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Social card e bonus: nuove misure, vecchi difetti?

Marco Albertini, Alessandro Rosina

Con il pacchetto anticrisi il governo ha varato due “nuove” misure per venire incontro alle difficotà economiche delle famiglie italiane: la social card e il bonus. Buone le intenzioni, ma purtroppo si tratta di interventi che ricalcano i vecchi difetti delle politiche di welfare italiane: la dispersione in mille rivoli, il mettere pezze inadeguate e inefficienti ai tanti buchi del sistema di protezione sociale, l’esclusione di ampie proporzioni della popolazione affette da disagio economico, la scarsa attenzione verso i nuovi rischi e le generazioni più giovani. Inoltre, come spesso accade soprattutto nel nostro paese, si tende a guardare più all’impatto mediatico e politico dei provvedimenti, mentre rimangono largamente disattese le esigenze reali di rafforzamento e miglioramento strutturale del sistema di welfare.

Misure quindi ancora una volta occasionali, con obiettivi confusi e con scarsa o nulla possibilità di verifica dell’efficacia. Ma quali sono gli aspetti specifici che rendono poco convincenti questi nuovi interventi?

 

Alcuni difetti delle nuove misure

Prima di tutto va notato che l’accesso è “su domanda”, ovvero è onere del cittadino sapere e capire se ha diritto alla misura di sostegno e, in caso affermativo, presentarsi nelle sedi adeguate per ottenerne il riconoscimento (vedi anche De Vincenti e Paladini su www.NelMerito.com). Trattandosi di interventi indirizzati a una parte della popolazione a forte rischio di marginalità sociale, e non solo economica, questo tipo di meccanismo rischia di costituire una barriera di ingresso all’accesso a social card e bonus.

In secondo luogo si tratta di misure di supporto al reddito i cui importi risultano essere nella maggioranza dei casi poco più che un riconoscimento simbolico. Tanto per fare un esempio, il bonus raggiunge il suo valore massimo di 1000 euro solo per famiglie con 5 componenti e meno di 22.000 euro di reddito. E’ molto difficile quindi pensare che queste persone escano da una situazione di povertà economica grazie a bonus o social card e laddove questo avvenga (vedi Baldini e Pellegrino su www.lavoce.info) è dubbio che si tratti di un effetto “permanente” data anche la transitorietà della misura. Inoltre, ancora una volta si tratta di trasferimenti finanziari il cui utilizzo non è vincolato: ad esempio, i soldi del bonus si possono spendere indifferentemente per giocare all’enalotto o per pagare l’iscrizione all’asilo nido.

Infine, per l’ennesima volta, invece di adottare politiche universalistiche che modulino l’intensità dell’aiuto in funzione delle reali necessità delle famiglie, si preferisce stabilire un intricato sistema di condizioni di accesso ai trasferimenti. Per la social card si prendono in considerazione età, presenza di figli minori di tre anni nel nucleo convivente, reddito e un’altra miriade di indicatori di status economico (compreso il possesso di autoveicoli). Il bonus, d’altro lato, prende in considerazione solamente il reddito (e la sua fonte) e il numero delle persone nel nucleo convivente, indipendentemente dalla loro età. Si tratta di uno schema di policy senza una chiara razionalità, che lascia fuori ampi settori della popolazione a rischio di povertà economica. Ad esempio, una famiglia composta da genitori attorno ai 40 anni, con un indicatore Isee sotto i 6000 euro e che abbia due figli rispettivamente di 3 e 5 anni, ha diritto alla social card, ma se invece il figlio più piccolo avesse da poco compiuto i quattro anni? In questo caso tale nucleo non è che riceve una social card di importo inferiore: semplicemente non riceve nulla. Potrebbe ancora qualificarsi per i 450 euro una tantum elargiti attraverso il bonus, ma solo se i redditi non provengono da lavori autonomi.

