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Servizi per l’infanzia: la fine del paradosso

Stefano Molina

Nei giorni 21-23 febbraio si è tenuto a Reggio Emilia Educazione e/è politica. Generare alleanze nel sistema dei servizi per l’infanzia,  il 19° Convegno Nazionale dei servizi educativi e delle scuole dell’infanzia. L’impressionante partecipazione di pubblico – in primis personale educativo – ha testimoniato della grande vivacità del settore, ma pure delle diffuse preoccupazioni circa gli effetti della crisi sull’offerta e sulla domanda di servizi rivolti ai bambini e alle bambine fino a sei anni di età.

Segnali di crisi

Il quadro è in effetti tutt’altro che confortante: per quanto concerne la fascia da 0 a 3 anni, in presenza dei vincoli stringenti del patto di stabilità alle finanze comunali, l’offerta di posti in nidi pubblici o convenzionati ha grandi difficoltà ad espandersi e talvolta persino a mantenere le posizioni raggiunte; la soluzione delle sezioni primavera (che consente l’iscrizione alle scuole dell’infanzia già a partire dal 25° mese di età) sembra tramontare non tanto a seguito delle ragionevoli critiche ad esse mosse dai pedagogisti e dagli psicologi dell’età evolutiva, quanto più banalmente per la diminuzione dei fondi dedicati.

Quanto poi alla fascia da 4 a 6 anni, è davvero inquietante il fatto che il tasso di partecipazione alle scuole dell’infanzia, che era prossimo al 100% fino a pochi anni fa, stia diminuendo con grande rapidità, presumibilmente per effetto della contrazione dei redditi disponibili delle famiglie e per l’aumento del “tempo libero” a disposizione dei genitori (mi scuso per l’eufemismo). Di questo passo, una delle soglie indicate dalla strategia Europa 2020 (frequenza delle scuole dell’infanzia da parte di almeno il 95% della popolazione a partire dai 4 anni) verrà sì varcata dall’Italia, ma nel senso opposto rispetto a quanto auspicato.

Un settore strategico

Sono dunque numerosi i sintomi di disinvestimento nei confronti di un settore che andrebbe invece considerato assolutamente strategico: perché, oltre a migliorare il benessere attuale di bambini e famiglie, consente di perseguire altri importanti obiettivi per la collettività, quali la conciliazione tra vita familiare e lavoro, la crescita dell’attività femminile e delle pari opportunità di reddito e di carriera per le madri; il sostegno alle coppie che desiderano avere figli; il contrasto precoce – e come tale più efficace – delle disuguaglianze e dell’esclusione sociale; l’integrazione delle famiglie di origine immigrata, per le quali i servizi per l’infanzia costituiscono il primo luogo in cui vengono trattate “alla pari”, e non in una prospettiva emergenziale o assistenziale. Inoltre, da alcuni anni la ricerca educativa sostiene che la diffusione di servizi per l’infanzia di qualità crea basi più robuste per la successiva costruzione del capitale umano: secondo autori molto accreditati, tra i quali il premio Nobel James J. Heckman, l’aver frequentato nidi e scuole dell’infanzia di qualità favorirebbe nei bambini lo sviluppo di capacità cognitive e relazionali in grado di generare consistenti frutti lungo tutta la carriera scolastica e universitaria, nonché sul mercato del lavoro.

Fine del paradosso

Per la messa a fuoco della dimensione strategica dei servizi per l’infanzia può essere interessante sottolineare un importante cambiamento avvenuto sulla scena italiana degli ultimi venti anni.

Facciamo un passo indietro. Nel 1991, sull’onda dell’insoddisfazione per un sistema scolastico statunitense che si era rivelato fragile e poco efficace, la rivista Newsweek andò alla ricerca di esperienze internazionali di elevatissima qualità, dalle quali trarre insegnamenti. Tra le “10 migliori scuole del mondo”, individuò per la fascia prescolastica la scuola Diana di Reggio Emilia, rappresentativa di un sistema di nidi e scuole dell’infanzia ispirato agli ideali pedagogici di Loris Malaguzzi. Il riconoscimento internazionale, primo di una lunga serie, arrivò in una fase storica in cui paradossalmente le coppie di Reggio e più in generale dell’Emilia Romagna avevano quasi smesso di mettere al mondo figli: la loro fecondità era infatti tra le più basse del continente, inferiore a un figlio per coppia. Altre regioni italiane, come la Sicilia e la Campania, presentavano la situazione opposta: all’assenza di servizi per la prima infanzia le coppie rispondevano con una fecondità del momento pari a 1,8 figli per coppia, non lontana dalla soglia di sostituzione (figura 1).

 

Una relazione chiaramente negativa tra disponibilità di servizi per l’infanzia e fecondità rendeva difficile sostenere che i primi aumentassero i gradi di libertà dei genitori in merito alle decisioni procreative, e dava invece argomenti ai difensori di una visione più tradizionale della famiglia, contraria alla deprivatizzazione dell’infanzia e all’erosione degli inderogabili compiti educativi delle madri.

A distanza di venti anni la situazione è radicalmente mutata (Figura 2), come peraltro già segnalato da Neodemos (vedi A. Rosina, La nuova geografia della demografia italiana). La relazione tra disponibilità di servizi per la prima infanzia e fecondità nelle regioni di Italia ha cambiato di segno e da chiaramente negativa è diventata positiva. In altre parole, le coppie hanno ripreso a far figli dove i servizi per l’infanzia sono più diffusi e di miglior qualità. Mentre ne fanno sempre di meno dove i servizi sono assenti.

Quali sono le implicazioni di tale ribaltamento? Un primo effetto consiste nel fatto che sotto pressione demografica sono finite proprio le strutture migliori, che in tempi di risorse scarse hanno dovuto fare i conti sia con un aumento non sempre previsto degli utenti, sia con una loro maggiore eterogeneità: come è noto, la ripresa della fecondità è stata trainata in tutto il Centro-Nord dalle cosiddette seconde generazioni di immigrati. Le educatrici hanno dovuto così affrontare problemi inediti e per i quali non erano state formate, quali quelli posti dal bilinguismo e dal non sempre semplice rapporto con genitori stranieri (per non parlare delle reazioni dei genitori italiani).

Ma vi è anche una considerazione di ordine più generale: anche alla luce del fatto che sono le persone più istruite e quelle che vengono da lontano che dimostrano una maggiore propensione ad affidare i figli ai servizi per la prima infanzia[1], qualità e quantità localmente disponibili di tali servizi danno oggi un contributo più importante di quanto non si pensi alla costruzione del futuro di una città o di una regione, necessariamente impegnate nella competizione tra territori per attrarre e trattenere persone, per creare lavoro e per generare risorse da redistribuire. Quella vecchia copertina di Newsweek ci suggerisce una spiegazione del perché Reggio nell’Emilia sia diventata, venti anni dopo, il centro urbano con la più pronunciata crescita demografica a livello nazionale.

 


[1] Si veda la presentazione Uso dei servizi per la prima infanzia: opinioni e preferenze dei genitori a Torino (2013), scaricabile dal sito www.fga.it. Si veda anche di Francesco Zollino Il difficile accesso ai servizi di istruzione per la prima infanzia in Italia: i fattori di offerta e di domanda (2008), nonché di Daniela Del Boca, Silvia Pasqua e Simona Suardi Childcare, family characteristics and child outcomes: An analysis of Italian data (2013).

 

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