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Stati Uniti: la dolorosa riforma dell’immigrazione

Massimo Livi Bacci

Un esercito di irregolari
Sono più di 20 anni – era il 1986 – da quando una legge concesse, negli Stati Uniti, una regolarizzazione di massa a quasi 3 milioni di immigrati irregolari. Oggi il Bureau of the Census e altri centri di ricerca concordano nell’indicare in 12 milioni il numero degli immigrati irregolari nel paese, di cui un quinto nella sola California, che corrispondono al 4 per cento circa della popolazione totale. L’occupazione irregolare, stimata in 7,2 milioni, rappresenta circa un ventesimo del totale; ma la quota sale a un ottavo nell’industria alimentare, a un settimo nell’industria delle costruzioni, a un sesto nei servizi e pulizie per gli uffici, e addirittura a un quarto in agricoltura. Se avessimo un uguale proporzione di irregolari in Italia, ne conteremmo 2 milioni e mezzo, contro i meno di 500 mila attualmente stimati.
Sulla formazione di questo enorme stock di irregolari in America pesano vari fattori: geografici, giuridici, sociali, economici. In primo luogo, un lungo e poroso confine col Messico che, nonostante le barriere e i fili spinati, non è difficile da penetrare. In secondo luogo, la tolleranza tradizionale circa l’identificazione delle persone: benché molti stati cerchino di tirare il freno, un irregolare può conseguire la patente di guida, iscrivere i figli a scuola, ottenere una camera d’albergo o di motel, affittare una casa senza che l’identità della persona venga scrutinata. In terzo luogo, un’altissima mobilità interna – di varie volte superiore a quella europea – e l’ampiezza del paese rendono agevole mimetizzarsi nelle pieghe della società americana. Infine, i controlli nel mondo del lavoro sono assai meno stringenti e molto più rari di quanto non accada nelle società europee.

La politica e le politiche migratorie

Fin dalla sua rielezione, Bush aveva annunciato la sua intenzione di arrivare ad una riforma della legislazione, quasi invariata negli ultimi quarant’anni, introducendo qualche forma di legalizzazione dell’esercito di irregolari. Già governatore del Texas, con un fratello governatore della Florida – due tra gli stati con maggiore immigrazione – Bush è sensibile al valore politico dell’elettorato ispanico. Tuttavia, le intenzioni del Presidente hanno sollevato fin dall’inizio aspre polemiche. Il Congresso aveva addirittura passato, a fine 2005, una legislazione assai più restrittiva di quella esistente, precarizzando ancor più la vita degli irregolari. All’inizio del 2006 vi furono grandi manifestazioni pro-immigrazione nelle maggiori città contro la stretta approvata dal Congresso e a favore di una generalizzata sanatoria.
Tanto i repubblicani quanto i democratici sono spaccati al loro interno sulla questione migratoria. Tra i democratici, i riformatori, fautori di un atteggiamento più aperto e liberale, si contrappongono a coloro che sono sensibili alle posizioni dei sindacati (AFL-CIO), che temono lo spiazzamento dei lavoratori nativi, l’erosione dei loro salari e la creazione di un proletariato (underclass) di immigrati non garantiti e manipolabili. Tra i repubblicani c’è una forte business lobby, fautrice di un’apertura al lavoro immigrato, aspramente contestata però da quei conservatori che vedono in ogni processo di regolarizzazione una indiscriminata “sanatoria” (amnesty) e che paventano le mutazioni della fisionomia sociale del paese. Nel maggio dello scorso anno si era arrivati, in Senato, a un primo, labile compromesso bipartisan che prevedeva una regolarizzazione a scaglioni – graduata nelle difficoltà secondo l’anzianità migratoria e condizionata al soddisfacimento di vari requisiti e adempimenti. Un compromesso che però è successivamente evaporato. Nel frattempo l’immigrazione illegale continua: dal 2000 a oggi sarebbero arrivati più di 800.000 irregolari all’anno.


Fallisce un nuovo compromesso in Senato

Nello scorso maggio, si era profilata una nuova intesa tra le componenti riformiste democratiche e repubblicane in Senato. Il compromesso, meno avanzato di quello raggiunto un anno prima, si basava su alcuni pilastri. Il primo era destinato ad addolcire l’amara pillola per i repubblicani: un forte rafforzamento del contrasto alla irregolarità con l’assunzione di 18 mila persone per il controllo dei confini; 370 miglia di barriera fisica al confine col Messico e 200 miglia con sorveglianza high tech dall’aria e da terra per contrastare il fiume di persone che ogni giorno passa la frontiera. Molti sono scettici sulle conseguenze di queste misure: si sostiene che le maggiori difficoltà nel passare il confine hanno la conseguenza negativa di rendere permanente una migrazione che, almeno nelle intenzioni, è invece spesso temporanea. Molti restano negli Stati Uniti per paura di non esser capaci di rientrarvi. Si renderebbero obbligatori poi i controlli sulla regolarità dei lavoratori assunti.
Il secondo pilastro riguarda coloro che già sono irregolarmente presenti. Questi, una volta identificati, accertato che non abbiano commesso altri reati od infrazioni oltre a quelli connessi con l’immigrazione illegale, multati di $ 1000, avrebbero diritto ad un visto per lavoro di categoria “Z” di durata quadriennale; possono inoltre richiedere una carta verde (residenza permanente) ma per farlo debbono tornare nel paese di origine (con facoltà di rientrare negli USA nelle more dell’accoglimento della domanda, pagando altri $4000).
Il terzo pilastro riguarda un programma di lavoro temporaneo curiosamente concepito: il permesso di lavoro dura due anni; quindi deve esserci un anno d’interruzione col ritorno nel paese di origine per ottenere un secondo rinnovo, e così per un eventuale (e ultimo) terzo rinnovo. In una prima formulazione il programma prevedeva 600.000 temporanei all’anno, ridotti poi a 400.000 e, in un’ultima stesura, a 200.000.
Il quarto pilastro riguarda invece l’immigrazione di tipo permanente, oggi legata soprattutto alle riunificazioni familiari, che verrebbero invece fortemente limitate. Si introduce un tetto annuo di 380.000 visti permanent-merit – cioè basati su un punteggio, allocato per il 75% alle qualifiche lavorative e all’istruzione; per il 15% alla conoscenza dell’inglese e per il 10% ai legami familiari.
Questo schema, proposto da un gruppo di senatori guidati da Edward Kennedy e John Kyl, è stato però accantonato, per l’impossibilità di accordarsi su una serie di emendamenti restrittivi, quali la forte diminuzione delle quote dei temporanei (200.000); la caducità dell’intero programma, che dovrebbe scadere dopo 5 anni; l’inasprimento delle multe per coloro che chiedono la regolarizzazione. Ma il tema dell’immigrazione tornerà presto in agenda e sarà un argomento scottante della campagna per le elezioni presidenziali. Nessun paese civile e ordinato – nemmeno un paese grande, flessibile e tollerante come gli Stati Uniti – può permettersi di tenere per anni 12 milioni di persone sotto ricatto e ai margini della legge.

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