MENUMENU

Spopolamento e immigrazione nelle campagne dell’Europa Mediterranea

Michele Nori
europa mediterranea

Le campagne si spopolano ma aumentano i lavoratori stranieri nelle attività agricole. Michele Nori discute le interrelazioni tra questi due fenomeni, e suggerisce alcune possibili linee di intervento per renderli compatibili.

Sono tempi di convivenza di due dinamiche opposte: mentre flussi intensi di migranti raggiungono l’Europa in cerca di una vita migliore, le campagne europee soffrono livelli di spopolamento e di abbandono senza precedenti, carenze di manodopera e inadeguato ricambio generazionale.

Come potrebbero questi due processi articolarsi in maniera sinergica e sostenibile ? Qual è il potenziale di una crescente presenza di immigrati nelle campagne europee? E quali i rischi e le opportunità?

La ristrutturazione del mondo agrario

Quando parliamo di agricoltura, intendiamo la produzione di cibo e la gestione delle risorse naturali, elementi chiave di qualsiasi società, che hanno importanti ricadute sull’economia e sull’ambiente. Nella UE l’agricoltura fornisce lavoro e reddito alle comunità rurali, che abitano e gestiscono circa il 45% del territorio. Questa funzione è particolarmente rilevante nei paesi dell’Europa mediterranea – in Italia, Spagna, Grecia, Portogallo e anche in Francia – dove cibo e paesaggio sono risorse socio-culturali importanti, anche in termini di vettori del settore turistico.

La Politica Agricola Comune (PAC) è uno dei pilastri dell’Unione Europea, ed il suo finanziamento ne assorbe circa il 40% del bilancio totale. Nel tempo la PAC è stata riformata per adeguarsi al mutamento della società e per offrire un sostegno più appropriato al mondo rurale. Nonostante il suo successo nel sostenere i livelli produttivi, sul piano sociale ed ambientale la PAC ha conseguito risultati meno soddisfacenti; indicatori ne sono il fatto che molte comunità rurali risultano socialmente e politicamente emarginate ed in molte aree la popolazione risulta fortemente invecchiata e depauperata dall’emigrazione.

Più in generale, la ristrutturazione che ha caratterizzato il mondo agricolo negli ultimi decenni ha contribuito a polarizzare il territorio e ad ampliare le disuguaglianze al suo interno. Gli indicatori socio-economici mostrano che chi vive in campagna ha un reddito mediamente del 40% circa inferiore al reddito di chi vive in città, fruisce di minori servizi e infrastrutture di base¹, ha limitate opportunità professionali e culturali, e vive in comunità più anziane. Questi fattori rendono le campagne europee poco attraenti per i giovani, con relative problematiche di carenze di mano d’opera e di un insufficiente ricambio generazionale.

L’immigrazione e la resilienza del mondo rurale

Il notevole afflusso di immigrati ha contribuito a controbilanciare questo ‘esodo rurale’, limitando la desertificazione socio-economica e colmando il vuoto dovuto alle dinamiche demografiche locali. Oggi in molte campagne d’Europa i lavoratori stranieri – sia legali che irregolari – costituiscono una crescente componente della forza lavoro agricola e sono una quota importante degli abitanti dei borghi rurali. Durante la recente crisi, la disponibilità di manodopera immigrata ha effettivamente permesso a molte aziende agricole e comunità rurali di superare tempi difficili, contribuendo alla resilienza dell’agricoltura e del mondo rurale in generale (figura 1).

La presenza di comunità immigrate è particolarmente intensa in alcune aree e settori, nei quali sta prendendo corpo un fenomeno di riconfigurazione territoriale con diversi gradi di specializzazioni etniche e di genere, con distinte comunità presenti in nicchie ecologiche e produttive definite. In generale, la manodopera agricola immigrata è caratterizzata da bassi livelli di qualifica ed è spesso occupata in attività stagionali, tipiche dell’agricoltura intensiva in aree ad alto potenziale produttivo, ma con alto sfruttamento sia ecologico che sociale.

La presenza di comunità immigrate è, tuttavia, in crescita anche nei territori definiti ‘marginali’ ed in settori a più elevata specializzazione e, come ad esempio l´allevamento, la gestione forestale, le trasformazioni agro-alimentari e sempre più anche nelle attività agrituristiche. Indicazioni e tendenze simili si hanno anche per Spagna e Grecia.

Quale che sia il settore od il territorio, gli immigrati forniscono un contributo prezioso nelle filiere di diversi prodotti tipici che caratterizzano molte regioni europee. Mentre le attività di raccolta di prodotti delle colture orto-frutticole sono intraprese soprattutto da lavoratori asiatici e africani, cittadini dell’Europa dell’est sono molto presenti nelle attività forestali e pastorali delle aree montane. Un esempio specifico è quello delle filiere italiane del latte, che dipendono sempre più dal lavoro degli immigrati, a tutti i livelli, dalla cura degli animali, alla trasformazione del prodotto – come anche discusso nell’ultimo festival Cheese di Slow Food². Formaggi tipici italiani come la fontina, il pecorino, il parmigiano e la mozzarella vengono prodotti oggi in buona parte con il contributo di manodopera originaria, rispettivamente, del Marocco, della Romania, del Punjab e del Bengala.

