sebbene all’aumentare del periodo trascorso nel nostro Paese la percentuale di chi esprime consenso registri una flessione di circa cinque punti percentuali: si passa dal 78% tra chi abita in Italia da non oltre un anno al 73% per chi vi vanta la più lunga presenza. E le donne cosa ne pensano? Se entro i primi dodici mesi di permanenza nel nostro Paese la probabilità che una di esse risponda di essere “molto o abbastanza” d’accordo con questa affermazione sfiora il 72% del contingente, dopo cinque anni la quota si riduce di quasi 20 punti percentuali, fino ad attestarsi a poco meno della metà dei casi al superamento del quindicesimo anno di permanenza. A questi dati si aggiungono quelli riguardanti l’opinione sul lavoro di cura affidato in via esclusiva alle donne. L’opinione che esse debbano occuparsi soltanto della casa e della famiglia è condivisa da quasi il 59% della componente maschile (soggiornante in Italia da non oltre un anno) e dal 46% di quella femminile (con analoga anzianità migratoria), ma all’aumentare della durata di permanenza, la percentuale dei rispondenti che concordano con l’affermazione si riduce per entrambi i contingenti, sebbene in misura più marcata nella componente femminile (il 29% contro il 49%).

 

Cittadinanze diverse… Opinioni diverse?

Riguardo alla cittadinanza di appartenenza e ai valori identitari di cui è per sua natura portatrice, emergono opinioni divergenti sulla attribuzione delle responsabilità familiari. Ponendo a confronto le risposte dei cittadini provenienti dalle prime cinque nazionalità straniere residenti in Italia, Il 91% dei rispondenti marocchini con anzianità migratoria non superiore a un anno ritiene che sia l’uomo a dover mantenere la famiglia; la stessa quota scende all’82% tra coloro che vivono in Italia da oltre quindici anni. Anche gli originari dell’Albania e della Cina, soggiornanti nel Paese da non oltre dodici mesi, concordano con l’affermazione nella stragrande maggioranza dei casi (rispettivamente 88% e 77%); mentre tra chi ha maturato la più lunga permanenza in Italia l’analoga percentuale si riduce di 19 punti percentuali per i primi e di 15 punti per i secondi. Per queste provenienze la probabilità di esprimere accordo con l’affermazione precedente diminuisce al crescere degli anni trascorsi nel nuovo contesto di insediamento; per le altre cittadinanze in esame (quella ucraina e quella romena) sembra valere il contrario: il maggiore assenso è espresso da chi vanta la maggiore anzianità migratoria (oltre il 70% dei rispettivi collettivi).

Si perviene allo stesso risultato analizzando le risposte relative alla affermazione «La donna deve occuparsi soltanto della casa e della famiglia». Per coloro con anzianità migratoria inferiore all’anno si riscontra la più alta percentuale di accordo tra coloro che provengono dalla Cina, dal Marocco e dall’Albania; tra gli originari della Romania e della Ucraina si registra la tendenza contraria: all’aumentare degli anni trascorsi in Italia cresce la quota di coloro che attribuiscono alla donna il ruolo esclusivo di cura.

La diversa appartenenza religiosa fa la differenza?

Anche rispetto alla dimensione religiosa, le risposte fornite dagli intervistati sembrano suggerire modelli familiari diversi a seconda del credo di appartenenza. Se gli stranieri di fede cristiana (cattolica, ortodossa e protestante) aderiscono implicitamente al modello familiare di tipo tradizionale in due casi su tre (entro il primo anno di permanenza in Italia) e in uno su due (al superamento del quindicesimo), i musulmani restano ancorati al modello tradizionale a prescindere dal tempo trascorso nel nuovo contesto di insediamento (si passa dall’83% per i nuovi arrivati, all’81% per chi vanta la più lunga anzianità migratoria). Gli stranieri che professano altre religioni (come quella ebraica, copta, buddista, induista) attribuiscono all’uomo la responsabilità di mantenere la famiglia nell’89% dei casi tra coloro che vivono in Italia da non oltre un anno; una quota che va a ridursi di ben 25 punti percentuali tra chi vi abita da più lungo tempo. Per quanto riguarda gli intervistati che dichiarano di non aderire ad alcuna fede religiosa si esprime assenso con l’affermazione «Deve essere l’uomo a mantenere la famiglia» in due casi su tre e con una incidenza pari al 50% del collettivo dopo 15 anni di soggiorno. Riguardo alla affermazione «La donna deve occuparsi soltanto della casa e della famiglia», i musulmani residenti in Italia da non più di un anno esprimono assenso in due casi su tre, mentre i cristiani solo per poco più di un terzo del collettivo fino ad attestarsi al 29% dopo quindici anni di permanenza. Gli stranieri che professano altre religioni concordano circa nel 40% dei casi a prescindere dalla durata del soggiorno.