Insomma, se il governo vuole veramente aiutare le famiglie italiane dovrebbe farlo in modo più razionale, stanziando fondi più significativi, con impatto più mirato e misurabile. Ecco allora alcuni esempi di misure più utili e coerenti nella direzione di migliorare il lacunoso e carente sistema di welfare.

 

Per gli anziani

Aiutare economicamente le famiglie di anziani sembra essere una delle finalità che hanno inspirato la creazione della social card. Ma perché usare un nuovo strumento, che accresce la babele di misure in cui si articola il welfare italiano e che comporta un nuovo costo amministrativo per la sua erogazione? La popolazione ultra 65enne è l’unica, in Italia, a essere protetta dall’esistenza di una sorta di “reddito di cittadinanza”, ovvero di una misura universalistica contro la povertà: la pensione sociale. Se il legislatore vuole migliorare il benessere degli anziani in difficoltà economica perché dunque non aumentare gli importi delle pensioni sociali?

Oppure, se proprio vogliamo introdurre degli elementi di novità nel welfare per gli anziani e se ancor più volessimo andare in direzione di misure che hanno provato la loro efficienza in altri paesi, perché non affiancare all’istituto dell’indennità di accompagnamento un’offerta di servizi di cura mirata per gli anziani non autosufficienti? Ad esempio a questo proposito si veda la recente proposta di Ranci, Da Roit e Pavolini (Tutelare la non autosufficienza, 2008, Carocci).

 

Per le famiglie

Il bonus fiscale e, in minor misura, la social card sembrano interventi mirati principalmente ad aiutare le famiglie numerose e, soprattutto, quelle con figli minori di tre anni. Ma esistono alternative ben più serie per aiutare in un momento di crisi economica le coppie con figli. Quale senso e reale utilità ha dare a famiglie con gravi problemi economici 40 euro al mese, ma solo se il figlio più giovane ha meno di 3 anni? Perché mai l’aiuto svanisce del tutto se il figlio ha 4 anni? Se il motivo sta nel costo dell’asilo nido avrebbe più senso e sarebbe più utile potenziare l’offerta dei servizi per l’infanzia. Ciò potrebbe aiutare le coppie a mantenere un doppio lavoro, condizione questa particolarmente protettiva rispetto al rischio di povertà. Negli ultimi 10 anni in Italia, tra pubblico e privato, l’offerta di asili è riuscita a salire di poco sopra al 10%, mentre nello stesso periodo la Spagna è arrivata al 20% (per non parlare dei paesi scandinavi: si veda l’articolo Aassve Arnstein).

Che fine ha fatto poi il quoziente familiare (pur con tutti gli eventuali aggiustamenti necessari)? Era una delle principali promesse elettorali della coalizione attualmente al governo. Un paese come l’Italia, affetto da persistente bassa natalità, elevato rischio di povertà delle famiglie numerose e scarsa occupazione femminile, ha bisogno di provvedimenti solidi e di riforme strutturali non di palliativi occasionali.

 

Per i giovani

Le due misure messe in campo sembrano poco mirate alle necessità e ai rischi della popolazione più giovane. Come conseguenza della crisi economica, alla fine di quest’anno moltissimi dei contratti a tempo determinato non verranno rinnovati. Questi lavoratori, attualmente non abbastanza poveri per accedere agli interventi messi in campo dal governo, il prossimo anno si troveranno senza alcun reddito. Solo alcuni potranno godere del sussidio di disoccupazione, e con importi assai miseri. Non si può continuare a imporre ai trentenni italiani di far affidamento alla famiglia di origine, frustrando le loro esigenze di costruzione di un proprio percorso autonomo. Quanto dobbiamo ancora aspettare perché vengano messi in campo, anche in Italia, adeguati ammortizzatori sociali che consentano di sopravvivere (qualsiasi sia l’età) in modo dignitoso tra la fine di un contratto di lavoro e la ricerca di una nuova occupazione?

 

(*) L’articolo è presente anche su www.nelmerito.com

 

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