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Stranieri e lavoro in Italia: una sfida per il futuro

Giuseppe Gabrielli, Laura Bernardi

Una recente pubblicazione illustra la condizione dei lavoratori stranieri nelle diverse realtà socio-economiche italiane (Strozza et al., 2009). Per quelli regolari, la rilevazione continua sulle Forze di Lavoro, condotta dall’Istat, consente di arrivare ormai fino a tutto il 2008, ma per quelli irregolari le fonti ufficiali, per definizione, non bastano, e occorre utilizzare indagini campionarie di altro tipo. Vediamo allora, fondendo varie fonti, come si presentava il binomio stranieri/lavoro nel periodo 2005/2006 in Italia.
 
Stranieri che lavorano
Secondo l’indagine Istat sulle Forze di Lavoro, nel 2006, la popolazione attiva e residente in Italia comprende circa 2 milioni di stranieri sostanzialmente equidistribuiti tra uomini e donne. Si tratta quindi di più del 5% della popolazione in età 15-64 anni.
La maggior parte dei lavoratori stranieri (1,26 milioni, pari a circa il 63% del totale) è residente nelle regioni Settentrionali dove rappresenta il 7% della popolazione attiva. I tassi di attività e occupazione degli stranieri (rispettivamente pari a 73,7% e 67,3%) hanno valori più elevati rispetto a quelli registrati per la popolazione attiva italiana. Tuttavia il tasso di disoccupazione degli stranieri aumenta muovendosi dal Nord al Sud Italia, riproducendo così la mappa geografica occupazionale della popolazione italiana.
 
Quando si guarda al settore di attività in cui sono occupati gli stranieri emergono differenze di genere molto marcate: gli uomini sono occupati principalmente nelle attività industriali (57%), tipicamente in piccole e medie imprese manifatturiere ed edili; le donne sono principalmente impiegate nel settore dei servizi (circa 83%), particolarmente nelle attività domestiche.


I diversi modelli occupazionali: differenze territoriali, di genere ed etniche
Per avere una visione più ampia del contesto analizzato e considerare anche gli stranieri con il solo permesso di soggiorno (ma non residenti, cioè non iscritti in anagrafe), gli irregolari e gli illegali (che rappresentano circa un quarto della popolazione straniera presente in Italia), conviene utilizzare i dati di una indagine campionaria ad hoc, come ad esempio l’indagine “SUD” (Blangiardo, Farina, 2006), realizzata nel 2005 dalla fondazione ISMU (Fondazione per le Iniziative e lo Studio sulla Multietnicità).
Dall’analisi dei dati emerge l’esistenza, nel nostro paese, di due distinti modelli occupazionali. Il primo “continentale” tipico delle regioni centro-settentrionali e simile a quello che si ritrova anche in paesi centro e nord europei con una storia di immigrazione più antica. In questo modello il contributo della forza lavoro degli stranieri è prevalentemente concentrato nelle piccole e medie imprese del settore industriale: per gli uomini le attività edili o metallurgiche; per le donne l’industria manifatturiera che associa ai tipici lavori di badanti e colf in ambito familiare. Inoltre, in tale modello si evidenzia una maggiore stabilità e regolarità occupazionale degli stranieri, oltre a differenze di genere poco evidenti.
Il secondo modello, “mediterraneo”, appare invece maggiormente presente nelle regioni meridionali dell’Italia, oltre che in altri paesi sud europei di recente immigrazione (Spagna e Grecia). In tale modello l’offerta di occupazione per gli stranieri è più concentrata nel settore agricolo, in quello domestico, nel piccolo commercio (spesso ambulante) e nella ristorazione. Inoltre, maggiore è la diffusione di lavori stagionali ed irregolari. La minore presenza di lavoratori stranieri nelle regioni meridionali è accompagnata dall’esistenza di una diffusa economia sommersa, da elevati livelli di disoccupazione e da bassi livelli di partecipazione femminile al mercato del lavoro. In un tale mercato, le opportunità occupazionali sono contraddistinte da marcate differenze di genere: le donne straniere hanno meno possibilità degli uomini di poter scegliere il tipo di occupazione, essenzialmente rivolto ai servizi domestici.
 
Le differenze di genere caratterizzano fortemente il mercato del lavoro degli stranieri rispetto a quello della forza lavoro italiana (fig. 1). Le donne straniere, che costituiscono la componente più fragile del sistema, sono impegnate in attività maggiormente caratterizzate da precarietà e irregolarità, con un elevato rischio di sfruttamento, se non di vera e propria schiavitù. Le donne, infatti, che, per il tipo di lavoro assunto, condividono la maggior parte delle loro giornate con i propri datori di lavoro, sperimentano maggiori pericoli di essere soggiogate o sfruttate. Molte di esse sono vittime di un circolo vizioso che comprende il prolungato numero di ore lavorative, l’assenza di contatti e aiuti esterni, l’isolamento rispetto ai connazionali e la persistenza della condizione di illegalità e che non permette il miglioramento delle condizioni socio-giuridiche.
 
 
Infine, considerando le differenze tra le nazionalità di origine, i dati mostrano la presenza di “nicchie” occupazionali rappresentate sia da specifiche attività imprenditoriali (come, ad esempio, i ristoranti, i negozi e i laboratori artigianali nelle aree urbane), sia dalle attività connesse all’agricoltura e nella zootecnia nelle zone rurali rispettivamente meridionali e centro-settentrionali (fig. 2). Il fenomeno di specializzazione o di “etnicizzazione” del mercato del lavoro, riguarda taluni profili professionali più che interi comparti e, in taluni casi, rafforza la segmentazione dei mercati locali del lavoro.
 
Fragilità e convivenza
In conclusione, il successo dei progetti migratori per lo più dipende dalla buona riuscita nel mercato del lavoro. Per questo, la favorevole condizione di accesso al lavoro per gli stranieri regolari ed irregolari è un elemento, a nostro avviso, essenziale per l’integrazione non solo economica, ma anche sociale degli stessi. Esiste, tuttavia, una fragilità oggettiva degli stranieri che condiziona la loro stabilità occupazionale e che è aggravata dalle precarie condizioni giuridiche e dalle difficili opportunità del mercato del lavoro locale.
La relazione tra condizione occupazionale e regolarità degli stranieri in Italia appare sempre meno diretta, perchè fortemente condizionata da numerosi altri fattori, in parte nuovi, tra cui principalmente il genere, la condizione giuridica, il luogo di residenza e l’appartenenza etnica. Prendere consapevolezza di una tale realtà, così complessa e diversificata, può facilitare la diffusione di una cultura comune tra uomini e donne con vissuti diversi che cercano insieme nuove strade di integrazione e convivenza.
 
 
Riferimenti bibliografici
Strozza S., Paterno A., Bernardi L., Gabrielli G. (2009), “Foreign Immigrants in the Italian Labour Market: Gender Differences and Regional Disparities”, in Stalford H., Currie S., Velluti s. (eds.) Gender and Migration in 21st Century Europe, Aldershot: Ashgate.
Blangiardo G.C., Farina P. (a cura) (2006), Il Mezzogiorno dopo la grande regolarizzazione. Immagini e problematiche dell’immigrazione, vol. III, Milano: Franco Angeli.
 

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