Nelle regioni cosiddette ‘marginali’, come le aree montane interne, inoltre, gli immigrati rappresentano una risorsa fondamentale per mantenere il territorio vivo e produttivo. Nei comuni delle Alpi italiane gli immigrati, in regola e ufficialmente residenti, sono oggi oltre 350.000³, mentre in varie aree della Strategia Nazionale Aree Interne il numero degli immigrati supera il 10% della popolazione locale. Oltre alle pratiche agricole, pastorali e forestali, in molte aree i nuovi arrivati contribuiscono attivamente anche alla ristrutturazione del patrimonio locale, alla manutenzione del paesaggio, e spesso sono straniere le badanti che si prendono cura della popolazione anziana locale. In queste aree dunque la presenza di comunità immigrate sostiene l’intero tessuto socio-economico, ravviva l’evanescente demografia, e contribuisce a mantenere in vita le pratiche e le tradizioni locali.

Il grigio del verde

Il mondo rurale offre opportunità importanti per la resilienza di tante comunità immigrate, che vi hanno trovato lavoro e reddito durante la recente crisi. Il mondo rurale ed il lavoro agricolo presentano dimensioni importanti di ‘invisibilità ed informalità’’. Questa area grigia fa spesso dell’agricoltura un settore privilegiato per cittadini immigrati senza documenti regolari, visto o permessi, e contribuisce a generare condizioni per la diffusione di pratiche di sfruttamento – come attestato dai casi di El Ejido, 2000 in Spagna; Rosarno, 2010 e Ragusa, 2015, in Italia; o Manoladas, 2013, in Grecia. Pochi casi riportati tra i tanti esistenti.

Condizioni di illegalità, mancanza di contratto, precarietà, diritti limitati, stipendi scarsi, pagamenti ritardati, maltrattamenti sono condizioni problematiche riportate con frequenza dai lavoratori stranieri che operano in questo contesto. Nel 2013 in Italia più del 50% delle condizioni contrattuali di manodopera agricola straniera erano parzialmente o totalmente irregolari.

Queste condizioni di abuso e sfruttamento sono spesso correlate alle difficoltà di ottenere diritti primari, come contratti, assicurazione, permessi di soggiorno, licenze. Complessivamente questi fattori incidono fortemente rispetto all’interesse e la voglia di molti immigrati di integrarsi, stabilizzarsi e crescere nel settore agricolo o nel modo rurale, limitandone così anche la capacità di contribuire al loro sviluppo. Allo stato attuale sono molto pochi i lavoratori stranieri che nonostante prestino servizio da anni nel settore, sono in grado di passare dalla manovalanza all’imprenditorialità[4]. Si alimenta così un gioco a somma negativa nel quale tutti ci rimettono: il lavoratore in primis, ma anche l’imprenditore, che non saprà a chi passare un giorno la sua azienda, le nuove generazioni che non trovano impiego nel mondo agricolo e la società tutta che vede scomparire presidi produttivi e presenze utili alla sostenibilità degli equilibri ambientali.

Conclusioni

I fenomeni migratori stanno rimodellando la società, con sfide importanti riguardo l’integrazione sostenibile dei nuovi arrivati. Il mondo rurale offre rilevanti opportunità in questo senso. Nelle campagne europee molte terre, abitazioni e mestieri sono in via di abbandono. La ristrutturazione della produzione agricola avvenuta negli ultimi decenni ha ridimensionato l’agricoltura familiare, portando ad una crescente presenza di lavoro salariato nelle aziende. Il fatto che una parte crescente di questi lavoratori siano cittadini stranieri prova la difficoltà di reperire forza di lavoro locale. Gli immigrati sono spesso disposti ad accettare lavori, condizioni e stipendi poco attraenti per la popolazione locale; risiedono in abitazioni e borghi che si stanno spopolando, ed il loro lavoro consente di utilizzare risorse che verrebbero altrimenti abbandonate. Le condizioni ed i diritti degli immigrati impiegati nel mondo rurale sono, tuttavia, questione di preoccupazione, sociale e politica, ed il grigio che ammanta le aree verdi d’Europa è uno degli elementi che limita una migliore integrazione e contributo dei lavoratori stranieri alla sostenibilità del mondo rurale.

Tra le iniziative che potrebbero favorire migliori interazioni tra il mondo rurale e le dinamiche migratorie, ed in generale inserimento dei giovani locali ed immigrati al mondo agricolo, si possono indicare: a) l’istituzione di piattaforme affidabili per la gestione del lavoro nel mercato rurale; b) un osservatorio per monitorare l’abbandono dei terreni agricoli per facilitarne il trasferimento d’uso ai giovani, italiani o stranieri; c) l’organizzazione di formazione tecnica e imprenditoriale finalizzati ad un adeguamento delle conoscenze e capacità dei nuovi arrivati alle condizioni locali; d) la riforma dei quadri normativi, legali e amministrativi in modo da facilitare condizioni di cittadinanza ed integrazione degli immigrati rurali

Note

¹ Si veda a tale riguardo, per l’Italia, le analisi della Strategia Nazionale Aree Interne

² vedasi www.cheese.slowfood.it

³Istat/Convenzione delle Alpi, 2014 – dai lavori di A. Membretti

[4] L’Inea ( ‘Le imprese straniere nel settore agricolo in Italia’, 2013)’ indica quello agricolo come il settore col più basso tasso di imprenditorialità straniera.

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